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Palingenesi di Battiato

di Sergej - martedì 18 maggio 2021 - 1082 letture

Vi è una differenza profonda tra la mistica e la teologia. La teologia ha la certezza del suo soggetto, e trae da essa l’assertività totalizzante (e totalitaria) che non può ammettere repliche. La mistica, nella nostra accezione - dacché esiste anche una mistica fanatica, che eccelle come del resto tutti i fanatismi della prevalenza del cretino - nasce dal dubbio e dalla mancanza, è la ricerca di un completamento - ma proprio in quanto ricerca, conosce l’ironia oltre che la metafora dello smarrimento. La teologia è per gli individui tutti d’un pezzo (e che pezzo siano solo i posteri sono in grado di dirlo); il mistico cerca una salvezza negli anfratti ambigui della realtà. La questione fondamentale è una sola: il teologo non ammette l’arguzia, lo scarto ironico, non ha humour. Mentre invece l’humour, il sorriso, può essere del mistico.

Con Franco Battiato l’epoca complessa nata dalla crisi petrolifera e che ha imposto la ristrutturazione capitalistica degli anni Settanta, in Occidente, con i conati che ci hanno condotto dal terrorismo alla P2, dall’iperinflazione che ha accentuato le sperequazioni sociali alla Milano “da bere” e alle monetine dell’Hotel Rafael - questa epoca, dicevamo, ha conosciuto un assaggio mistico. “Il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” è il pensiero post-moderno che ritrova nell’ironia delle forme arcaiche - compreso il pensiero negativo della proverbialità pre-industriale -, “prealessandrine”, motti di autodifesa e zattere per naufraghi sopravvissuti all’apocalisse atomica. La canzonetta - quella dei Righeira, di Battiato, di Camerini, di Rino Gaetano, di Sergio Caputo, è la risposta più seria che sia data al crollo dei miti (prima del crollo dei muri) dopo le devastazioni operate dai teologi. Noi che si sentivamo orfani e naufraghi abbiamo sentito quanto di liberatorio proveniva da queste canzonette.

Il percorso personale di Battiato è stato il percorso dell’emigrato siciliano della sua epoca. Un po’ Emilio Fede e un po’ Mughini (per un certo periodo i due si somigliarono, per via d’occhiali), un po’ Fiorello e un po’ Corona, un po’ Pippo Baudo (a cui cominciò a somigliare fisicamente in vecchiaia, ma con diversa espressione del sorriso). E mentre Sciascia frequentò i salotti milanesi, Battiato una generazione dopo, frequentò l’ambiente musicale e quello dell’industria pubblicitaria. Nei panni della checca eccentrica, seduto sul divano [1] divenne famoso prima che per i trascorsi con Gaber (che lo aiutò). Battiato ebbe il dono di saper ironizzare sulle sue stesse fisse - ma di continuare con le sue fisse, con amore tenace. Preso da “perduto amor” per la mistica, di cui si fece mistico - mistico per la mistica -, ma graziaddio sorridente. Nella ricerca, nel percorso, il dono di volere la collaborazione con gli altri - si pensi a Giusto Pio, a Manlio Sgalambro; ma anche ad Alice e agli altri artisti e musicisti che collaborarono con lui, molti gli debbono qualcosa. Se ha ragione Battiato, ci ritroveremo presto di nuovo assieme a lui e oltre lui. Mentre le cose che di Battiato ci facevano vibrare altro non erano che le reincarnazioni di Battiato in noi, e di noi in Battiato. Così che una cosa sola possiamo oggi dire: che Battiato non è morto.


Cuccurucucucu Paloma / di Piero Buscemi


[1] Il divano Busnelli: cfr: https://www.dagospia.com/mediagallery/Dago_fotogallery-132460/586903.htm -


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