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Permanente gravitazionale

Il lungo Viaggio / regia di Renato De Maria. - 2026, durata 119. - interpreti Dario Aita, Simona Malato, Elena Radoncich, Giulio Forges Davanzati, Joan Thiele. Disponibile su Raiplay

di Evaristo Lodi - sabato 28 marzo 2026 - 812 letture

Musicalmente molti lo chiamavano maestro, molti non l’hanno mai conosciuto, molti l’hanno amato, molti l’hanno odiato ma Franco Battiato (1945 – 2021) è stato un musicista poliedrico che ha ammaliato giovani in tempi antichi ma che continua ad avere un fascino coinvolgente.

A Bologna un amico mi trascinò a vedere un suo concerto. Non riuscii a vedere la fine: il volume era talmente alto, eravamo nel piccolo cinema dell’Antoniano, stretto e lungo, che non permetteva al suono di evadere dalle orecchie e dalla mente. Proprio di fianco al teatro dove si svolgeva il celeberrimo Zecchino d’Oro. Ero un adolescente che non era troppo aperto alla sperimentazione che, a quell’epoca, aveva anche una valenza politica. Immagino fosse la fine del 1972 o l’inizio del 1973 e non ero preparato a quella violenza musicale: tubi di plastica sulle onde del sintetizzatore erano spinte a percuotere gli spettatori attoniti. Non ero nelle prime file ma il mio amico sì e dovette sottostare a quella tortura. Non riuscii a percepire le frasi sensate che qua e là pervadono l’album Pollution (1973, forse non ancora uscito) come “La convenzione”,“La violenza non ho nella mente” (Beta) oppure “Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”, che è anche il titolo di un brano.

Poi, “Il tempo cambia molte cose nella vita Il senso, le amicizie, le opinioni” (Segnali di vita, 1981, album La voce del padrone) e anch’io sono cambiato nel gustare le parole e la musica di questo cantautore. La partecipazione ai concerti sembrava un lungo viaggio per il maestro catanese e infatti nel film si sottolinea il suo arrivo all’ultimo momento utile per la sua consacrazione all’Arena di Verona. Al cinema Antoniano di Bologna riuscì ad arrivare verso mezzanotte, facendo durare la sua assordante esibizione poco più di mezz’ora.

Sempre lo stesso amico mi ha fatto notare che il regista Renato De Maria [1] frequentava lo stesso nostro liceo e sono contento che abbia raggiunto un successo tale da permettergli la confezione di un lungometraggio così elegante, raffinato e frutto di una attenta ricostruzione filologica del maestro siciliano. La sua prossima serie tv uscirà a breve sulla Rai dal titolo “Uno sbirro in Appennino”.

“E non è colpa mia se esistono carnefici Se esiste l’imbecillità Se le panchine sono piene di gente che sta male […] L’Ayatollah Khomeini per molti è santità Abbocchi sempre all’amo Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia Che crea falsi miti di progresso” (Up Patriots to Arms, 1980, album Patriots)

Come non rimanere attoniti se, in tempi non sospetti, Battiato imbastisce testi che, con piccole variazioni, potrebbero descrivere la stessa realtà dopo quasi cinquant’anni. Basterebbe sostituire il nome dell’Ayatollah, aver presente il pensiero di Pier Paolo Pasolini e ci troveremmo immersi nell’oggi dove i falsi miti di progresso ci vengono presentati come l’unica verità per cui valga la pena vivere.

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Locandina di Franco Battiato - Il lungo viaggio

Senza nulla togliere agli altri attori, l’abilità interpretativa di Dario Aita è davvero impressionante. Non solo la somiglianza lascia di stucco, in ogni fase della vita con le sue mutazioni, ma anche il tono della voce risulta sorprendente e sembra che Franco Battiato riviva, almeno per un paio d’ore. Oltre ai dialoghi, anche la commozione accennata ha una vena di realismo straordinario. Il suo essere assorto mentre fa un uso smodato dello zucchero, quando lo zuccherare il caffè e il tè non era un delitto, ci ispira un tenero sorriso nostalgico. E come non essere attratti dalla delicatezza del maestro verso l’altro sesso, verso l’amore. La raffinatezza della relazione con Fleur Jaeggy e l’abbandono verso chi si preoccupa di lui, del suo essere e, perché no, del suo corpo.

I testi del cantautore ci lasciano attoniti ma sono dettati dalla sua vita, dalle sue fasi, come se la sua ricerca musicale fosse completamente avulsa da tutto e dettata da una determinazione che oserei dire ossessiva, senza dare a questo termine alcun carattere negativo.

Le citazioni musicali di successo che ci hanno perseguitato per anni sono davvero singolari e i brani più famosi sono quelli dell’album La voce del padrone del 1981, quello dei sette hit, citati nel film:

“L’ira funesta dei profughi afgani Che dal confine si spostarono nell’Iran Cantami o diva dei pellerossa americani Le gesta erotiche di squaw pelle di luna Le penne stilografiche con l’inchiostro blu La barba col rasoio elettrico non la faccio più Il mondo è grigio il mondo è blu". (Cuccurucucù)

“A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie.” (Bandiera Bianca)

“Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente. Per le strade di Pechino erano giorni di maggio, tra noi si scherzava a raccogliere ortiche. Non sopporto i cori russi, la musica finto-rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese, neanche la nera africana.” (Cerco un centro di gravità permanente)

A volte le sciocchezze di questi testi apparivano impreviste anche allo stesso autore, come viene sottolineato nel film, come la “gravità permanente” la cui idea era nata dal fatto che la sua amica stesse cercando un centro di bellezza per farsi la permanente.

Poi la maturità musicale, la fine del lungo viaggio, dove il testo si fa più intellegibile, più meditato e magari più intriso di filosofia orientale e non:

“Voglio vederti danzare come i Derviches Tourneurs che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Katakali. E Radio Tirana trasmette musiche balcaniche, mentre danzatori bulgari a piedi nudi sui bracieri ardenti.” (Voglio vederti danzare, 1982)

Il brano presentato al Pontefice di allora, Paolo Giovanni II°:

“E ti vengo a cercare Con la scusa di doverti parlare Perché mi piace ciò che pensi e che dici Perché in te vedo le mie radici Questo secolo oramai alla fine Saturo di parassiti senza dignità Mi spinge solo ad essere migliore Con più volontà Emanciparmi dall’incubo delle passioni Cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male Essere un’immagine divina Di questa realtà E ti vengo a cercare Perché sto bene con te Perché ho bisogno della tua presenza” (E ti vengo a cercare, 1988)

Poi il pessimismo e la speranza all’alba del crollo della prima repubblica:

“Povera patria, schiacciata dagli abusi del potere di gente infame che non sa cos’è il pudore. Si credono potenti e gli va bene quello che fanno e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! Questo paese è devastato dal dolore… Ma non vi danno un po’ di dispiacere quei corpi in terra senza più calore? Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali? Nel fango affonda lo stivale dei maiali. Me ne vergogno un poco e mi fa male vedere un uomo come un animale. Non cambierà, non cambierà… Sì che cambierà! Vedrai che cambierà!” (Povera Patria, 1991)

Per finire con il “take care”, tanto caro a Don Lorenzo Milani, che Franco Battiato estende alla morte e alla vita dopo la morte:

“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via, dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò da dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare; e guarirai da tutte le malattie. Perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te.” (La cura, 1996)

Su RaiPlay si possono trovare molti omaggi [2] al maestro siciliano che ci fanno capire come i pantaloni a stelle e strisce e gli abiti della sua gioventù, che definire originali sarebbe un eufemismo, siano stati reali tanto quanto la sua permanente gravitazionale.


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