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Paranoid Park

Un film di Gus Van Sant. Con Gabe Nevins, Scott Green, Jake Miller, Dan Liu, Taylor Momsen, Lauren Mc Kinney, Olivier Garnier.

di Antonio Cavallaro - mercoledì 19 dicembre 2007 - 4546 letture

Alex è un sedicenne di Portland, un giorno decide di andare insieme al suo amico Jared per la prima volta a Paranoid Park, un luogo dove skaters come loro si esibiscono in mirabolanti evoluzioni sfidando l’irregolare struttura architettonica del posto, attorno si raccoglie una umanità fatta di vagabondi, ragazzi inquieti o perduti (“altro” resta ai margini della macchina da presa); Paranoid Park è un luogo conradiano, una linea d’ombra. Come ha ammesso lo stesso Van Sant è la metafora del passaggio alla vita adulta. Una sera Alex va da solo a Paranoid Park, conosce un ragazzo con cui decide di saltare su un treno in movimento, involontariamente Alex causa la morte di un sorvegliante delle ferrovie che li ha scoperti.

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Di questo film si è detto “Delitto e castigo ambientato a scuola”: Alex cerca espiazione ma non riuscirà ad averla, proverà a raccontare la colpa, a liberarsene, ma brucerà le pagine della sua confessione. Alex (interpretato dal bravissimo Gabe Nevins) dopo la tragedia andrà in giro con l’inespressiva maschera del suo volto, l’indifferenza di chi è “altrove”: il divorzio dei genitori, la prima volta con la sua ragazza Jennifer, i vomiti e le assurde storie del fratellino. Ed è in questa chiave che Paranoid Park compie uno scatto rispetto a quel capolavoro di film che è Elephant (meraviglia cinematografica di Van Sant che racconta la tragedia della scuola di Colombine attraverso i suoi giovani protagonisti), ed è uno scatto morale.

Sebbene anche in questo film con maestria Gus Van Sant tracci un quadro efficacemente rappresentativo del mondo adolescenziale senza scendere in tentativi d’analisi, non si può ignorare un alzo di tiro rispetto al film del 2003. Se in Elephant i genitori e gli altri adulti non avevano un volto, in Paranoid Park vengono mostrati, i genitori come i professori e i poliziotti hanno una fisionomia, sono tonici e giovanili (sono i nuovi genitori delle famiglie che saranno) ma si rivelano deboli. La mamma nei suoi jeans attillati sembra saper dire solo ok, ok ripete in continuazione, e il padre (impomatato tatuaggi&muscoli) chiede ad Alex di dirgli cosa fare per il bene suo e di suo fratello. Lo scatto è morale e parrebbe sottintendere un principio d’accusa.

Alex decide di non liberarsi della sua colpa, non ha fiducia né sente di poter trovare in chi gli sta intorno quel conforto o quella comprensione che possa alleviare la sua disperazione, disperazione che resta interiore e affiora solo in alcune bellissime scene, dove il lirismo emotivo è affidato alla macchina da presa mossa dal talento di Van Sant. Brucia nel finale la lettera di confessione di Alex, le pagine vengono piegate e poi gettate nel falò, Alex è altrove mentre compie quei gesti questa è la fine del film, non ci è dato sapere se la linea d’ombra di Paranoid Park consegnerà Alex all’indifferenza del mondo adulto (fatta di rassegnazione e compromessi più morali che materiali) o lo divorerà giorno dopo giorno.

Gus Van Sant, ormai da qualche anno al culmine della sua maturità artistica, è divenuto un autentico maestro nel saper infondere grandissima intensità a racconti di breve durata, i suoi film sono piccoli gioielli sbalorditivi. Paranoid Park dura poco meno di un’ora e mezza , ma si resta stupefatti di fronte al grande disegno ordito dal regista: dal montaggio (ormai quasi un elemento distintivo) che alterna e spezza la continuità lineare degli eventi, essenziale per creare nella trama dapprima quel senso di smarrimento che è dello spettatore e del protagonista, per poi esaltare il crescendo emotivo della vicenda; alla colonna sonora (scostante, curata, ben documentata e sorprendente), che in questo film tende ad estremizzare con successo, quanto già sperimentato in quell’altro capolavoro che è Last Days.

Complice prezioso, si rivela il lavoro del direttore della fotografia, l’australiano Cristopher Doyle (alla prima prova significativa dopo la separazione professionale da Wong Kar Way), capace di rendere con i suoi obiettivi quell’impressione di normalità, di veridicità, che il regista vuol mostrare in tutte le ambientazioni; straordinarie le riprese effettuate sullo skateboard.

Come recita la battuta tormentone del film, “non si è mai pronti per Paranoid Park”.


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Paranoid Park
30 marzo 2008

le immagini sugli skateboards le ha girate Rain Kathy Li (in Super-8) non Christopher Doyle (il quale ha girato la fotografia principale in 35mm)