Novecento morti dopo
Storia di una guerra infinita, dove chi paga il prezzo più alto sono sempre i civili.
Gli accordi di tregua li avevano firmati l’11 ottobre. Sei mesi fa. Stop all’invasione di Gaza, corridoi umanitari per portare cibo e farmaci, piano di ricostruzione per quella striscia di Palestina violentata da sempre. E come sempre succede in questi casi, c’erano state le conferenze stampa, le dichiarazioni solenni, gli analisti in televisione che parlavano di “spiragli”, “passi avanti”, “momento storico”. Ormai le guerre hanno pure il loro ufficio marketing.
Solo che da allora per Israele non è cambiato niente: continua a bombardare come se quella firma fosse stata fatta su un tovagliolo dimenticato al bar. E da allora altri novecento gazawi sono stati uccisi. Novecento. Che detto così sembra quasi un dato statistico, una cifra da leggere in fondo a un articolo mentre aspetti il caffè. E invece novecento morti significa novecento bambini, madri, padri, che non ci sono più, uccisi dalla follia di una mente criminale a cui non darò la soddisfazione di dare un nome.
La tragedia è che ci si abitua pure all’orrore. All’inizio ogni bomba sembra un evento eccezionale. Poi diventa routine. Una notifica. Un numero aggiornato. Una grafica televisiva. E mentre Gaza brucia tra l’indifferenza generale, l’esercito israeliano muove le sue pedine in Cisgiordania, giusto per non lasciare l’orrore da solo e per far scomparire dalla mente di chi ancora si illude, l’idea dei due popoli in due Stati.
I coloni avanzano occupando, anzi direi rubando, territori ai palestinesi con una tranquillità che ormai fa impressione proprio perché è diventata normalità. Arrivano, costruiscono, si allargano, protetti dall’esercito. E ai palestinesi resta sempre meno terra, meno spazio, meno futuro, e la terribile sensazione di dover chiedere permesso pure per respirare.
Perché rubare terra oggi non significa soltanto prendersi un pezzo di campagna. Significa togliere identità, memoria, continuità. Significa dire a un popolo: tu qui sei temporaneo pure se ci sei nato e non ci sarà mai una terra dove potrai considerarti casa tua.
E la cosa più inquietante è vedere quanto il mondo sia diventato bravo a scandalizzarsi a fasce orarie. Due giorni di rabbia, tre di indignazione, quattro dichiarazioni ufficiali e poi via, si passa ad altro. Come se anche il dolore avesse una scadenza editoriale. Ma purtroppo il dolore vero non passa quando cambiamo argomento. Resta lì, sotto le macerie, nelle notti senza luce, negli ospedali senza medicine, negli occhi di una madre che continua a chiamare un figlio che non risponde più.
Ed è forse questa la sconfitta più grave: quando chi soffre continua a gridare e il resto del mondo, piano piano, smette perfino di ascoltare.
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