Ogni giorno, ogni ora, ogni attimo
Per Cristina Campo il linguaggio è bellezza che racchiude e rivela echi di dimensioni altre, il linguaggio per coloro che sanno ascoltare è il ritmo della nobiltà negata dall’essere umano.
L’umanità è linguaggio e con la lingua vissuta si apre un varco per le dimensioni plurali della realtà. Il linguaggio è il passaggio verso la metafisica. La lingua viva è ponte che consente di toccare le vite degli altri e di disporsi all’ascolto delle “dimensioni esistenziali altre”.
L’apertura all’altro è la condizione perché il linguaggio con un processo di autoriflessione si inerpica nella verticalità per cogliere i principi primi con cui porre in atto la prassi politica. Lo scandalo dinanzi al male ha il suo fondamento nella chiarezza che la natura umana è etica, razionale e solidale. Il male con il suo corollario di assassini e distruzioni è irrazionale.
Il linguaggio ha lo scopo di determinare i fini oggettivi e universali.
L’aggressione al linguaggio è il sintomo del disprezzo verso l’essere umano. Tale grammatica è infiltrante e ha lo scopo di ridurre la condizione umana a processi a “merce” muta, il cui unico valore è nella quantità determinata dal mercato. Non più umani razionali parlanti ma singolarità in vendita e in lotta incapaci di porsi in ascolto e incapaci di “sentire la presenza dell’altro”. La tragedia dei nostri giorni è la vittoria (momentanea) del capitalismo senza limiti. L’odio e l’indifferenza per il linguaggio e per il pensiero comportano la rimozione della poesia. La poesia è oggi relegata ad attività inutile, poeti e poetesse subiscono la dimenticanza e innumerevoli sono gli esempi di poeti rimossi dalla pubblica discussione. Se la poesia tace la violenza impera. Cristina Campo, ne è un esempio paradigmatico, su di lei gravano i pregiudizi laicisti per la sua conversione e per il suo amore per la parola nella quale ritrovare il senso ultimo della realtà.
Nell’ultima intervista nel 1977, quasi un testamento spirituale, Cristina Campo affermò di aver scritto in modo moderato, perché renderemo conto delle nostre parole ad un Dio che si è incarnato e si è mostrato come il Verbo. La nobiltà dell’essere umano è, dunque, nel saper discernere le parole con le quali disegniamo la nostra e le altrui esistenze. La parola è il destino dell’essere umano nell’immanenza e nella trascendenza.
Le parole vuote e violente di un Trump sono le parole di un’epoca segnata dal capitale. Non sono parole ma suoni bellicosi che invitano i popoli a scendere nell’arena delle violenze. Gli oligarchi non possono che sperare nel collasso finale dei popoli per poter sopravvivere al tramonto del capitalismo. Siamo in un tempo di violenza apocalittica e il linguaggio svela la barbarie del nostro tempo.
Se volgiamo lo sguardo al nostro tempo e tendiamo l’udito abbiamo l’immediata consapevolezza dell’Inferno in Terra. Il nostro Inferno è caratterizzato dalle perverse leggi del mercato, siamo in un immenso silenzio urlante nel quale l’essere umano affonda e l’umanità si ritrae fino ad obliarsi nelle transazioni narcisistiche e di borsa. La parola tace, è rotta solo dall’incedere dell’accumulo senza parola perché senza senso. La gravità che schiaccia il mondo e ogni essere umano silenzia la parola e la sostituisce con i suoi surrogati: social, immagine, gesti scomposti fino alla violenza. La menzogna in tal modo avanza in una realtà di esseri umani in cerca dell’umanità negata.
La Tigre del dolore
Cristina Campo pensò e scrisse dell’avanzare dell’irrazionale del calcolo quale succedaneo del linguaggio. Il dolore la tormentò, ma non divenne suddita della sua ferita, in quanto il dolore come tigre con i suoi balzi furenti ci sovrasta e ci tende le sue trappole, ma fin quando la bocca resterà viva e la parola riuscirà a comunicare il dolore e a creare varchi la tigre-dolore non avrà il sopravvento.
Per restare umani è necessario coltivare la parola che lega e comunica con le sue trame con i viventi e con i trapassati. Si convive con gli assalti della tigre possente, ogni esistenza deve accoglierla e confrontarsi nella carne con essa. Si resta umani, se il Verbo resta con noi. Se la parola è sostituita dal silenzio e dal vuoto pensiero la tigre vincerà la nostra umanità. La poesia “La Tigre Assenza” è dedicata ai suoi genitori, alla loro assenza e al dolore che gela per i suoi assalti improvvisi:
“La Tigre Assenza
pro patre et matre
Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera...”
Bellezza
Per Cristina Campo il linguaggio è bellezza che racchiude e rivela echi di dimensioni altre, il linguaggio per coloro che sanno ascoltare è il ritmo della nobiltà negata dall’essere umano. Ella non può non constatare che in una dimensione in cui tutto è in vendita e nella quale si è abbacinati dal veloce transito di merci e desideri la bellezza tace sopraffatta.
La violenza è policefala, essa si materializza negli ordinari genocidi come nei paesaggi sfregiati dalle riqualificazioni urbane. La politica con la sua propaganda trasformistica fino ad arrivare al linguaggio asettico e descrittivo della medicina che riduce il paziente ad organo da cui estrarre plusvalore. In un mondo siffatto pare che non vi sia speranza, invece, malgrado l’incuria la bellezza resta. Si teme più “la bellezza che la morte”, con tali parole Cristina Campo denuncia il potere e l’oppressione nel mondo e sul mondo della sola ragione strumentale.
La bellezza è speranza, perché in essa riluccica la possibilità di un mondo altro e il giudizio verso ciò che la nega. In una realtà senza bellezza non vi è ascolto, la pena è già in questo mondo, la solitudine soverchia ogni vita fino a travolgerla. In A che parlare… la poesia si fonde con la filosofia e con la critica sociale:
“A che parlare...
A che parlare di linguaggio, se non vi sono orecchi?
. . . . . . . . . .
Che c’è da dire se non
che la bellezza è inavvertita, eppure
è in vendita, e mercanzia
sin troppo rapida.
Ma è vero, essi la temono
più della morte, si teme la bellezza
più della morte, più
di quanto non si tema la morte
– o tu, bella –
e si sposano solo per distruggerla
nel segreto, nei loro
interni per distruggerla per nascondersi
(nelle nozze)
mentre distruggono”.
Le due poesie citate sono tratte dalla raccolta La tigre assenza. Il suo poetare è “eterotopia”, se si volesse usare la parola-prospettiva con cui Michel Foucault ha descritto la capacità di ridisporsi in altra prospettiva per vedere ciò che solitamente sfugge ai nostri sguardi e in questo caso al nostro udito.
La poesia in un momento storico in cui pesantemente prevale la deverbalizzazione e il vuoto del concetto ci accompagna nel percorso di recupero della dignità di ogni essere umano oltraggiato dalla negazione della bellezza emancipatrice. La bellezza è forma e parola, in questa arsura di bellezza la poesia può diventare liberazione dalla morte che si infiltra in ogni gesto e parola del quotidiano. Continuare a cercare la bellezza e il senso solidale in una realtà che riduce gli esseri umani a ombre.
Andrea Zanzotto nella poesia E il nome di Maria Fresu disintegrata nell’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna ravvisa la violenza di un’epoca dinanzi alla quale bisogna raccogliere il nostro coraggio per credere e sperare malgrado tutto:
E il nome di Maria Fresu
continua a scoppiare
all’ora dei pranzi
in ogni casseruola
in ogni pentola
in ogni boccone
in ogni
rutto - scoppiato e disseminato -
in milioni di
dimenticanze, di comi, bburp.
La violenza non dev’essere dimenticata, la si deve portare con noi, la dobbiamo pensare e riviverla per poter ritrovare la nostra umanità e vincerla ogni giorno, ogni ora, ogni attimo.
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