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PATRIA di Felice Farina alla Mostra del cinema di Venezia

“Patria” fa tesoro del libro di Deaglio, annettendo risvolti umani mediante quadretti di dolorosa e talvolta ironica microstoria.

di Armando Lostaglio - mercoledì 10 settembre 2014 - 5399 letture

La rassegna veneziana Giornate degli Autori offre come di consueto opere di riflessione sulla contemporaneità, di carattere socio-politico e di varia umanità. Il film presentato da Felice Farina PATRIA prende spunto dal libro di Enrico Deaglio "Patria 1979 - 2010" un ponderoso volume di 900 pagine, (edito da Il Saggiatore) nel quale si analizzano con puntiglio le vicende dolorose degli ultimi 30 anni di storia italiana, dalla politica agli intrecci con la malavita organizzata, dalle stragi agli occultamenti del sistema deviato in questa nostra patria. Nel confortante panorama offerto dal cinema italiano alla 71. Mostra di Venezia, spiccano anche altri titoli di riflessione sugli inquietanti decenni alle spalle, come hanno fatto Sabina Guzzanti (con “La trattativa”) e Franco Maresco (con “Belluscone”).

E così, mentre le immagini scorrono, nell’intervallarsi del racconto umano dei tre protagonisti del film di Farina, ci chiediamo: ma davvero è successo tutto questo? Noi c’eravamo, lettori o spettatori di una cronaca che la televisione e i giornali ci raccontavano. Si comincia con l’assassinio di Aldo Moro nella prigione del popolo, nell’anno che ha cambiato tutto, il 1979, ma i germi si evidenziano ben prima. E poi, l’ascesa della mafia, il rapporto stretto tra crimine e potere, le stragi e l’immane patrimonio occulto che li hanno accompagnati. I capitani dell’industria tra sogni e corruzione, la fine ingloriosa della Prima Repubblica, l’ascesa della televisione e del suo padrone, il Nord conquistato dalla Lega, il nuovo potere del Vaticano, la crisi di oggi. Il film di Farina appare quantomeno godibile, riflessivo e carico di ricordi “nostri”, non soltanto di quella generazione che in maniera diversa li ha vissuti, ma utili a capire (specie per le nuove generazioni) dove e come siamo arrivati alla deriva, consapevoli da dove la barca Italia è partita.

“Patria” fa tesoro del libro di Deaglio, annettendo risvolti umani mediante quadretti di dolorosa e talvolta ironica microstoria. E’ sicuramente l’incertezza del futuro lavorativo di centinaia di dipendenti di aziende, sull’orlo di una crisi perdurante, a fare spesso da filo conduttore. Il film prende spunto da uno sciopero spontaneo di un dipendente (di destra ed afflitto dalla mania del calcio, giocato dagli altri) che veste i panni di un credibile Francesco Pannofino. Perde il lavoro con una trentina di colleghi in una azienda del Nord, non vuole arrendersi e sale sulla torre più alta della fabbrica, nella indifferenza e scetticismo dei suoi colleghi alle prese con trattative e confronti. Attende che sua eccellenza la "Televisione" gli faccia il regalo di rendere nota la vicenda dell’ennesima chiusura aziendale e della angosciante perdita di lavoro.

La vicenda si ricompone mediante la presenza del sindacalista Giorgio (un sempre bravo Roberto Citran) che salirà anche lui sulla torre ma per persuaderlo a scendere: si scambiano accuse e talvolta comprensioni e affetto. Ad essi si aggiunge anche Luca, ipovedente un po’ autistico ma ben informato (come da telequiz) sulle vicende del nostro paese, non solo di "Belluscone", ma da dove è partito il tutto. Il finale del film ci offre la piacevole sorpresa che la vicenda dei tre protagonisti sulla torre della fabbrica è sostenuta dalla realtà: infatti, la fabbrica anziché chiusa, viene rilevata da una gestione comune degli operai, per iniziativa del sindacalista e quindi potrà mantenere i livelli occupazionali.


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