Per una recensione al libro di Mancuso Gesù e Cristo
(Prima o poi, lo so, ce la faremo a recensire questo libro...)
Era uno che quando sentiva freddo diceva: “Mizzica che freddo”. Quando invece c’era molto caldo: “Mizzica che caldo”. Quando incrociava un prete o una suora: “Possino tutti bruciare nell’inferno”, e sorrideva pensando che quella era una cosa che diceva suo padre. Quando incontrava qualcuno pensava: “Che testa di cazzo”, e sorrideva perché quella era una cosa che diceva un suo vecchio insegnante. Ricordava che un altro suo insegnante vantava di non portare mai il cappello, e questo ricordo lo avvolgeva ogni volta che ne usava uno. Siamo le persone che incontriamo. A sua madre non l’aveva mai chiamata mamma ma sempre con il nome perché quando era bambino andava appresso ai suoi fratelli più grandi che la chiamavano tutti con il suo nome e non con quello di madre. Suo padre del resto una volta lo aveva incrociato in paese e non lo aveva neppure riconosciuto, e solo l’amico che stava accanto gli aveva detto: “Ehi, ma quello non è tuo padre?”. Quando gli capitava un incidente, tipo un pollice che urtava contro un corpo duro, diceva: “Te possino”, e questo per ricordare a se stesso che era nato in città. Per salutare le persone diceva sempre “Salve” evitando di precisare buongiorno buonasera perché aveva imparato che se dicevi “Buongiorno” c’era sempre quello che ti rispondeva per precisare: “Buonasera”. Era uno che salutava i gatti stringendo gli occhi, mentre i cani di solito gli abbaiavano contro. Per il resto era uno assolutamente normale, amorfo, invisibile, di solito passava inosservato. Pensava cose che poi dimenticava, sognava sogni che non ricordava. In questa sua esistenza inessenziale, ipotizzava che ogni singola esistenza anche la più breve e infima comunque un riflesso, una increspatura all’interno dell’onda della realtà, la portava al mondo alla realtà a ciò che siamo e anche per questo forse era degna di esistere. Aveva un udito scarso e le parole delle persone spesso non le distingueva, in compenso non era sicuro che quando parlava emettesse la giusta quantità di fiato e che le stesse parole che pronunciava fossero quelle che pensava di dire. Non aveva riflessi molto pronti. Una risposta, a lui, gli veniva anche dopo un paio di giorni da quando gli era stata posta. Non gli piaceva camminare in campagna perché camminando rischiava sempre di uccidere formiche sotto i piedi. Tendeva ad accumulare cose: libri, foglietti, biglie colorate, scatoline colorate. Era terrorizzato dall’idea della perdita. Per fortuna, poi, se lo dimenticava e si rasserenava. Teneva così tanto all’amicizia che preferiva non avere amici. Quando cominciò a perdere la vista pensò fosse una cosa buona: così, pensava, non dovrò vedere cose brutte. E poi sono morto. Appeso a una croce con due ladroni a lato. Così vanno le cose.
Una volta stava viaggiando in un treno era notte fonda era rimasto sveglio assieme a altri due sconosciuti si sentiva solo il rumore del treno che attraversava gallerie e forava la notte buia e le parole di questi due a singhiozzo tra i rumori del treno e il senso ovattato del sonno della notte. Un momento del viaggio che diventava sospensione del tempo e dello spazio, terreno ultraterreno. Uno diceva che non si faceva altro che raccogliere frammenti, parole a cui altri avevano dato fiato. Si mettevano assieme questi pezzi li si combinava in vario modo ma il gioco era sempre lo stesso, un replicare parole altrui. L’altro diceva di conoscere tutto di lui, della disgrazia che lo aveva colpito, il dolore in cui si era accartocciato avvolto incrostato. Uno rimaneva colpito, penetrato fin nelle viscere della propria esistenza da quello che l’Altro, un perfetto sconosciuto, sapeva tutto di lui. Uno aveva il baffo mentre l’altro era senza baffo. Cosa ci fa vivere nella speranza che un giorno questo dolore ci sarà utile, o sarà utile a qualcuno - individui, degni di aver vissuto una vita - e la vita così senza senso da vanificare quelle singole preziosissime esistenze? E lui che non era né col baffo né senza baffo, che non era Uno e non era neppure l’Altro, che ci faceva in mezzo a quei due, quale era il suo significato? a cosa diavolo serviva?
Una battuta famosa di Gianluca De Angelis di quando aveva ancora i capelli (poi con Marta Zoboli li perse tutti :-)) è quella relativa a Mosé che davanti al Mar Rosso, divise le acque in due: naturale da una parte, frizzante dall’altra. Vito Mancuso prova a fare come Mosé, e avventurarsi nel sentiero teologico tra Gesù da una parte e Cristo dall’altra. Pover crist, diceva Dario Fo - e pover anche il cavallo, aggiungeva Enzo Jannacci. Le vie del signore sono infinite, diceva uno. Di buone intenzioni sono lastricate le strade per l’inferno, aggiungeva un altro. Il problema, oggi come sempre, non è il tentativo né la tentazione, ma l’orecchio sordo e assordato dei più mentre le fanfare di guerra coprono ogni umana parola.
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