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Omicidio Attanasio, cala il sipario sulle indagini italiane

A oltre cinque anni dall’agguato in cui persero la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e l’autista del Pam Mustapha Milambo...

di Laura Tussi - lunedì 7 settembre 2026 - 487 letture

A oltre cinque anni dall’agguato in cui persero la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e l’autista del Pam Mustapha Milambo, la vicenda giudiziaria italiana sembra destinata a chiudersi senza colpevoli definitivi.

La Procura di Roma ha infatti avanzato la richiesta di archiviazione per il secondo filone di indagine aperto sul triplice omicidio avvenuto nel febbraio del 2021 nella Repubblica Democratica del Congo. La motivazione ufficiale alla base della decisione dei magistrati è la totale mancata collaborazione da parte dell’autorità giudiziaria di Kinshasa, un ostacolo che ha impedito di far luce sui mandanti e sui dettagli rimasti oscuri dell’attacco.

La notizia ha provocato reazioni profonde e contrastanti tra i familiari delle vittime, che continuano a chiedere verità e giustizia. Da un lato, i legali della famiglia Attanasio scelgono la via della determinazione: l’obiettivo non è arrendersi, ma analizzare a fondo gli atti depositati dalla Procura per individuare eventuali lacune e presentare un’opposizione formale al giudice per le indagini preliminari, suggerendo nuove piste e approfondimenti investigativi. Dall’altro lato, il dolore si trasforma in aperta polemica con le parole di Dario Iacovacci, fratello del carabiniere ucciso, che bolla la richiesta di archiviazione come l’ennesima conferma del disinteresse dimostrato dalle istituzioni italiane e dalla filiera statale. La famiglia Iacovacci punta il dito anche contro la decisione dello Stato, del Ministero della Difesa e dell’Arma dei Carabinieri di non costituirsi parte civile nel processo, considerata fin dall’inizio il segnale di un percorso ritenuto scomodo da molti, a cui si aggiungono le difficoltà economiche legate al mancato rimborso delle spese legali.

L’iter giudiziario legato a questo tragico evento si è rivelato fin da subito complesso e frammentato, diviso in tre differenti inchieste. L’unico capitolo processuale che sia arrivato a una sentenza definitiva resta quello celebrato nell’aprile del 2023 dalla Corte militare di Kinshasa. In quell’occasione, sei uomini furono condannati a morte — pena successivamente commutata in ergastolo su richiesta delle famiglie delle vittime e dello Stato italiano — con l’accusa di essere gli esecutori materiali dell’agguato. Tuttavia, fin da subito quel verdetto era stato accompagnato da pesanti ombre e perplessità: diversi imputati avevano infatti denunciato di aver subito violenze per estorcere confessioni firmate senza neppure poterle leggere, e in un caso era emerso che uno degli accusati si trovava addirittura in carcere il giorno in cui si consumò la tragedia.

Con la richiesta di archiviazione in Italia, la ricerca della verità rischia ora di arenarsi definitivamente, lasciando aperte ferite profonde e interrogativi senza risposta sul campo geopolitico e istituzionale che circondò quella drammatica missione nella foresta congolese.

Lo Stato italiano tace su una vicenda che evidentemente imbarazza. L’Ambasciatore ed il Carabiniere erano due servitori dello Stato caduti in servizio nell’adempimento del loro dovere. L’Ambasciatore è il rappresentante dello Stato, è il rappresentante di tutti noi. Ergo, lo Stato non può ignorare la vicenda, ha l’obbligo morale di cercare la verità. Se si volta dall’altra parte fingendo che nulla sia successo, dimostra tutta la Sua debolezza nel contesto internazionale.

Uno Stato rispettabile deve pretendere la collaborazione delle Istituzioni internazionali, se abdica in favore dell’indifferenza, perde credibilità.


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