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Parliamo di scuola

Dal blog di lia alcuni interventi sulla scuola del terzo millennio. Racconti, analisi e idee per reagire

di Pina La Villa - giovedì 16 ottobre 2008 - 3570 letture

Solo nel blog di Lia , docente di spagnolo in una scuola di Genova, trovo le parole giuste per raccontare la scuola nell’era di Berlusconi, Brunetta e Gelmini. L’invito è a visitare il blog su http://www.ilcircolo.net/lia/ ma mi piace riprendere qui per intero i testi sull’argomento.

Se poi alcuni insegnanti catanesi volessero incontrarsi e discutere, partendo dai temi e dalle reazioni proposte da Lia , l’indirizzo per contattare la redazione di girodivite e/o proporre articoli è giro@girodivite.it.

C’era da un po’ questo sms che girava tra prof e diceva di scrivere a Napolitano per chiedergli di non firmare il decreto Gelmini.

Sai come sono queste cose: una non ci crede granché, di solito. Poi, ieri, Floria l’ha rilanciato su Facebook ed è arrivata un po’ della blogosfera che insegna e poi è arrivato pure Zambardino che l’ha portato da Facebook al suo blog su Repubblica e poi è sbucato Carotenuto che ci fa: “Ma allora era vero? A me sembrava una cazzata…” (e avrei continuato a pensarlo pure io, se non ci si fosse messa di mezzo Floria a schiodarmi da ’sto blog su cui mi limitavo a strapparmi i capelli e a spedirmi sul sito del Quirinale) e intanto sui newsgroup scolastici i colleghi avvisavano stupitissimi che si stava diffondendo assai, quest’iniziativa, e il sito del Quirinale era intasato e non si riusciva nemmeno più a spedirla, l’email.

E così, oggi, Napolitano ci ha chiesto di piantarla:

Un’iniziativa contro il decreto di riordino della scuola lanciata con una catena di sms Ma “il presidente non può esercitare ruoli che la Costituzione non gli attribuisce”

Non che pensassimo di ottenere chissà cosa, credo. Però, insomma, io direi che ci siamo contati, se non altro.

Nelle stesse ore, Cisl e Uil stavano facendo quello che sappiamo. Due sindacati confederali che si sfilano dallo sciopero mentre gli insegnanti sono lì che si appellano pure al Presidente della Repubblica.

Direi che è una buona fotografia dello stato delle cose, no?

(Io sciopero anche il 17, e pazienza se è il mio giorno libero. Non posso stare appresso alle manfrine di ’sti figuri, abbiate pazienza.) * Alla luce delle ultime dichiarazioni del segretario della Cisl Bonanni, questo blog sente il bisogno di osservare da vicino un esemplare della categoria antropologica che va sotto il nome di “iscritto alla Cisl Scuola“, ammesso che tale bizzarria sia effettivamente presente in natura.

Non mi limiterò a contemplarlo stupefatta. Ho proprio qualche spiegazione da chiedergli.

(Il Cisl Delurking Day, facciamo. Venite fuori, se ne avete il coraggio.) *Si diceva in sala prof che, certo, sciopereremo, ma che senza blocco degli scrutini non ci si filerà mai nessuno, e che i colpevolissimi sindacati possono aggiungerlo al già gravoso carico che portano sulla coscienza, l’avere disattivato l’unica nostra arma dotata di efficacia. In realtà, poi, sullo strumento del blocco degli scrutini la confusione regna sovrana: è illegale o no? Io, con molti altri, pensavo di sì, ma questo link della Gilda ci smentisce. (Ecco, una cosa buona di questo governo è che mi sta finalmente facendo studiare cose a cui, prima, manco pensavo.)

Scioperare si deve e lo farò, ovviamente, ma sarebbe opportuno uscire dalla logica autolesionistica che ci contraddistingue e che ci rende la categoria più innocua d’Italia - e quindi la più sbeffeggiabile, in questo paese che ama i furbi e gli arroganti. Tre sacrosanti giorni di sciopero a Ottobre vogliono dire circa 200 euro in meno in busta paga (madonna santissima) nonché le consuete corse successive per recuperare voti, programma e quant’altro. Benissimo: ma il senso dello sciopero è creare disagi fuori, e non solo a se stessi. Io, quindi, colma di ammirazione per le maestre delle elementari (che ho visto in azione la settimana scorsa durante un’assemblea e mi sono spellata le mani ad applaudirle, ché di donne fiere ed agguerrite così non mi pare di averne mai viste, da noi alle superiori) faccio mia anche l’idea dello sciopero bianco e col cavolo, che quest’anno muovo un dito al di fuori di quello che è strettamente il mio dovere.

E poi credo che dovremmo davvero tralasciare la nostra consueta, istintiva gentilezza verso il sistema tutto e che abbiamo l’obbligo di mostrare agli italiani quanto è improvvisata, vuota e sciocca la politica Brunettiana. I due soldi che lo Stato, nella sua nuova versione buzzurra, mi toglie quando mi ammalo, li deve spendere con gli interessi obbedendo a Brunetta, guarda, e senza che io gli faccia sconti. VOGLIO il medico a domicilio pure se sto a letto per dolori mestruali, visto che non posso uscire. VOGLIO la visita fiscale dal primo giorno di malattia, e voglio che l’ASL mi spieghi perché non me la manda, se non me la manda. Scriverò lettere ai giornali per protestare per ogni mancato arrivo di chi dovrebbe controllare che io non esca, quando mi ammalo. Voglio che i servizi sociali mi facciano la spesa, che il 118 mi procuri le medicine, che l’Amministrazione mi chieda per iscritto di stare a casa se sono contagiosa.

E credo che quest’opinione pubblica tanto pronta ad applaudire riforme orecchiate e fatte apposta per titillarle la pancia dovrebbe cominciare a capire un po’ più da vicino di cosa stiamo parlando. Genitori che non vedi MAI a scuola, sindacalisti dei propri figli esperti di didattica come di pallone, ragazzotti che ci riportano nelle classi il bullismo di un Brunetta senza vedere che il vero spreco di denaro pubblico, nella scuola, sta nello scaldare il banco dei deficienti che l’anno scorso ci deliziavano con le loro prodezze messe su YouTube, e che quando gli dici: “Ma lo sai che tu sei qui finanziato da denaro pubblico investito per farti studiare?” ti rispondono che loro pagano la tasse e che quindi gli spetta, il diritto di dormire sul banco Be’, io sarei stufa del maternage a oltranza della mia categoria verso una società che risponde a sputi in faccia. Forse dovremmo concentrarci un po’ di più sul nostro mestiere, sapete? Fare meno gli assistenti sociali e più i prof. Affrontare un po’ di nodi che non ci piace affrontare, perché portano ad ammettere che la scuola - che ci piaccia o no, ché la realtà se ne frega, dei nostri desideri - è di classe, oggi più di prima, e che fingere che non sia così non ha più senso. Non in quest’epoca, non con l’analfabetismo teleindotto che è penetrato soprattutto nei settori più svantaggiati di questo paese.

Quando ne parliamo, di certe realtà scolastiche e del fatto che forse bisogna proprio diminuirglielo, il numero di materie, a chi ci studia dentro? Mi sa che non riusciamo a parlarne perché sappiamo che, con buona pace della Gelmini, non sono le materie tecniche ad essere di troppo, in quelle scuole, ma l’italiano, la matematica, la storia e le lingue straniere. Perché le conclusioni a cui arriveremmo, se ne parlassimo, non ci piacciono per niente, davvero. Solo che inganniamo l’Italia, i genitori, noi stessi e pure gli studenti, andando avanti così. A fare finta di insegnare a gente che manco finge più di imparare. Oh, lo facciamo a fin di bene, ne sono certa. Ma non funziona.

Io credo che dobbiamo affrontarlo e denunciarlo noi, lo sfacelo sociale e culturale a cui assistiamo in tante delle nostre scuole (penso ai professionali ai confini della realtà di cui ho notizia, penso a certe realtà di periferia o del sud, penso al senso di impunità in cui crescono i bulletti di oggi che saranno i bulli di domani). Perché la realtà ci dice che non abbiamo la forza di risolvere una beata mazza e che, anzi, con i nostri silenzi da formichine non riusciamo che a essere complici dello sfascio e che, nel momento in cui i nodi cominciano ad arrivare al pettine, ne siamo e ne saremo capri espiatori.

Toccare la scuola vuol dire toccare i nodi, la carne viva della società. E’ normale che, piuttosto che vedere il degrado per ciò che è, si preferisca attaccare noi. Però è la normalità dei nevrotici o degli idioti, nulla di più.

Io credo che dovrei ridefinire il senso del mio lavoro. Dentro di me, dico. Lo penso, ma poi non riesco a sciogliere la contraddizione che c’è tra il mio desiderio, che ormai aumenta ogni giorno di più, di fare solo e soltanto il mio mestiere (insegnare la mia materia e poi valutare i risultati degli studenti, su programmi e sistemi di valutazione che rispettino degli standard nazionali, e stop) e i nodi dell’educazione e dell’integrazione, e di come perseguirle. Qui, adesso, in Italia, nel degrado.

Non mi vergogno ad ammettere che mi sento professionalmente smarrita, confusa, piena di dubbi. L’unica cosa che so con assoluta certezza è che, mentre cerco il bandolo della matassa di ciò che è il futuro del mio mestiere, ho un solo modo per non perdermi e per non soccombere ai colpi che arrivano da tutte le parti, a cominciare dal Governo. E consiste nell’essere più statale dello Stato. E non è una parolaccia, “statale”. E’ qualcosa di cui io sono orgogliosa. Fino a quando non inventeremo un sistema migliore per dare pari opportunità ai cittadini - e fino ad ora non lo abbiamo inventato, mi pare - continuerò a ritenere che lavorare per lo Stato sia un onore e una responsabilità, a prescindere dai singoli figuri a cui può capitare di governare.

Non so come se ne esce, da ’sta storia. So che comunque, e per prima cosa, qua tocca vivere con la Costituzione tra i denti. Quello che caspita dobbiamo fare deve essere scritto lì, da qualche parte.

Azzerate 900 sperimentazioni, scuole chiuse a centinaia, una cosiddetta “riorganizzazione” degli indirizzi che nessuno riuscirà a gestire, 125.000 persone in meno a lavorare nella scuola (tra cui quegli stessi precari che, in questi anni, la scuola la hanno letteralmente mandata avanti), imbarbarimento dei rapporti tra scuole e utenza e tra le scuole tra di loro, perché sarà caccia agli iscritti con tutte le conseguenze del caso - e sono conseguenze che non auguro a famiglie e studenti, ché queste partite si vincono giocando al ribasso. Le condizioni di invivibilità che si verranno a creare nella scuola superaffollata di studenti e svuotata di personale: vi preoccupavate del bullismo? Passeremo alla criminalità, temo. Perché sono ANNI che diciamo che l’Italia ha un mucchio di realtà scolastiche che sono, fondamentalmente, degli ammortizzatori sociali. Dei contenitori per sottrarre i ragazzi dalle strade. E cosa ammortizzi, cosa contieni più in una situazione simile?

Un padre che puntava una pistola contro un mio preside l’ho già visto, e scusate se non ve ne diedi i dettagli. Aumentando il numero dei ragazzi nelle scuole e diminuendo quello degli adulti io direi che, a occhio, le cose non promettono di migliorare. Stanno creando le premesse per la totale invivibilità, e chi non lo vede è un idiota o è in malafede. Non esiste una terza spiegazione.

Ma tutto questo lo si può leggere ovunque. Cosa lo ripeto a fare, io?

Io, è meglio che guardi il mio ombelico, come al solito. E, in zona ombelico, io so solo dire che provo vergogna, umiliazione e mortificazione ad avere Brunetta come ministro della Funzione Pubblica.

Perché uno che parla, ragiona, vede il mondo come lo vede lui, prima di essere qualsiasi altra cosa è un inguardabile cafone.

Ossessionato dal particolare meschino, bullo sui dettagli più miserandi: il tornello, il non farti uscire di casa, la crassa soddisfazione di non farti andare al cesso in orario di lavoro, l’atteggiamento da miserevole padroncino. Di quelli che possono avere solo dei disgraziati, alle loro dipendenze, ché se uno vale più di due lire lo manda al diavolo, un capo capace di tanta grettezza.

Io non compro i giornali. Mi informo su internet. E non possiedo una tv. Di Brunetta-persona, quindi, non so niente. Ne conosco la faccia per averlo cercato su Google Image, ma non so che estrazione sociale abbia, da quale zona geografica provenga, non ne conosco la storia se non per le notizie sul suo mega-assenteismo di quando lo pagavano per stare al Parlamento Europeo.

Però so che i suoi toni, il suo bullismo, le offese che ci vomita instancabilmente addosso, la miseranda affermazione secondo cui “gli insegnanti italiani guadagnano troppo” riferita ai docenti meno pagati d’Europa, questo infinito atteggiamento da mobbing che strizza l’occhio ai sentimenti più da feccia che esistano in Italia, non è un comportamento da ministro.

Questo è il comportamento di uno che organizza le squadre di pulizie che vanno a lavorare a ore. Di uno che ha un bar nell’hinterland e tratta a pedate i camerieri marocchini. Di uno che porta il suo gruppetto di ragazze a battere sulla tangenziale. Della sciura che vede due lire per la prima volta in vita sua e crede, di conseguenza, di potere trattare a pedate la colf. Sono questi, i capi che si permettono questi toni. Da un ministro dello Stato, una non se lo aspetta.

Quello che sta succedendo non è sopportabile per un’infinità di ragioni, tutte serissime. Ma, tra queste, io vorrei che fosse data la giusta considerazione alla questione, altrettanto seria, della dignità di noi che ci lavoriamo, nello Stato, e che per datore di lavoro abbiamo lo Stato stesso, molto prima che il ministro Brunetta.

Io non voglio essere offesa.

Io credo, sinceramente, che se non viene fuori la sacrosanta alzata di orgoglio che è del tutto ineludibile, in una situazione del genere, allora vorrà dire che aveva proprio ragione Brunetta, guarda. Vorrà dire che siamo delle merde, in effetti.

(Sullo stesso tema, raccomando la lettura di questo commento di un lettore.) * Incontro pomeridiano per fare il punto sulla situazione degli studenti stranieri in città. Ci sono i referenti interculturali delle varie scuole, i mediatori culturali, i funzionari delle diverse istituzioni. Sala gremita. Un’insegnante chiede di poter dire due parole prima che la riunione vera e propria abbia inizio. E lo fa. Fuori dai denti.

“Voi vi rendete conto, vero, della situazione? Voi che siete i referenti istituzionali: ci spiegate come si fa, adesso, a integrare gli stranieri? In classi di 30, 35 alunni? Come li integriamo, quando? Ma non erano un’emergenza fino all’altro giorno, gli immigrati? Cos’è, adesso sono scomparsi? A scuola sono invisibili? O li vediamo solo noi che siamo qui perché ci crediamo, a quello che facciamo, e mentre da Roma ci insultano e fanno una manovra da 8 miliardi di euro sulla scuola, ce ne veniamo qua a fare qualcosa che non è altro che del gran volontariato? Vi rendete conto o no? Ce lo dite, per favore, se vi rendete conto???”

Applausi, malessere, e l’Istituzione che dà l’unica risposta possibile: “L’Italia lo ha votato, questo governo. E’ stato eletto in libere elezioni, quindi evidentemente il Paese vuole questo, e con questo dobbiamo fare i conti. Il nostro ordine del giorno prevede che facciamo il punto sull’integrazione adesso, non che ci occupiamo di altro. Atteniamoci all’ordine del giorno.”

E così si è parlato di alfabetizzazione, di progetti di formazione, delle ore di mediazione culturale ottenibili dalle varie scuole etc. L’importante era immaginare la realtà limitata a quella sala, senza guardare oltre. Qua, se non ti imponi di fare lo struzzo non lavori più.

Dall’anno prossimo avremo più alunni per classe, e le classi dovranno essere formate senza tenere conto degli indirizzi di studio. Immagina una 4° professionale, per esempio. Tu fai francese e, in classe, avrai tot studenti che seguono un indirizzo e tot che ne seguono un altro. Con programmi e libri di testo diversi. Tu, in un’unica ora, puoi tranquillamente ritrovarti a dovere seguire due programmi diversi, con compiti e interrogazioni diverse, in classi di 35 persone di cui una parte è composta da stranieri e dove hai uno o due ragazzi portatori di handicap; ovviamente, senza insegnante di sostegno. Che, anche se ci fosse, ti toccherebbe un’ora alla settimana, se sei fortunata (sulla questione - gravissima - del sostegno rimando a questo post di The Rat Race). Ecco: ma mi spieghi che diavolo fai, in una situazione così? Oltre a cercare di evitare che si menino tutti quanti, dico. Ma chi integri, ma quando?? Dove?

Mettici anche la mannaia prevista per le scuole per adulti e dimmi tu, davvero, di che diamine di integrazione degli studenti stranieri stiamo parlando. E ti ricordo che non è solo a beneficio degli stranieri, la loro integrazione. E’ a beneficio dei cittadini tutti, ché uno straniero integrato è una risorsa, uno che non lo è sarebbe un problema. O no?

Non so: io non riesco più a pensare ad altro. Sono spaventata, davvero. Non riesco a riconoscermi nella scuola che si vede arrivare e non so immaginare che collocazione darmi, cosa dovrei essere. Cosa ci si aspetta che io faccia, se non mi fanno lavorare.

Perché io non ci posso lavorare seriamente, in classi di 30 e rotti persone. Come faccio a spiegarlo?

Io insegno una lingua straniera. Spagnolo. Se hai 30 e rotti persone davanti, tu puoi spiegargli giusto la grammatica, ammesso che ti ascoltino. Quella sì. Ma non puoi fare nessuna - assolutamente nessuna - attività di tipo comunicativo. Non è tecnicamente possibile, sia perché sono troppi per poterci interagire essendo tu solo una, sia perché ti diventa impossibile tenere la classe, semplicemente. Non ti rimane altra possibilità che la tua lezioncina frontale, quindi, e tenerli occupati il più possibile con esercizi a raffica. Sapendo - come sai, perché ricevi formazione su ’ste cose da 20 anni - che la tua lezioncina frontale in cui spieghi la grammatica non serve a una beata cippa, a meno che i tuoi studenti non vadano poi - a loro spese - a impararsi all’estero la lingua su cui tu, ok, gli hai fornito una base teorica. Ammesso che poi la capiscano, la tua base teorica. Ché al liceo ci arrivano, ok. Ma in altri tipi di scuola, in certi tipi di quartieri etc. non hanno manco gli strumenti per capirti, se gli fai lezione frontale di grammatica e sintassi. “L’accusativo personale? La sintassi del congiuntivo?? Ma che dice, questa???” E i primi che bocci, se insegni così, sono appunto gli stranieri. Insegna spagnolo così a una platea di ecuatoriani del professionale, se ne hai il coraggio: te li ritrovi con la media del due.

Ed io non so cosa si voglia da me, quindi. Non so cosa si aspettano che faccia. Sospetto che mi si stia chiedendo, tra le righe, di fare finta di insegnare. Ed io non sono capace, è qualcosa che non reggo. Non è che non mi sia mai stato chiesto, intendiamoci: se so che non lo reggo è perché le conosco, le situazioni in cui si crea una specie di convenzione per cui io faccio finta di insegnarti qualcosa che tu fai finta di imparare e che poi qualcuno fingerà di certificarti con un diploma o un voto di promozione. Solo che, fino ad ora, queste situazioni le ho viste come episodiche, circoscritte alla tale scuola o università, alla tale circostanza o momento. Ritrovarmele istituzionalizzate, e da domani, per me è un capolinea professionale. Non riuscirò a farci i conti.

Io non so se sono una brava prof. Ho un mucchio di difetti - so’ spigolosa, all’inizio sembro sempre incavolata, so’ smemorata, ho un approccio di tipo analitico che va bene per certi studenti e va meno bene per altri. Lo so, ci tengo alla consapevolezza dei punti deboli. Però, porca miseria, io voglio essere brava. Mi piace, il mio mestiere. Lo faccio cercando di essere brava, appunto. Ho degli obiettivi, dei punti di arrivo, e sono punti di arrivo miei, prima che loro.

E quindi ho capito che è per questo che mi sta facendo tanto male, questa mortificante riforma. Perché mi toglie l’idea di potere essere brava, di potere lavorare bene. E mi incastra in un’immagine e in un ruolo che mi ripugnano da quando ho memoria.

Io non volevo essere questo. L’impiegata delle fantasie di Brunetta. Era tutto quello che non volevo essere, nella vita. Mi sento come se mi stessero soffocando, davvero.

In tutto questo, una soddisfazione oggi l’ho avuta, ed è un mio post sulla faccenda in home page su Il Salvagente:

[…] A dirlo è Alfredo Garzi, segretario nazionale della Cgil Funzione Pubblica. Che accusa: “E’ una logica della “punizione”, peraltro svolta in modo pubblico e mediatico. “Non si risolvono così i problemi”.

Lo dice anche, con altre parole, dai toni ironici e sarcastici, un’insegnante, che nel suo diario virtuale in rete, solitamente dedicato ad argomenti del mondo arabo, si concede uno “sfogo” che potrebbe rispondere alla recente dichiarazione di Brunetta in merito: “Se i lavoratori pubblici malati si sentono agli ‘arresti’ domiciliari, vuol dire che non hanno la coscienza a posto”. Per chi ha voglia di “sorridere” a denti stretti leggendo il blog completo, rimandiamo alla lettura originale. Per chi, invece, si accontenta della nostra selezione, eccovi alcuni stralci. […]

Be’: ho letto questa cosa e mi è sembrato di avere scritto qualcosa di utile, cavoli. *Dice il collega che è andato a lavorare con un’infezione virale agli occhi.

Dice che in altri tempi se ne sarebbe stato a casa, ma che vista l’aria che tira non ha voglia di farsi fare trattenute sullo stipendio al solo scopo di non infettare il prossimo. Dice che lui avverte gli studenti e i colleghi, correttamente: “Statemi lontano, sono contagioso”, ma che non può comunque evitare di toccare strumentazioni e materiali vari. D’altra parte è personalmente in grado di lavorare, quindi lavora. Con una certa soddisfazione malvagia, anche, ché la domanda del giorno è: “Ma l’Amministrazione, a questo punto, cosa fa?” Nel senso: può importi di stare in malattia, in un caso del genere, e di farti decurtare lo stipendio in nome della salute pubblica? Ce lo chiediamo davvero, tutti quanti. Fino a questo momento, in mia presenza non è stata data una risposta.

Intanto si elaborano strategie di sopravvivenza. C’è per esempio la questione dell’incompatibilità oraria tra i nostri arresti domiciliari, in caso di malattia, e la necessità di farci fare il certificato medico.

Come suggerito anche dai miei commentatori, quindi, l’orientamento è di obbligare i medici di base a venire a domicilio. Sempre, per qualunque cosa. Se poi voi non li trovate in studio e vi si triplicano i tempi di attesa, cavoli vostri. E non solo: c’è la questione della DURATA del certificato medico, e la faccenda è abbastanza seria. Spiego perché.

Dunque: prima, succedeva che il medico ti diceva: “Mah, tra un tre giorni starà bene”. Tu, fiducioso, assentivi, la scuola si organizzava di conseguenza per coprire le classi e così via

Adesso che ci decurtano lo stipendio, comprenderete che temiamo che il medico calcoli in eccesso. E se domani riuscissi a stare in piedi, metti? Che faccio, rimango a casa per fare risparmiare lo Stato? L’unico modo per autotutelarci, quindi, è farci fare il certificato giorno per giorno. Così, fino a quando non ci sentiamo guariti, il medico lo chiamiamo tutti i giorni, e tutti i giorni avvisiamo a scuola che per quel dì saremo assenti e così via. Smadonneranno? Pazienza. Diamoci obiettivi brevi, ecco, ché direi che non c’è altra soluzione. Sì, è un po’ un disagio per medici, scuole e utenza, ma non è scritto da nessuna parte che l’inferno debba essere un vissuto individuale. Condividiamolo, da bravi fratellini.

E poi c’è la questione degli arresti domiciliari in sé, al di là del certificato. Perché pure prima ce ne stavamo a casa in attesa della visita fiscale, come è ovvio, ma il senso dell’attesa era, appunto, quello di essere reperibili per la visita. Adesso è semplicemente punitiva, la questione: dalle 8 di mattina alle otto di sera di tutti i giorni, domenica compresa, con un’unica ora d’aria dalle 13 alle 14, quando negozi e farmacie sono chiusi. E che senso ha, scusami, se non quello di mortificare e punire per chissà cosa?

Uno può avere, metti, un’infezione virale agli occhi, o una spalla lussata, o un cancro, o mille patologie che non obbligano a stare a letto o che, addirittura, richiedono di prendere aria per prescrizione medica. No. Brunetta non le contempla. Agli arresti, siamo. Solo che in carcere c’è, almeno, chi ti fa da mangiare e chi ti dà le medicine. In casa, se vivi solo, no.

Diciamocelo chiaramente: abbiamo un’opposizione che non fa il suo lavoro, un sindacato debole e diviso, una situazione generale in cui la gente fa fatica a scioperare, economicamente parlando. Rimangono le risorse individuali e poco più.

Se un dipendente pubblico vive solo - quanti saranno i single, i separati, i vedovi? - direi che se ne devono occupare gli assistenti sociali, se si ammala. E chi, altrimenti, se lui non si può muovere per tutta la durata della malattia? E non venitemi a dire che voi, con la febbre, non scendete a comprarvi il pane, se avete fame. Io l’ho sempre fatto, pure con la febbre a 39.

Che mandino qualcuno del Comune a fargli la spesa, al single, al separato e al vedovo. Che ti devo dire. Che gli mandino le medicine a casa.

Io chiamerò il 118, la prossima volta. E questa è l’aria che tira. Chiamare il 118. Che altro dovremmo fare, scusa? No, per sapere. Scappare dalla finestra per andarci a comprare l’antibiotico? Mettere un fantoccio nel letto che simuli la nostra presenza? Ma non lo vedete, che è ridicolo? Che ci stanno passeggiando sulla dignità con le scarpe chiodate? Che non c’è persona sana di mente che possa starci, a una roba così intrinsecamente umiliante? Ma che professori volete, davvero? Degli zerbini strutturali?

Ma davvero vi piace, ’sta schifezza? Io non ci posso credere, guarda.

Amarcord: di quando tutto questo non esisteva e la sottoscritta prof fannullona si presentava a scuola fresca di distorsione alla caviglia e pure senza una scarpa perché, semplicemente, manco le era venuta in mente l’idea di non andare:

[…] Ho fatto il mio ingresso trionfale in classe accolta da un coro di: “Prof! Ma che ha fatto?” Ed io: “Sono inciampata e ho una distorsione alla caviglia.” E loro: “Prof, ma non è un po’ troppo scoperto, il suo piede?” E io: “Sì, sembra anche a me, ma i medici mi hanno tassativamente proibito di stringere la fasciatura in una scarpa, in qualsiasi tipo di scarpa. Mi hanno detto che dovevo rimanere così.” E Peppe, del primo banco: “Ma le diventeranno tutte le dita nere!” E io: “Già.” * Mi raccontano di una nota su un registro: “La classe lancia palline di carta contro la cattedra”.

E di una collega che legge, guarda allibita la classe in questione e domanda: “Ma voi lanciate palline contro la cattedra?” E loro: “Ma perché, quella è una cattedra?” E lei: “No, in effetti è un banco usato come cattedra”. E loro: “Vede? Lo dicevamo, noi che non era una cattedra”.

E ridono.

Mi stavo chiedendo come reagirei io, se mi succedesse una cosa del genere. Per meglio dire: mi stavo chiedendo quali strumenti legali esistano per reagire, in una situazione del genere, e per farlo in modo inequivocabilmente efficace. E, mentre me lo chiedevo, sono finita su questo blog:

http://scuolaviolenta.blogspot.com/

Ok. L’ho letto. Adesso vado a fare una passeggiata per riprendermi. Prima di concludere che forse ha esagerato, il collega, a mettere ’sta nota. In fin dei conti erano solo palline di carta. * Perché poi, a dire il vero, io di assenteismo nelle scuole non è che ne abbia visto tanto. E parlo anche di quelle frequentate da mia figlia o dai figli dei miei amici. Non siamo una categoria particolarmente toccata dal fenomeno, mi pare. Le Grandi Assenteiste, tra di noi, sono quelle che fanno i figli e, di conseguenza, vanno in maternità. Poco altro, mi pare.

Il fenomeno che si verifica tra di noi, caso mai, è quello che definirei Assenteismo Interiore, ovvero del tirare i remi in barca. E’ un fenomeno che può assumere diverse gradazioni, e va dall’insegnare all’acqua di rose promuovendo tutti purché respirino e dando dieci a chi articola mezza parola, fino alla manifestazione più estrema, ovvero all’impazzimento bello e buono. Cosa non infrequente nella mia categoria:

Nel corso di dieci anni di studi, abbiamo analizzato l’incidenza delle patologie psichiatriche su quattro macrocategorie professionali di dipendenti dell’Amministrazione Pubblica (insegnanti, impiegati, personale sanitario, operatori) e proprio tra gli insegnanti si registra una frequenza di patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori. In generale sono più soggette al logoramento psicofisico le cosiddette helping professions, cioè le professioni di aiuto (psichiatri e psicologi, anestesisti, rianimatori, infermieri, assistenti sociali, preti). I più affetti, in misura drammatica, sono però gli insegnanti. Addirittura il 50% delle loro domande di prepensionamento è per una psicopatologia (il 30% tra il personale amministrativo, il 25% tra gli operatori sanitari, mentre il 16% tra gli operatori).

Ad impazzire nel vero senso della parola, per quanto ne so io, sono soprattutto le donne. I colleghi maschi si fermano prima: meno condizionati dalla mentalità del “dare”, sono più veloci a mettere in atto strategie di autodifesa quando cominciano a stare male. E infatti sono loro, spesso, quelli che promuovono a raffica. E’ la prima cosa che fa un insegnante quando non sopporta più di avere problemi. Promuove. Tutti. E, come per incanto, i ragazzi non ti contestano più, i genitori si tolgono dalle balle, il preside è contento e tu, poco alla volta, smetti di essere ossessionato dalla scuola. A quel punto, per quanto ti riguarda, i ragazzi potrebbero pure morire domani, tutti quanti. In compenso, tu sopravvivi.

Io ci ho pensato spesso. Non credo sia possibile spiegare quanto diavolo è difficile fare arrivare il messaggio che tu, la sufficienza, la dai a patto che lo studente abbia davvero conoscenze sufficienti del programma che deve sapere. E una non può non pensare che se decidesse di risparmiarsela, tutta quella fatica - fatica coi ragazzi, coi loro GENITORI, coi presidi che vorrebbero tutti promossi etc. - il suo stipendio non cambierebbe di una virgola e la sua salute invece sì, e in meglio. Una glielo chiede, certe volte, ai ragazzi: “Scusate, ma secondo voi perché mi accollo la fatica di mettervi 5? Sarebbe così facile mettervi subito 6, non ci pensate?” Poi, vabbe’. E’ come camminare. Finché uno ce la fa, cammina. Quando non ce la farà più, si metterà in poltrona.

[…] In letteratura sono state descritte e analizzate le reazioni di adattamento (coping strategies) che i singoli insegnanti adottano per far fronte al burnout, nel tentativo di reagire a una situazione che, se non affrontata per tempo e adeguatamente, può degenerare in malattia psico-fisica.

Una classificazione delle coping strategies è stata proposta diversificando le stesse in azioni: dirette, miranti cioè ad affrontare positivamente la situazione diversive, cioè tese a schivare l’evento assumendo un atteggiamento apatico, impersonale, distaccato nei confronti di terzi di fuga o abbandono dell’attività, per sottrarsi alla situazione stressogena palliative cioè incentrate sul ricorso a sostanze come caffè, fumo, alcool, farmaci.

Ecco: la reazione “diversiva” è tipica dei colleghi maschi, secondo me.

Personalmente, nei periodi di crisi tendo al “palliativo”, mi sa: raddoppio le sigarette, mi mangio un pezzo di pizza gigante all’uscita di scuola, esco con l’amica e le racconto le terribili vicende della Terza C davanti a una bottiglia di vino. Poi mi passa, ma è che io a scuola mi diverto ancora. Poi so’ scema e, se basta poco a farmi stare proprio male e a farmi imbestialire che penso che non mi passerà mai più, poi basta altrettanto poco a disarmarmi e a farmi tornare a casa tutta contenta.

Ad alcuni colleghi, invece, non passa. O, almeno, ormai non gli passa più. Forse è questione di tempo o, anche, di fortuna: le scuole non sono tutte uguali e i presidi nemmeno. Può andarti malissimo, se sei sfortunato.

BURNOUT
- sindrome di natura multidimensionale- dipende da particolari fattori stressogeni legati all’attività professionale- fenomeno a eziologia complessa e multifattoriale - caratterizzato in specifico da:

1. AFFATICAMENTO FISICO ED EMOTIVO 2. ATTEGGIAMENTO FREDDO ED APATICO verso studenti e colleghi e nelle relazioni 3. SENTIMENTO DI FRUSTRAZIONE DOVUTO ALLA MANCATA REALIZZAZIONE DELLE PROPRIE ASPETTATIVE 4. PERDITA DELLA CAPACITA’ DI CONTROLLO DEGLI IMPULSI

Insieme di manifestazioni psicologiche e comportamentali che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente e che possono essere raggruppate in tre componenti: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale.

MANIFESTAZIONI CORRELATE:

senso di rabbia, fallimento, colpa o vergogna - incapacità a gestire il quotidiano - trasandatezza e trascuratezza - crisi di panico e d’ansia, facilità al pianto - fobie - disforie - caduta dell’autostima - diffidenza, sensazione di essere spiato / osservato - mania di persecuzione - cinismo - apatia - pessimismo cronico - dereismo spazio temporale - rivendicazioni - collasso delle motivazioni - perdita di autocritica e autocontrollo - evitamento di impegni, resistenza al lavoro, disinvestimento - ossessioni e compulsioni - sensazione di essere vittima di MOBBING

E poi, come è ovvio, se uno sta male è perché non è un bravo prof. Così dicono. Poi invece, ai corsi di aggiornamento ti spiegano le possibili dinamiche di classe, tra cui c’è quella della creazione, tra i prof, di un capro espiatorio. E ricordo il formatore che ci diceva che spesso è il prof più bravo, il capro espiatorio. Perché il gruppo si difende (dalla fatica che lui vorrebbe fargli fare?) attaccandolo, e attaccandolo dai lati. Come i lupi coi leoni, qualcosa di simile. Comunque sia, non c’è lupo o leone che tenga: se tu stai male a scuola ti senti un verme, professionalmente parlando. L’autostima se ne va a mare, proprio. Ci credo, che ti vergogni a dirlo. Molto più facile impasticcarsi in silenzio, credo, o bere fino a sfinirsi. O, più virilmente, decidere che te ne fotti:

“Burnout” significa in inglese “scoppiato” o “bruciato”. Si parla di sindrome quando a causa del lavoro si entra in una spirale discendente prodotta da un accumulo cronico di stress e caratterizzata da sintomi quali l’affaticamento fisico ed emotivo. Un atteggiamento apatico e distaccato nei rapporti interpersonali, nel caso degli insegnanti con studenti e colleghi. Un sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative. Infine, un ultimo aspetto è la perdita di controllo degli impulsi (autocontrollo).

A scuola non puoi imbrogliare, sul tuo stato emotivo. I ragazzi lo sentono lontano un miglio e ti studiano, ti scrutano con la lente d’ingrandimento: “Prof, lei non ride. Prof, lei prima ha sorriso. Prof, lei pensa questo e quello e quell’altro. Prof, lei ce l’ha con me perché, mentre mi guardava, si è grattata un orecchio. Prof, ma che le prende? Ho solo urlato/picchiato il compagno/fatto volare palline/bruciato il quaderno, non c’era bisogno di arrabbiarsi così. Lei è troppo nervosa, prof.”

Quali sono i “fattori usuranti” nell’attività di un insegnante? In primo luogo ci sono i rapporti e le relazioni con colleghi, studenti e genitori. In particolare oggi questi ultimi non sono più alleati dell’insegnante. Anzi, il genitore è diventato il “sindacalista” del figlio, spesso unico, rivelando in modo più o meno smaccato il cosiddetto “narcisismo genitoriale” e confinando il docente dietro il banco degli imputati. Poi ci sono gli aspetti legati alla società multietnica e multiculturale che richiede uno sforzo continuo di comprensione e aggiornamento. La conflittualità con i colleghi dovuta al fatto che non si è abituati a lavorare in squadra, la situazione di precarietà di molti insegnanti. Inoltre l’aumento della presenza in aula di studenti portatori di handicap ha aggiunto un ulteriore fattore di complessità. Infine la delega educativa della famiglia, frequentemente monoparentale, ha contribuito a rendere più pesante e responsabilizzante l’insegnamento.

A me fa paura, tutta quest’aria alla Brunetta, perché riconosco nei fattori usuranti altrettante mie sfide personali che, fino ad ora, ho vissuto come prospettive stimolanti. Le classi piene di ragazzi stranieri, metti: io credo che sia la sfida per eccellenza di questi anni, per la mia categoria. Se c’è un campo in cui abbiamo tutto da imparare, valanghe di roba da studiare, esperienza da fare e così via, è quello. Se la viviamo bene, è la prospettiva più fertile che il mestiere possa offrirci. Solo che, per viverla bene, devi metterci un mare di lavoro e di entusiasmo tuo, che nessuno ti chiede di avere e nessuno ti retribuisce. E in un clima come quello che si percepisce, come fai? Ti senti una demente, viene solo voglia di entrare in classe, dire quello che devi dire e poi uscire. Solo che, se la prendi così, poi finisce che non impari nemmeno a gestire certe situazioni. Col risultato che poi ’ste situazioni ti mangiano, se ci incappi.

FASI DI EVOLUZIONE DELLA PROBLEMATICA 1. ENTUSIASMO IDEALISTICO Caratterizzata dalle motivazioni che hanno indotto gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale:- motivazioni consapevoli - motivazioni inconsce 2. STAGNAMENTO L’individuo continua a lavorare ma si accorge che il lavoro non soddisfa del tutto i suoi bisogni. Si passa spesso in questi casi da un superinvestimento iniziale a un graduale disimpegno. 3. FRUSTRAZIONE impressione di non essere più in grado di aiutare alcuno, con profonda sensazione di inutilità e di non rispondenza del servizio ai reali bisogni dell’utenza; scarso apprezzamento da parte dei superiori e degli utenti; convinzione di una inadeguata formazione per il tipo di lavoro svolto 4. “MORTE PROFESSIONALE” graduale disimpegno emozionale conseguente alla frustrazione, con passaggio dall’empatia all’apatia

Madonna, che nome: “morte professionale”. Voglio dire: so’ cose serie, queste. Tenersi a galla, lavorare meglio che si può non è una cavolata. E’ fondamentale, proprio. Una invece ha la sensazione che da un lato la stiano distruggendo, la scuola - e con lei le tue possibilità di lavorare decentemente - e dall’altra che nessuno se ne accorga e/o nessuno se ne fotta. Tutti lì a sperarti “finalmente punito”, e chissà mai per cosa. Perché io, davvero, non ho la più pallida idea del motivo per cui dovrei essere punita, per dire. Ma sinceramente, proprio. Questa situazione demenziale per cui mi vengono tolti soldi e peggiorate le condizioni lavorative mentre mezza Italia applaude, io non la capisco. Con tutta la buona volontà, non riesco a capire cosa posso mai avere fatto per meritarmela. No, davvero.

E come si reagisce, dinanzi a una cosa del genere?

1. BURNOUT CLASSICO O FRENETICO il soggetto di fronte allo stress reagisce aumentando a dismisura la propria attività lavorativa fino all’esaurimento psicofisico

[…] 3. BURNOUT DA SCARSA GRATIFICAZIONE dovuto a un lavoro ritenuto troppo stressante rispetto al riconoscimento che lo stesso comporta. L’individuo riduce il proprio ritmo lavorativo col preciso fine di prevenire il sopraggiungere dell’esaurimento.

Non lo so. Io, una cosa che faccio spesso è scendere dall’autobus alla fermata della Darsena. Scendo e vado sparata verso il mare, grata di ritrovarlo lì. Mi cerco uno spicchietto di sole, mi siedo sulla banchinetta di legno davanti alle barche dei pescatori e lì, con le gambe penzoloni, me ne sto a fumarmi la mia sigaretta e ad aspettare che mi scivoli di dosso, la giornata con tutti i suoi annessi e connessi. Non penso, sto solo lì. Guardo l’acqua e lo assorbo, lo spicchietto di sole che mi arriva addosso. Poi vado a casa. Oppure, nei giorni proprio neri, decido che non ho voglia di andarci, a casa, e mangio lì vicino, dove fanno la pizza davanti al mare. Che la pizza è una mezza schifezza ma la birra no, e mi tolgo il maglione (alle 7 di mattina, quando esco, fa freddo) e cerco di abbronzarmi ancora un pelicchio, mentre aspetto la pizza e prima che sia proprio inverno.

ALCUNI CONSIGLI PRATICI

Puntare verso una COMUNICAZIONE EFFICACE tenendo presenti gli effetti della comunicazione sul comportamento umano

Giusto livello di distacco rispetto alla vita scolastica

Giusta distanza personale e interpersonale (EMPATIA)

Distinguere il personale dal professionale

Saper dire di no senza sentirsi in colpa

Tentare la condivisione con le famiglie

“Tentare”, già.

Bello, quel “tentare”. * Sono una prof. Sono una statale. Mi sono ammalata. Sono un’insegnante statale a casa in malattia.

Un esperimento sociale, più che una donna.

Alle 7 di ieri mattina ho telefonato a scuola rantolante: “Bbuonggiorno, sdo male, non vengo” e sono ri-svenuta sul cuscino in preda a sonni doloranti. Poco dopo ha suonato il citofono e sono volata giù dal letto, sbandando qua e là e stupendomi per la celerità del medico fiscale. Infatti era il muratore del piano di sotto, non il medico fiscale.

Alle 9 ho cominciato a stilare una mappa particolareggiata del mio domicilio, che è difficilissimo da raggiungere perché abito in un numero civico ma ho il citofono davanti al portone di un civico diverso, ed è che il centro storico di Genova venne progettato nel Medio Evo per depistare i medici fiscali. Ho quindi mandato alla mia scuola un’email con le istruzioni dettagliate per raggiungermi, da girare all’Asl e al suddetto medico fiscale. Mi sono trattenuta dallo specificare “quinto piano senza ascensore” perché avrei potuto dare adito a malintesi.

Alle 13 avevo l’ora d’aria, fino alle 14, perché è il momento in cui il medico non deve venire per legge. Mi sono messa una sciarpetta e sono corsa a comprarmi da mangiare. Sono tornata con due sacchetti della spesa sentendomi come una che ha fatto qualcosa di male. In un sacchetto c’erano dei biscotti Ringo, comprati per gratificarmi.

Alle 16 era l’orario di visita del mio medico curante. Ho chiamato: “Sdo male. Però non posso venire perché sennò il medico fiscale non mi trova.” Il medico curante mi ha detto cosa prendere e abbiamo previsto insieme che in paio di giorni mi sarei rimessa in sesto.

Alle 16,30 mi ha chiamato la scuola per sapere quando mi sarei rimessa in sesto, appunto. Efficiente, ho saputo rispondere.

Alle 8 di questa mattina è suonato di nuovo il citofono. Era ancora il muratore e, fino a questo momento, del medico fiscale nessuna traccia. Intanto, girando sui newsgroup dedicati alla scuola, ho appreso che ogni visita fiscale a domicilio costa all’Asl attorno ai 100 euro. Ho pensato con simpatia al mal di portafoglio che deve attanagliare la povera Asl - per giunta genovese - da quando c’è stato il decreto Brunetta. Perché prima, come è noto, la scuola era obbligata a richiedere tale visita a partire dal terzo giorno di malattia. Poteva farlo anche dal primo, certo, ma lo faceva solo se il preside subdorava assenteismo, appunto. Di sicuro non lo faceva per i prof che stanno a casa un giorno all’anno. Adesso è obbligata a chiederla da subito, invece, e chissà come sono contenti all’Asl, appunto.

In mattinata ho mandato un’altra email avvisando che alle 17 di oggi sarei stata costretta a uscire per farmi fare il certificato medico dal mio medico curante. Come è noto, la legge mi obbliga a presentare certificato medico ma non obbliga il medico a starsene in studio ad aspettare me fino a quando termina la fascia oraria nuova, stabilita da Brunetta, entro cui ti potrebbe arrivare l’Asl. Fino alle 20, quindi. Il mio medico se ne va a casa alle 17, 30, e ci ha pure ragione.

Io, quindi, adesso devo uscire. Nel frattempo, il medico fiscale potrebbe arrivare.

Io direi, ad occhio, che le email che ho spedito dovrebbero bastare a tutelarmi, in caso di problemi. Ma, per essere più sicura, stavo pensando che potrei attaccare un foglio sul citofono scrivendo: “Salve, dottore, sono la prof che è in malattia. Sono andata dall’altro medico. Ora sono le 5, massimo alle 6 sono di ritorno e il certificato dimostrerà che non mentivo”.

Poi mi sono chiesta come potevo dimostrare che il foglietto lo avevo attaccato proprio alle 5 e non chessò, alle 3, commettendo una grave truffa ai danni dello Stato. E quindi ho pensato di farmi una foto col cellulare, tipo sequestrato delle BR, con un orologio in mano mentre attacco il foglietto.

Oppure, più semplicemente, una perizia della magistratura potrebbe accertare che, mentre scrivo questo post, sono le 16,39 ed io sono quindi ancora a casa. Ora che mi vesto passano 10 minuti, 5 per scrivere e attaccare il foglietto e ci siamo: saranno le 17.

Poi, appena torno a casa, mi ricollego al pc, in modo che una seconda perizia possa attestare che sono stata fuori il tempo necessario per raggiungere il mio certificato medico e tornare.

Mi piace, contribuire alla semplificazione della Pubblica Amministrazione. Trovo che sia tutto molto più scorrevole, adesso.


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