Pace sulla Terra, pace con la Terra
Vittorio Agnoletto racconta il Social Forum Mondiale di Cotonou
Il XVII Social Forum Mondiale, svoltosi a Cotonou, in Benin, ha segnato il ritorno di uno dei più importanti spazi internazionali di confronto tra movimenti popolari, organizzazioni contadine, sindacati, reti femministe, ambientaliste e realtà impegnate per la giustizia sociale. Un forum profondamente africano, nel quale oltre l’80% delle iniziative è stato promosso da organizzazioni del continente e quasi 400 realtà provenivano da altri Paesi africani. Al centro dei lavori, la denuncia del neoliberismo e dell’estrattivismo, la difesa della sovranità alimentare, la lotta al cambiamento climatico e la costruzione di un nuovo internazionalismo dei movimenti.
Laura Tussi ha intervistato Vittorio Agnoletto, medico, docente e storico protagonista del movimento dei Social Forum, che a Cotonou ha partecipato ai lavori dell’assemblea internazionale. Ne emerge un’analisi severa sulle nuove forme di colonialismo, sulla svolta autoritaria del Benin e sulla necessità di rilanciare una rete globale capace di contrastare il potere della finanza e delle multinazionali.
Durante il Forum si è parlato molto del legame profondo tra la lotta per la pace e la denuncia delle nuove forme di dipendenza economica. In che modo il neoliberismo contemporaneo si intreccia con le nuove dinamiche di colonizzazione del continente africano?
L’appello “Pace sulla Terra, pace con la Terra” è nato nell’assemblea plenaria delle carovane organizzate dagli attivisti di associazioni impegnate nella difesa della terra contro l’estrattivismo e nella tutela della sovranità alimentare. Queste carovane sono partite da undici diversi Paesi dell’Africa occidentale e sono confluite a Cotonou per celebrare i dieci anni del Movimento per la Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua.
Il documento finale afferma con chiarezza che al centro dell’azione politica devono esserci la lotta contro il cambiamento climatico e contro il land grabbing, l’accaparramento delle terre praticato dalle multinazionali e dalle grandi potenze economiche. Allo stesso tempo chiede lo stop alle guerre e ai conflitti armati, perché questi alimentano ulteriormente le disuguaglianze globali.
Quando il Forum parla di “pace con la Terra” propone una riconciliazione tra esseri umani, specie viventi e ambiente, fondata sulla difesa dei beni comuni contro lo sfruttamento intensivo del pianeta. Gli obiettivi sono molto concreti: promuovere l’agroecologia, rafforzare la sovranità alimentare, denunciare il debito illegittimo e l’impatto dei modelli estrattivisti, ma soprattutto decolonizzare la cooperazione internazionale, restituendo alle comunità locali il diritto di decidere sulle scelte che riguardano il proprio territorio. È una piattaforma politica che unisce la difesa della terra, dell’acqua e delle sementi come beni essenziali per la vita.
Dal punto di vista dei contenuti ecologici e sociali, quale importanza riveste proprio questo appello “Pace sulla Terra, pace con la Terra” elaborato dai movimenti e dalle resistenze sociali?
La sua forza sta nel superare la separazione tra ecologia e giustizia sociale. Non si tratta soltanto di difendere l’ambiente, ma di mettere in discussione un modello economico che trasforma la natura, il lavoro e perfino il cibo in merci. L’appello collega la crisi climatica, le guerre, il debito e il colonialismo economico dentro un’unica analisi politica.
Per questo insiste sulla sovranità alimentare, sull’agroecologia e sul protagonismo delle comunità locali. La pace non viene intesa come semplice assenza di guerra, ma come giustizia ambientale, autodeterminazione dei popoli e difesa dei beni comuni. È probabilmente uno dei documenti politici più significativi usciti da questa edizione del Social Forum, perché nasce direttamente dalle esperienze di resistenza dei territori africani.
L’avvio del Forum in Benin è stato segnato da un duro braccio di ferro con le autorità locali, tra divieti, espulsioni e tensioni poi superate grazie alla mobilitazione. Questo dimostra che i movimenti sociali continuano a fare paura ai poteri forti?
Per capire quel conflitto bisogna comprendere la natura stessa del Forum. Era un Forum mondiale, certamente, ma soprattutto un Forum africano. Più dell’80% degli incontri era promosso da organizzazioni africane e quasi quattrocento associazioni provenivano da altri Paesi del continente. L’Africa non era soltanto il luogo dell’evento: era il soggetto politico del dibattito.
Questi movimenti mettono sotto accusa il modello di sviluppo imposto dalle leadership nazionali, spesso completamente subordinate agli interessi delle multinazionali occidentali e delle grandi potenze. Quando parlano di difesa della terra, di sovranità alimentare, di istruzione pubblica, di autodeterminazione delle donne e di pace, propongono un linguaggio radicalmente diverso da quello dei governi.
La vera novità è stata la doppia convergenza. Da una parte movimenti differenti – contadini, ambientalisti, sindacati, reti femministe, pacifisti, realtà contro l’estrattivismo – hanno costruito un fronte comune. Dall’altra, organizzazioni simili provenienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale e centrale hanno iniziato a coordinarsi oltre i confini nazionali. È proprio questa convergenza che spaventa il potere.
Il governo del Benin aveva inizialmente proibito il Forum, negando persino l’utilizzo dell’università già concordata. Sono stati espulsi attivisti haitiani, rimpatriate delegazioni europee e bloccate alcune carovane africane. Era un messaggio chiarissimo: ricordare ai movimenti chi detiene il potere.
Tutto questo avviene dentro una preoccupante involuzione autoritaria. Le recenti elezioni si sono svolte con l’esclusione di numerosi partiti di opposizione e il precedente presidente ha creato un Senato nominato, destinato a esercitare un forte controllo sulle istituzioni democratiche. Solo quando la repressione ha suscitato critiche internazionali il governo ha autorizzato, dal terzo giorno, lo svolgimento del Forum. Ma il segnale intimidatorio era già stato lanciato.
Un dato che ha fatto discutere è stata la scarsa partecipazione dei movimenti sociali e dell’opinione pubblica occidentale. Come interpreta questo distacco dai grandi appuntamenti del Sud globale?
È sicuramente uno dei limiti emersi e non l’unico. Infatti, credo che andrebbe osservato con attenzione un fenomeno spesso sottovalutato: quello della Generazione Z. Negli ultimi anni i giovani hanno animato mobilitazioni enormi in Asia, dal Bangladesh all’Indonesia e alle Filippine, in America Latina e soprattutto in Africa, dal Kenya al Madagascar fino al Marocco.
Nel Forum queste esperienze sono rimaste sullo sfondo e non sono diventate un tema centrale di riflessione. È stata una mancanza importante, perché proprio lì esistono energie straordinarie con cui costruire reti internazionali. Dovremmo considerare quei movimenti come alleati naturali nella battaglia contro l’attuale modello di sviluppo neoliberista e nella costruzione di una nuova solidarietà globale.
Qual è l’eredità politica più importante che lascia il Social Forum Mondiale di Cotonou e quale futuro immagina per questo processo?
Il Forum ci consegna innanzitutto una certezza: le risorse umane per cambiare il destino del mondo esistono. Il problema non è la mancanza di persone impegnate, ma la nostra capacità di costruire reti, individuare obiettivi comuni e sviluppare strategie condivise. Ogni partecipante scopre di non essere solo, che la propria lotta appartiene a un movimento molto più grande.
Allo stesso tempo emerge con forza la necessità di rinnovare profondamente lo strumento dei Social Forum. Non basta più incontrarsi ogni due o tre anni. Il prossimo appuntamento sarà probabilmente nel 2029 in America Latina, ma da qui ad allora abbiamo bisogno di campagne comuni, mobilitazioni globali e iniziative coordinate.
Anche il Consiglio Internazionale deve cambiare: va allargato, includendo i principali movimenti che si battono per la giustizia sociale e climatica in tutti i continenti, e deve tornare ad avere la capacità di proporre giornate mondiali di lotta.
L’ultimo grande momento di mobilitazione globale rimane il 15 febbraio 2003, quando oltre cento milioni di persone scesero in piazza contro la guerra in Iraq, in risposta all’appello lanciato dal Forum Sociale Europeo di Firenze. Il New York Times definì allora quel movimento “la seconda superpotenza”. Da quel momento, però, non siamo più riusciti a costruire vertenze mondiali della stessa forza, mentre il capitale finanziario ha concentrato sempre più potere nelle mani di pochi grandi fondi internazionali.
Per questo dobbiamo ripensare la nostra organizzazione. Non si tratta di creare nuove strutture piramidali, ma di coordinare efficacemente le lotte, perché l’avversario è globale e il tempo che abbiamo davanti, per il bene del pianeta e dell’umanità, è purtroppo molto breve.
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