«Nulla a che fare con Dioniso»
I Persiani a Siracusa
Teatro Greco - Siracusa
di Eschilo
Con:
Atossa | Anna Bonaiuto
Messaggero | Giuseppe Sartori
Ombra di Dario | Alessio Boni
Serse | Massimo Nicolini
Traduzione: Walter Papini
Regia di Àlex Ollè
La tragedia attica può essere messa in scena in modi e forme assai differenti. Scenografia, abiti, musica, tonalità della recitazione possono essere e sono sempre stati assai diversi. E questo è possibile perché le tragedie pensate e scritte dagli Elleni sono sempre vive.
Nel valutare le messe in scena, uno solo è per me il criterio di giudizio, oltre all’ovvia condizione di base che consiste nel conoscere la tragedia e il mondo dal quale essa scaturisce. Tale criterio è che la messa in scena trasmetta almeno un poco la vibrazione teoretica, lirica, esistenziale dei Greci.
Non avendo potuto assistere alla terza tragedia rappresentata quest’anno a Siracusa, ho accolto con molto interesse l’analisi che Stefano Piazzese - giovane e rigoroso studioso del mondo filosofico e letterario greco - ha formulato. Quanto Piazzese analizza e descrive è semplicemente abominevole, è un indice della profonda arroganza della quale sono a volte vittima i contemporanei.
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Per quanto riguarda la rappresentazione dei Persiani, mi dilungherò un po’. Le confermo che non ha perso molto, anzi qualcosa ha perso: l’occasione di toccare con mano il punto più basso raggiunto, secondo me, nel contesto delle rappresentazioni INDA, in relazione a quelli che lei nell’articolo Le nozze di Ade denuncia come errori di molte interpretazioni contemporanee della tragedia greca. Le potrà sembrare esagerato il mio giudizio, ma le assicuro che è ben fondato, e adesso infatti le elencherò, a mio avviso, gli aspetti più inappropriati di questa rappresentazione che vanno dalla scenografia al copione:
il regista ha avuto la “brillante” idea di proiettare sul grande schermo al centro della scena il video degli attori che recitano in diretta. Il risultato è che lo spettatore rimane per tutto il tempo confuso: non sa se guardare la scena o lo schermo, non sa più se si trova a teatro o al cinema. Questo utilizzo dello schermo è una gravissima scelta registica che compromette la quintessenza del teatro greco-tragico stesso: un conto è adoperare scenograficamente lo schermo come fece Livermore nel 2019 per la sua Elena (sebbene, come sa, fui molto critico a riguardo), altra cosa è proiettare, a parte una pausa, l’intera rappresentazione sullo schermo (le tre unità aristoteliche fondamentali della tragedia diventano sei);
Ollè ha aggiunto dei monologhi (almeno tre, se ricordo bene) al testo della tragedia; altra scelta gravissima almeno per due ragioni: 1) come se la parola di Eschilo non fosse sufficiente e avesse bisogno di aggiunte per essere compresa, apprezzata e per coglierne la perenne attualità; 2) i monologhi aggiunti dal regista hanno lo scopo di orientare la tragedia verso la sua distorta e infondata interpretazione. Si tratta di monologhi imbarazzanti, a tratti sussidiari, di donne che rivolgendosi al pubblico denunciano il fatto che ai mariti sia stato imposto di partire per la guerra o che a causa della guerra siano morti. Monologhi il cui tono e le cui parole sono assai lontani dall’orizzonte culturale greco;
l’interpretazione del regista capovolge totalmente il senso della tragedia eschilea. Come si evince dai monologhi aggiunti, dal finale, soprattutto dal finale (Atossa e Serse che cenano sereni alla faccia di tutti i soldati persiani caduti in guerra – il regista pone in risalto ciò), e dalla scenografia, il significato della tragedia è il seguente: la guerra è terribile e alla fine muoiono solo i soldati, i sovrani si salvano. Ho espresso questo significato in modo semplice ed elementare perché così il regista lo mette in scena e lo trasmette agli spettatori storpiando totalmente il senso della tragedia e riducendola a una contemporanea manifestazione contro la guerra – ne posso accogliere il pensiero, ma, come ci ha ricordato Kerényi, οὐδὲν πρὸς τὸν Διόνυσον;
tra gli elementi più estranei alla grecità e rozzi, un manipolo di manifestanti che irrompe sulla scena gridando “no alla guerra”, con tanto di striscione e fumogeni;
come se tutto ciò non bastasse, il regista commette un altro affronto gravissimo non solo alla tragedia di Eschilo, ma alla tragedia in generale: ha eliminato i cori dalla rappresentazione, le cui parti vengono recitate da una sola persona;
nel grande schermo cinematografico si vede il Messaggero sanguinante oltremodo per una ferita di guerra: qui si manifesta da parte del regista tutta l’ignoranza della tragedia attica poiché, come sappiamo, i Greci mai portarono la violenza sulla σκηνή: nella tragedia essa è invocata, evocata, indicata a cose fatte, raccontata, ma mai messa in scena;
l’enorme tavolo del consiglio di guerra che domina la scena e le alte uniformi degli ufficiali rimandano nell’immediato all’immaginario cinematografico del Pentagono.
Vi sono anche altri punti, ma credo che questi siano sufficienti a restituirle, in parte, il grande vilipendio al mondo greco messo in scena al Teatro Greco di Siracusa. La magniloquenza dei Persiani di Eschilo ridotta a cult americaneggiante. Infine, cosa che non stupisce, il pubblico ha applaudito e ha apprezzato. Perdoni lo sfogo. Purtroppo, quella appena descritta, è una deriva iniziata anni fa, ma ogni anno è sempre peggio.
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