"Ossidiana", la visione del reale in Piero Buscemi
"Ossidiana", romanzo breve di Piero Buscemi (ed.Nuovi Autori, 2001 - Collana "Parla un uomo")
L’arsura di verità divora il tempo, le giornate, il pensiero. Dove trovare la verità è un problema, un assillo costante che solo una salvifica ironia può tentare di tenere a bada. Il personaggio di “Ossidiana”, romanzo breve di Piero Buscemi (ed.Nuovi Autori, 2001- Collana Parla un uomo”), non sempre ci riesce. E i velleitari messaggi al mondo sono sigillati con un ‘pisciamoci sopra’, l’atto simbolico e reale al contempo di svuotare la vescica insostenibilmente gonfia.
Monologo in cerca di interlocutori che è tentativo (riuscito) di darsi voce, esternare il malessere di vivere. Lo scenario è la provincia o la piccola città, quella che si porta addosso come un cattivo carattere o un rimasuglio appiccicoso, “Rinnegare se stesso o storpiare i dialetti, non basta a far nascere un nuovo individuo; c’è qualcosa nel D.N.A. che ti salda all’origine”, dice l’io narrante, da che il viaggio è l’esodo che sa “di fuga e odore di sterco”.
Le immagini sono forti, lo stile è graffiante, atto a spellare e fare saltare la vernice di tanto perbenismo ipocrita. La sicilianità è colta come bagaglio mistificatorio e ingombrante - “Dovevamo restare a contemplare il silenzio della notte, offeso dalle cazzate dell’adolescenza e scimmiottare i perduti della piazza con le loro mani incrociate dietro la schiena, ad inscenare l’oratoria della cultura.“
Il pregio di questo autore è, a mio avviso, l’anti- sicilianità, l’anti-elegia, il timbro anarchico che da tutto dissente, la dissacrazione della condizione d’essere siciliani come pregio, peculiarità eccellente dai più spacciata come il migliore dei mondi possibili. Buscemi conosce e pratica l’infedeltà ai dettami triti dell’isola in cui vive, fedele solo alla lingua e al dialetto, quest’ultimo in lacerti, frasi, locuzioni o una parola appena come intermezzo da coloritura salace per rafforzare, fare risaltare il rifiuto, il disgusto e la disillusione.
E scrive, sommo sfottò, “di sbronze di snobismo”da annacquare, di “ipocriti rifugiati in culture assecondatrici” con rabbia sincera a fronte della insincerità sterile buona per ogni occasione.
Una visione del reale asciutta, efficace a rendere il senso di spiazzamento che una lucida consapevolezza acutizza, come del resto la sessualità esibita in parole, allusioni, gesti, rituale non bastevole per dirsi vivi, pulsanti. La dura, tagliente ossidiana vetrosa eruttata dal vulcano è questa scrittura incisiva che scardina certezze acquisite e dissoda la mente.
Una scrittura contro l’inautenticità, infine, una domanda necessaria che “Nasce dal di dentro, giorno dopo giorno. (...). Guardi gli altri intorno a te, assaporando le differenze che ti allontanano dal branco e te ne fotti delle etichette da dietrologia che alternativamente alla faziosità, t’incollano addosso”.
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