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Notorious di Alfred Hitchcock - Riflessioni a caso

Che emozione si prova quando ci si ritrova a vedere un film come Notorious di Alfred Hitchcock, un rigoroso bianco e nero anni’40?

di Ornella Guidi - martedì 29 agosto 2006 - 5245 letture

Oggi nel cinema l’uso degli effetti speciali vale, spesso, più della qualità della sceneggiatura e della regia stessa, il brillare di questi "effetti speciali" diventa un’attrazione che risplende di luce propria all’interno dei film che sovente ne vengono fagocitati.

In sostanza si privilegiano folli colpi di scena con maschere umane aperte a tutte le variazioni più fantasiose, folli inseguimenti e soluzioni incandescenti, il desiderio è quello di stupire, di meravigliare lo spettatore, attraverso esplosioni, avventure... al limite del verosimile e dell’inverosimile.

Forse sono cambiati i gusti del pubblico, forse ci sono delle naturali ragioni economiche, rimane il fatto che spesso i film diventano contenitori vuoti colorati di mille colori, film a colori appunto, di nome e di fatto.

Naturalmente esiste sempre un cinema diverso che però fa molta fatica ad imporsi anche a causa di circuiti di programmazione inadeguati per spazi e tempi e naturalmente dobbiamo pur riconoscere che gli effetti speciali fanno parte a pieno titolo del grande cinema, tecniche di sperimentazione che oggi con l’elettronica ultima generazione, hanno raggiunto livelli altissimi di qualità a tutto beneficio dello spettacolo e dell’intrattenimento.

Che emozione si prova allora quando ci si ritrova a vedere un film come Notorious di Alfred Hitchcock, un rigoroso bianco e nero anni’40?

Tanta, tanta emozione, un fremito percettibile che fa tendere per l’attenzione i muscoli del viso, che non fa distogliere lo sguardo, catturati dall’assoluta purezza delle immagini realizzate attraverso inquadrature magistrali.

Lo sguardo in questo caso non "subisce" ma segue, si infiltra, si perde... violando lo schermo ed entrando nel film..ancor prima di "vedere" lo spettatore percepisce i passi, il fruscio delle vesti... mentre una sottile ansia fa restare immobili fino all’ultimo fotogramma.

Persino allo spettatore più sprovveduto certo non sarà passata inosservata la rapidità con cui si riesce a percepire da una semplice inquadratura se la pellicola è di qualità o meno, la banalità dell’inquadratura condanna infatti irrimediabilmente certe pellicole alla serie B anche se poi per altri motivi possono diventare generi cult.

Nel film Notorious, girato nel 1946, ci sono tutti gli ingredienti per rendere avvincente una storia: gli intrighi dei "cattivi" che in questo caso sono un clan insospettabile di ex nazisti, l’amore tormentato, la passione fra i due protagonisti celata per quasi tutto il film e rivelatasi alla fine con la dichiarazione di Devlin ad Alicia. Quest’ultima si sacrifica, rischiando la propria vita, per riscattare il tradimento del padre morto suicida dopo essere stato scoperto spia a favore dei nazisti.

I protagonisti sono interpretati da due attori famosi, Ingrid Bergman (Alicia Huberman) e Cary Grant (T.R. Devlin), insieme a Claude Rains (Alexander Sebastian) ed a Leopoldine Konstantin (l’anziana madre di Sebastian).

La vicenda si svolge a Rio de Janeiro dove l’organizzazione dei nazisti lavora ad un progetto segreto ed ha come punto di riferimento con riunioni alla luce del sole, la ricca dimora di Sebastian che ne è il capofila insieme alla madre.

Quando viene realizzato il film la seconda guerra mondiale è appena stata vinta dagli Stati Uniti e individuare "il male" in un’organizzazione nazista che può portare grande pericolo è sicuramente un’idea plausibile, al tempo stesso gli attori che interpretano i segreti "affiliati" appaiono sullo schermo vestiti quasi sempre con rigorosi abiti, compiti ed eleganti, affabili ma spietati nei confronti di chi all’interno del gruppo commette la minima imprudenza.

Alla fine di una guerra vinta il nemico dunque non è stato ancora sconfitto per intero e può continuare a nascondersi nei travestimenti di una rispettabilità sociale borghese pur mantenendo le stesse caratteristiche di ferocia, la stessa pericolosità; in sintesi, si evidenzia così rappresentato, uno status universale del "male" che può ripresentarsi in ogni tempo.

Dall’altra parte troviamo Grant-Devlin agente segreto americano, e l’indimenticabile Bergman-Alicia che seduce l’enigmatico e pericoloso Sebastian fino ad accettare di farsi sposare, per scoprire da vicino le losche trame.

La sceneggiatura del film è opera del grande Ben Hecth che siglò le sceneggiature di altri capolavori del cinema come "Gilda" dove ancora la passione si gioca in un triangolo, l’uomo maturo e l’uomo più giovane, innamorati perdutamente della stessa donna.

In Notorious la sensualità dirompente di Rita Haworth lascia il posto all’algida sensualità della Bergman, ma non per questo meno appassionante, più vicina quest’ultima al cliché preferito da Hitch che prediligeva attrici bionde dalla raffinata bellezza.

Ben Hecth e il maestro Hitchcock avevano in comune la padronanza assoluta del mezzo cinematografico, Hitchcock era padrone di ogni fase, dalla fotografia al montaggio che scandisce i tempi del film, questo era uno stimolo per scoprire sempre tecniche nuove, a questo proposito è rimasta famosa la scena in cui la cinepresa scende dall’alto fino ad incontrare il pugno chiuso di Alicia che nasconde la chiave della porta della cantina, sottratta al marito.

In questo momento del film la suspense aumenta vertiginosamente mentre la cinepresa inquadra il numero che si va riducendo delle bottiglie di champagne poste nel contenitore del ghiaccio, guardate con ansia da Devlin e Alicia che teme la necessità di altro champagne e quindi la necessità di scendere in cantina...

Lo stesso motivo della chiave rimanda in una qualche misura alla splendida favola di Barbablù, con la presenza di una stanza segreta, Alicia infatti può aprire tutte le stanze della casa tranne quella della cantina e la chiave "unica" è tenuta dal marito; anche se il richiamo ad una favola è sottile, è quanto basta per irretire ancor di più lo spettatore con un inserimento favolistico già di per sé irresistibile.

Gli interpreti nascondono i loro tormenti attraverso un’impeccabilità esteriore e il dramma si consuma sempre rispettando le regole convenzionali della buona società ma non per questo si declassa e non c’è bisogno di spargimenti di sangue per creare una suspense che accompagna la maggior parte del film.

La Rio de Janeiro che fa da sfondo alla trama è assolutamente incolore, non è rappresentata in modo folkloristico ma con inquadrature che l’assimilano ad una qualsiasi grande città europea eppure soprattutto in quel periodo la realtà brasiliana era decisamente "etnica".

Anche l’abbigliamento degli interpreti del film non fa concessioni al caldo clima di Rio, per il modo in cui sono vestiti potrebbero tranquillamente trovarsi a Parigi o a Londra, eppure gli interni sono curatissimi, è stata dunque una scelta di Hitchcock quella di non caratterizzare gli esterni ma farli vivere in lontananza e con un distacco che diventa uno dei motivi fisici di universalità del film. Il non contestualizzare in questo caso proietta la storia in un futuro "senza tempo".

Rimarranno inoltre per sempre celebri le scene riprese con la cinepresa in movimento che rende lo spettatore presente al ricevimento insieme agli ospiti, un movimento della cinepresa utilizzata in modo nuovo che ha fatto diventare questa pellicola letteratura universale del cinema, come nella scena della scala, sembra che il campo cinematografico sia ripreso contemporaneamente da più angolazioni, i fotogrammi non si sovrappongono ma si intersecano per intensità.

Questo film è assolutamente perfetto, diretto da Hitchcock senza alcuna sbavatura o cedimento, ogni scena ha in sé l’essenziale espresso con un talento artistico "leggero" e geniale.

Nell’ultima scena Devlin riesce a portare via Alicia dalla casa di Sebastian, scesi i pochi gradini esterni la fa salire sull’auto mentre Sebastian vorrebbe unirsi a loro per scongiurare i sospetti degli altri, ma Devlin con un piccolo gesto lo esclude e lo lascia in mercé dei suoi complici che sicuramente lo uccideranno.

Il piccolo gesto di Devlin consiste nel premere la levetta posta a filo del vetro e che serve da sicura allo sportello, un gesto per noi incredibilmente banale, oggi tutte le auto sono dotate di un dispositivo simile ma nel 1946 forse era innovativo anche per le auto americane; sinceramente non sono a conoscenza della data in cui venne inserito per la prima volta, sono però certa che una mente come quella di Hitchcock si sarebbe deliziata nell’utilizzare una soluzione tecnica "moderna" e al tempo stesso così "minima" ma determinante per la salvezza dei due protagonisti.

Il malvagio che viene battuto, vinto attraverso un semplice click, il desiderio atavico per eccellenza, chiudere il male fuori da sé nel modo più indolore possibile, se l’auto fosse stata un modello diverso, con la sicura inserita nella maniglia, per attivarla sarebbe stato necessario farla girare in alto, l’attore allora si sarebbe dovuto sporgere in avanti rischiando una goffa manovra a scapito dell’eleganza dell’inquadratura e della scena che nella sua sinteticità acquista un esatto significato di contenuti e di forma.


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