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Pensiero e azione in Giuseppe “Peppe” Valarioti: intervista con Carmela Ferro

"Per lui, la società calabrese avrebbe potuto invertire un destino di sopraffazione e di ingiustizia attraverso il superamento di questa mentalità, di questa rassegnazione atavica"

di francoplat - mercoledì 19 novembre 2025 - 318 letture

La sera stessa della vittoria elettorale del Pci alle elezioni amministrative di Rosarno (RC), Peppe Valarioti, allora segretario del partito, a cena con i colleghi, esce dal ristorante, si avvicina all’auto, estrae le chiavi del mezzo dalla tasca e viene raggiunto da alcuni colpi di lupara. Si accascia, viene portato d’urgenza all’ospedale di Gioia Tauro, ma vi arriva morto. È la notte tra il 10 e l’11 giugno 1980.

A distanza di quarantacinque anni da quell’omicidio, il primo omicidio politico in Calabria – seguito pochi giorni dopo dall’assassinio di Giannino Losardo, assessore comunista al Comune di Cetraro (CS) e segretario capo della Procura della Repubblica di Paola –, Peppe Valarioti risulta una figura sbiadita. Non per il valore in sé della persona, quanto piuttosto per il silenzio che è calato attorno alla sua vicenda, alla sua breve e intensa esperienza politica e, più in generale, umana. Un silenzio che, negli ultimi anni, è stato, almeno in parte, scalfito da un interesse crescente di giornalisti, storiografi, documentaristi, che hanno riportato alla luce lo spessore di quella vicenda, individuale e collettiva, restituendole l’importanza e l’interesse mancanti nei decenni precedenti.

A lottare, da anni, per il recupero del suo magistero, della sua iniziativa, del suo modello rigoroso e, anche, eroico di militanza e impegno, è Carmela Ferro, sua fidanzata del tempo, a lungo insegnante e, oggi, in pensione. Abbiamo chiacchierato di Valarioti la sera del 3 ottobre scorso. Una chiacchierata tesa e pregnante, dalla quale emerge la tenace volontà di Carmela di restituire a quel giovane trentenne, a cui è stata strappata ogni possibilità di futuro, il posto che merita nella memoria collettiva. E lo merita davvero un ricordo non rituale, non occasionale, merita davvero che venga recuperata tutta la forza di un giovane che, partito da origini contadine, si laurea e trova nella cultura non solo uno strumento di riscatto personale, ma il cardine sul quale far poggiare il riscatto di un’intera comunità. Dalle aule scolastiche, nelle quali insegnava la consapevolezza del ruolo attivo nella storia che ognuno di noi può avere e l’importanza della conoscenza profonda della propria terra e del proprio territorio, allo studio che lo portava ad abbracciare interessi diversificati – dall’archeologia all’analisi delle lotte bracciantili, ancora in atto in quel periodo – alla militanza politica, che lo condusse, ben presto, a diventare segretario del partito e a rinnovare la sezione di Rosarno, l’esistenza di Peppe Valarioti è stata condotta all’insegna del coerente e rigoroso abbraccio tra pensiero e azione, tra princìpi ideali e loro concretizzazione, a rifiutare compromessi e scorciatoie.

È in virtù della sua etica, anche intransigente a volte, che, nel dibattito che precedette le elezioni del 1980, non si tirò indietro davanti alle intimidazioni delle cosche, alla presenza del capo bastone, Giuseppe Pesce, che non mancava di mostrarsi in paese, di rimarcare, con la sua stessa presenza, la volontà della ‘ndrangheta di non cedere. Una ‘ndrangheta che si trovava in una fase storica particolare, quella del decennio Settanta, della rivolta di Reggio Calabria per lo spostamento del capoluogo di regione a Catanzaro, del “pacchetto Colombo” – allora presidente del Consiglio – che portava in Calabria fondi, risorse, sulle quali le ‘ndrine facevano affidamento. Una ‘ndrangheta ingolosita da quelle risorse, che cominciava a infiltrarsi nella pubblica amministrazione e a stabilire rapporti con massoneria e politica. Una ‘ndrangheta pericolosa, come dimostra la vicenda Valarioti.

E se il tono di Carmela Ferro è ancora venato da ammirazione per quel giovane esuberante e lucido, attivo e riflessivo allo stesso tempo, quando passa a narrare ciò che è accaduto dopo l’omicidio, quel tono vira verso una rabbia e un’amarezza non ancora sfiorite. E ampiamente giustificate. Perché, al di là della partecipazione corale al funerale di Peppe, il seguito è stato silenzio: silenzio della comunità, silenzio delle istituzioni, silenzio giudiziario – perché, a oggi, nessuno ha mai pagato per quel delitto – e silenzio anche del partito, come ritrattosi davanti alla violenza mafiosa. Un silenzio durato decenni, che ha impedito alla storia di Valarioti di diventare un modello, un punto di riferimento in una regione i cui “eroi” – lo si dice senza retorica – non lampeggiano luminosi nella coscienza pubblica, magari a differenza del rilievo che altre figure, come quelle di Impastato o Falcone o Borsellino, hanno assunto nella storia non solo siciliana, ma anche in quella nazionale.

Il Valarioti pubblico è stato come espunto dalla memoria collettiva. Non lo è stato affatto da quella individuale, intima, personale di Carmela Ferro. Perché Carmela, come altri familiari o congiunti delle vittime innocenti delle mafie, ha visto scivolare altrove la propria vita, l’ha vista dirottare in un’altra direzione rispetto a quella, carica di aspettative, che aveva sognato al tempo. «Mi manco io com’ero» è una delle frasi più toccanti dell’intervista, che testimonia tanto la forza del legame di Carmela e Peppe quanto la difficoltà di chi resta di trovare un significato e un senso a ciò che è accaduto.

Carmela sta lottando, appunto, per restituire spessore e memoria alla figura del suo Peppe, nella speranza che diventi anche di altri, che la storia del giovane intellettuale e politico sprigioni tutta la forza trasformativa che reca in sé, capace di rappresentare un orizzonte a cui guardare per una Calabria che perde giovani, pronti ad allontanarsi dalla propria terra, che non ha superato ancora una certa passiva rassegnazione, pur essendo cambiata rispetto alla regione degli anni Settanta e Ottanta, che ha smarrito, nella sua dimensione politica, la capacità di pensare al di là degli interessi personali e di immaginare possibile il cambiamento, di diventare governo della trasformazione della mentalità e dei comportamenti. Una politica miope e ritorta su sé stessa, a cui davvero servirebbe la pedagogia rigorosa e fiduciosa di un uomo scomparso troppo giovane, come attesta l’intervista integrale allegata al presente articolo.


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