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Partiti in pace, morti in guerra

Si parte, e si spera di portare a casa la pelle, e qualche soldo in più. Giustamente. Avranno paura i nostri soldati? Che pensano quando hanno sù la divisa con il tricolore? Torneranno?
di Tano Rizza - mercoledì 10 maggio 2006 - 5942 letture

Non sono morti, non sono morti bruciati e neppure saltando su una mina. Ci sono ancora, vivono nei ricordi dei parenti e degli amici. I soldati italiani, morti in queste ultime settimane, nei territori di guerra di Afghanistan e Iraq, non sono morti. A essere morta, seppellita, andata male, è la missione in cui erano impegnati. Morta è la motivazione che li ha mandati lì. Afghanistan e Iraq erano, nei proclama dei vari governanti occidentali, territori dove la guerra doveva essere finita. La missione dei nostri soldati era di pace. In quei territori per ricostruire, per aiutare la popolazione, e, invece, sono finiti in piena guerra. Un conflitto mai terminato, strisciante, insoluto, che non ha nulla a che fare con i nostri soldati.

Uomini partiti dall’Italia, per lo più dal sud, e che hanno indossato una divisa per diverse motivazioni. Chi perché crede nella patria, chi perché vuole dare una mano a quelle popolazioni. Ma, c’è anche chi è militare non perché ci credeva, ma per mancanza di lavoro, per dare una prospettiva più sicura al loro avvenire, e a quello delle loro famiglie, e sono la maggior parte. Alla ricerca di un lavoro come gli altri che ha dei turni straordinari, come gli altri. Ma qui la differenza è che le ore in più, il turno straordinario, lo fai in Iraq, nell’ex Jugoslavia, in Afghanistan. Lavoro ben retribuito che ti consente di pagare più in fretta il mutuo, che consente di mandare i figli all’Università, che aiuta la famiglia. Ma il rischio è di non tornare più, di non rivedere più i famigliari, di finire sopra una mina, e affondare nella polvere dei deserti. Chissà cosa penseranno questi soldati, quando accettano di andare in queste missioni. Avranno paura? Penseranno al mutuo da pagare? Alle rate? Si parte, e si spera di portare a casa la pelle, e qualche soldo in più. Giustamente.

Un lavoro. Come gli altri? Non è vero, non ha gli stessi rischi: ne ha molti di più. Sono morti 35 soldati italiani dall’inizio della missione in Iraq. Tre in Afghanistan. In tre anni. Sono cifre da guerra non da missione di pace. Numeri, per i politici italiani, il prezzo da pagare per essere buoni amici dei governi che hanno fatto la guerra, per essere considerati dei buoni alleati. Intanto le mamme, i papà, i figli, le mogli e gli amici di questi caduti piangono e si disperano. Urlano giustizia verso uno stato di cose che non è più sostenibile. Bisogna essere dalla parte della lotta la terrorismo, nessuno si è dimenticato delle torri gemelle e delle bombe in Spagna. Ma una missione di pace è altra cosa da un pantano di morte. Sono troppe la volte in cui Ciampi ha dovuto appoggiare le mani nelle bare listate con il tricolore, questa scena sta diventando macabramente famigliare. Scene che si ripetono sempre più spesso. L’ aereo che arriva con i soldati morti in un paese lontano, il picchetto d’onore, il presidente che porta il saluto dell’Italia, la camera ardente, i funerali di stato. Fa riflettere, fa arrabbiare, questo ripetersi di eventi, le missioni sono due, il lutto e la voglia di dire basta a tutto questo è uno.

Allora ha ragione il neopresidente della Camera a parlare di bisogno di pace, una parola troppo volte usate a sproposito. C’è bisogno di rivedere questo concetto ed usarlo in modo pragmatico. Nel programma del governo c’è il ritiro dalle truppe dai territori di guerra, e il popolo italiano guarda speranzoso in questa direzione, magari riuscendo ad attuarlo nei primi cento giorni di governo. Una speranza per la pace.


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