Parlando di Ai Weiwei, confini e migranti
Sentirlo parlare è stato uno di quei momenti che non si archiviano in una fotografia, né in una frase appuntata in fretta. Ti restano addosso.
Di sicuro lui non sa chi sia io, e ci mancherebbe pure. Mi stringe la mano con cordialità, si lascia fotografare con quella calma disarmante di chi ha attraversato tempeste vere e ormai non ha più bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Io invece so benissimo chi è lui. E questo basta a dare peso a quell’istante.
Perché lui è Ai Weiwei, artista immenso e coscienza inquieta del nostro tempo, dissidente cinese perseguitato e incarcerato da un regime che ha paura delle idee più di quanto abbia paura delle armi, ed oggi esule, cittadino di un mondo che pure continua a costruire muri fingendo di chiamarli confini.
Sentirlo parlare è stato uno di quei momenti che non si archiviano in una fotografia, né in una frase appuntata in fretta. Ti restano addosso. Si sedimentano. Ti costringono a rimettere in ordine pensieri che già avevi, certo, ma che a volte il rumore del presente, il cinismo di maniera, la propaganda travestita da buonsenso, provano a sfilacciarti un poco alla volta.
Quando parla di popoli affamati, di esseri umani disperati, di migranti che attraversano deserti e mari non per inseguire un sogno ma semplicemente per non morire, non lo fa da osservatore distratto, da commentatore da salotto o da professionista dell’indignazione a gettone. Lo fa con la voce di chi sa cosa significa essere colpito, sorvegliato, zittito, spogliato della propria terra e perfino della propria normalità. E allora quelle parole non suonano come slogan, che già di slogan siamo pieni fino al collo. Suonano come verità. E la verità, si sa, ha sempre il brutto vizio di dare fastidio.
Ha parlato di uomini, donne e bambini cancellati dalla loro stessa terra, da una patria che ormai non ha più linee di confine se non quelle tracciate dalle bombe, dai muri, dai fili spinati, dai campi dove si ammassano vite in attesa che qualcuno decida se meritino ancora di essere chiamate vite. E mentre lo ascoltavo pensavo a quanto sia feroce il nostro tempo, che riesce perfino a trasformare l’orrore in abitudine, il dolore in statistica, la pietà in sospetto. Prima li facciamo soffrire, poi pretendiamo anche di giudicare il modo in cui soffrono. Un capolavoro di disumanità.
Eppure, in mezzo a questo misero spettacolo di egoismi nazionali, frontiere sacralizzate, governi che parlano di sicurezza mentre violentano la giustizia, esistono ancora voci che non si piegano. Esistono ancora uomini come Ai Weiwei, che non si lasciano addomesticare, che continuano a dire che stare dalla parte degli ultimi non è folklore né ingenuità. No. Stare da quella parte è una scelta politica, umana, perfino fisica. Ed esistono ancora persone comuni, che da quella parte ci stanno senza ambiguità, senza il bisogno di sembrare neutrali per risultare rispettabili. Perché certe volte la neutralità non è equilibrio, è solo una forma educata di complicità.
Per questo, uscendo da lì, ho sentito dentro una convinzione ancora più netta, se possibile. Che anche se oggi siamo minoranza in questo pezzo di tempo isterico e smemorato, anche se ci tocca assistere ogni giorno al trionfo del cinismo, della paura venduta come saggezza, della crudeltà spacciata per realismo, noi sappiamo da che parte stare. E continueremo a starci. Dalla parte di chi viene respinto, umiliato, affamato, cancellato. Dalla parte di chi non smette di chiamare le cose col loro nome. Dalla parte di chi considera la dignità umana non una clausola opzionale, ma il centro di tutto.
Siamo e saremo, Ai Weiwei e tutti quelli come lui, tutti quelli come noi, dalla stessa parte della storia. Che non è la parte dei vincitori di giornata, dei governanti di passaggio, dei professionisti del consenso e dei mercanti di paura. È la parte giusta. Quella che magari perde nel presente, viene derisa, isolata, fatta passare per ingenua, ma alla lunga resta l’unica in cui valga la pena vivere ed abitare. È la parte rossa, sì. Quella ostinata, forse imperfetta, certamente umana. Quella che continua a stare, ingenuamente ma testardamente, sempre e per sempre a sinistra del cuore.
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