Onestà e zelo di un magistrato: intervista a Marene Ciaccio Montalto
"Io sono stata investita dal fenomeno mafia nel peggior modo possibile e quanto è accaduto dopo sicuramente non ha agevolato"
A chi ama l’eroismo – quello degli altri, intendo –, forse la lucida riflessione di Maria Irene (Marene) Ciaccio Montalto non piacerà. Non piacerà perché, con ritmo pacato, sobrio, a tratti rallentato e pensoso, mai di facciata, la mia interlocutrice smonta un certo l’armamentario retorico che è stato costruito, nei decenni, attorno a chi, svolgendo fino in fondo il proprio compito, ha pagato con la vita.
Lei è la figlia di un magistrato, Giangiacomo, nato a Milano, ma operante, a lungo, a Trapani, la provincia silente e indifferente, la banca della mafia, la provincia della più grande raffineria d’eroina italiana e tra le più grandi d’Europa, la provincia dei Messina Denaro, dell’omicidio di Mauro Rostagno e del tentativo di omicidio di Carlo Palermo, giudice che aveva sostituito Giangiacomo Ciaccio Montalto; attentato che costò la vita a una giovane donna, Barbara Rizzo e ai suoi due figli, Giuseppe e Salvatore Asta, di sei anni. Trapani, crocevia di droga e armi, di circoli massonici e incontri neri, di un tribunale nel quale, poche settimane prima che venisse ucciso, Giangiacomo inveiva contro un collega ad alta voce, dopo averne individuato le relazioni torbide con la mafia: «siete tutti collusi».
Il padre di Marene morì il 25 gennaio 1983. Ucciso a Valderice (TP), in auto, nel silenzio del vicinato, che non udì nulla quella sera, per quanto l’appartamento in cui viveva da qualche mese fosse in pieno centro abitato. Quella sera, come altri familiari di vittime delle mafie hanno osservato, ha rappresentato una linea discriminante per la mia interlocutrice, un prima e un dopo. A partire dal fatto che la madre, con lei e le altre sue due sorelle, decise di trasferirsi, perché le minacce continuano anche dopo la morte del magistrato. Andarono a Parma, dove Marene tutt’ora vive.
È una conversazione attraversata da tanti sentimenti, affettuosi, a volte, e, a volte, indignati, sempre con la misura di una dignità non scalfita dai fatti e dalle strettoie a cui è sottoposta una persona che perde, a dodici anni e in quel modo, un padre che amava, con il quale scendeva nei fondali marini, con il quale ascoltava Beethoven e Bellini, a cui l’uomo aveva dedicato, da musicofilo colto, due saggi. Marene racconta della figura del padre, con un’amarezza e un amore profondi, e racconta della figura del magistrato, precisando, fin dall’inizio, che quanto afferma è frutto di ricostruzioni retrospettive, di informazioni giunte da terzi.
Racconta di un iter giudiziario che si conclude con una verità «che abbiamo presa per buona». Una frase che vale la persona, raggrumata in un dolore lucido, consapevole, venato di ironia composta. Non c’è nessuna rivolta aperta, in quella frase, nessuna volontà di ribaltare un verdetto che lascia profondamente insoddisfatti, perché le indagini del padre avevano aperto tanti filoni complessi e delicati: le «connessioni tra la mafia siciliana e gli Usa, i servizi segreti, il traffico di armi». Il verdetto finale, invece, ha condannato Totò Riina, quale mandante, e Mariano Agate, quale esecutore materiale; le motivazioni del primo sarebbero da rinvenirsi, tra le altre cose, nel fatto che Ciaccio Montalto ne aveva fatto arrestare uno zio e rischiava di andare a indagare – se fosse riuscito a trasferirsi a Firenze, com’era in procinto di fare – sugli affari toscani della famiglia corleonese.
Un po’ poco. Un po’ poco per un evento così totalizzante come la morte di un padre. Un po’ poco per la morte di un magistrato che, in un Paese che dimentica in fretta e forse anche per il silenzio dei suoi familiari, alieni dal discorso pubblico, vide il suo nome scendere nell’oblio. E così si affievoliva il ricordo di un professionista caratterizzato da un’attività d’indagine accurata, meticolosa, innovativa, ma densa di amarezze, visto che, quelli che Ciaccio Montalto faceva arrestare la sera, il mattino dopo si trovavano scarcerati.
È difficile rendere per iscritto il timbro di voce, le pause, le esitazioni a fronte di domande dalla risposta incerta o aperta, il tono ancora vagamente adolescente e carico delle emozioni e dei sentimenti di un tempo di Marene Ciaccio Montalto. A tratti, durante la conversazione, l’impressione è stata quella di decenni mai passati, ancorati là, a una storia che lei ha cominciato a narrare pubblicamente solo a partire dal 2013. Un racconto che la mia interlocutrice ha, a lungo, ritenuto di non dover affrontare: «io non ho mai pensato di aver perso un magistrato, ho sempre pensato di aver perso un padre». Dunque, quella di Giangiacomo era e doveva restare una questione privata.
Poi, con il tempo, ha compreso che non era del tutto così, che quell’uomo non meritava, dopo l’omicidio, la colpevolizzazione immediatamente successiva al delitto – in Sicilia si muore sempre per questioni di fimmine – e un verdetto giudiziario parziale, anche l’oblio. Ha iniziato a narrare, Marene, più a suo agio nelle scuole che nelle commemorazioni ufficiali, più tra gli adolescenti, con i quali sentiva e sente empatia, che in alcuni riti ingessati e vuoti, contenitori che sono essi stessi il contenuto.
E l’eroismo a cui si è fatto cenno all’inizio? C’entra. È forse la parte più pregante e dolorosa del discorso della mia interlocutrice, come si avrà modo di leggere nell’intervista integrale allegata all’articolo. Marene Ciaccio Montalto si domanda se la morte del padre sia servita a qualcosa. «Ne è valsa la pena», si chiede. E risponde.
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