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Notizie dal fronte Sud

Appunti, annotazioni e puntualizzazioni sugli scenari possibili
di Emanuele G. - mercoledì 4 marzo 2015 - 1608 letture

La crisi susseguita all’apparsa sul proscenio mondiale dell’IS (acronimo per Islamic State) si sta aggravando. In maniera considerevole. Si va, dunque, verso una guerra totale? Le probabilità sono molto elevate poiché l’IS è entità profondamente intollerante per niente disposta a fermarsi. Come fare allora? Possibile che l’unica soluzione sia rappresentata dal ricorso all’intervento armato? L’eterno ritorno della guerra quale regolatore delle relazioni fra popoli e nazioni. C’è da rimarcare, a tal proposito, che in un mondo “liquido” il concetto di guerra e relative dinamiche assumono un significato del tutto diverso rispetto al Novecento.

Il problema è che oltre all’integralismo brutale dell’IS esiste una comunità internazionale in possesso di un livello complessivo di conoscenza della realtà araba e islamica vicino allo zero. Per noi quei paesi lì a Sud di noi sono mix di esotico e razzismo. Eppure una conoscenza di maggiore levatura avrebbe permesso all’Occidente di evitare marchiani errori. L’azione del conoscere è senza dubbio alcuno un “tool” in grado di ostacolare il ricorso alla solita guerra. L’argomento non è di poco conto e andrebbe approfondito.

Per il momento mi permetto di evidenziare fatti e vicende dal fronte Sud del Mediterraneo.

Bastone e carota in Libia

Attualmente la comunità internazionale si sta chiedendo come mettere ordine a un caos denominato “Libia”. Due dati significativi che attestano la parcellizzazione del paese maghrebino: i gruppi in lotta sono circa 1.500, mentre gli uomini armati più di 1.000.000. Dati impressionanti che rappresentano in maniera icastica questo bubbone allocato a un tiro di schioppo da noi. Con l’aggravante secondo cui gruppi jihadisti abbiano già messo le mani sull’arsenale chimico del Colonnello Gheddafi.

Certo, la comunità internazionale dimostra un atteggiamento fin troppo titubante. All’indomani del brutale assassinio dei 21 pescatori egiziani di fede copta tutti erano pronti a partire con le lance in resta. Basta rileggersi le dichiarazioni “guerrafondaie” di Gentiloni e Pinotti. Ora – al contrario – sembra che la mano debba passare alla diplomazia. Come attestato da una recente decisione del Comitato di Sicurezza dell’Onu. Insomma, la comunità internazionale è indecisa a tutto.

Un’appropriata strategia dovrebbe prevedere un doppio binario: l’utilizzo allo stesso tempo del bastone e della carota. L’azione andrà programmata per tempo e con intelligenza tattica. Abbiamo visto troppe missioni di pace (“peace keeping” o “peace enforcement”) fallire miseramente gli obiettivi prefissati. Non sarà facile. Per nulla.

- Il primo punto all’ordine dovrebbe essere quello di isolare i jihadisti rispetto a tutti gli altri gruppi armati attivi in Libia. Gruppi armati organizzati per tribù, clan, fazioni, religione, credo politico e altro ancora. Ma molto facili a “farsi comprare” e “comprare”.

- Un altro punto all’ordine dovrebbe riguardare il sequestro di quante più armi possibili. Con 1.000.000 di uomini armati deve circolare in Libia un numero spropositato di armi di tutti i tipi. Pertanto, provvedere al sequestro e distruzione delle armi è una “condicio sine qua non” improcrastinabile.

- In contemporanea ai succitati punti va perseguita una costante azione di polizia contro i jihadisti. Secondo recenti analisi ci vorrebbero 100.000/200.000 militari impiegati. Tuttavia, il modello non deve essere quello di guerra classica. Bensì un mix composto da forze speciali, pattugliamenti costieri, ricognizione aerea e intelligence. Ciò permetterebbe di aver un modello flessibile e tarato sulla tipologia di azione da perseguire.

- E’ innegabile che il punto di snodo strategico debba riguardare cosa fare nel dopo. Evitando – sarebbe cosa grata – le magre figure poste in essere dalla comunità internazionale in riferimento all’ “esportazione della democrazia”. La Libia si ricomporrà soltanto assecondando le precipue caratteristiche etniche e sociali delle varie popolazioni che vi risiedono. La base della Libia è la tribù. Tutto ruota attorno a questo item socio-politico. Ca va sans dire che tale obiettivo debba essere accompagnato da misure atte al benessere collettivo della popolazione libica. Mi riferisco a scuola, sanità, trasporti e lavoro. Questo anche nell’interesse dell’Europa perché è in Libia che devono trovare lavoro gli extra-comunitari che vi giungono. Una misura del genere impedirebbe loro di proseguire e sbarcare in Sicilia o in Calabria.

- Ho tralasciato in ultimo una criticità alquanto complessa. E’ ovvio che i due governi – quello legittimo “laico” di Tobruk e l’altro “islamico” con sede a Tripoli – dovrebbero trovare delle modalità di collaborazione. Anche nell’ottica di riduzione dell’impatto dei 1.500 gruppi operativi in Libia. Reputo le due ipotesi alquanto improbabili per via dell’incancrenirsi della guerra civile in atto. Anche perché definire una linea di comando e governo in Libia allo stato attuale è quantomeno aleatorio. Tuttavia, ciò che bisogna evitare è che il governo “islamico” di Tripoli possa allearsi con i jihadisti. Un simile evento non farebbe altro che aggravare una situazione già problematica.

Divisioni nel mondo islamico

Osservando la situazione e la relativa evoluzione della medesima si nota che il mondo arabo e islamico non è per nulla unito e coeso. Già da tempo l’espressione “ummah” (comunità islamica) è un’espressione piuttosto improbabile che nella realtà non trova un suo fondamento.

In primis, c’è da dire che è in atto una competizione fra i due principali rami della religione islamica: sunnismo e sciismo. Infatti, in Yemen sembra avere il sopravvento un gruppo tribale sciita denominato Houthi. Una autentica spina al fianco nei confronti della nazione leader del ramo sunnita dell’Islam. Ossia l’Arabia Saudita.

A seguito dell’avvio dei bombardamenti egiziani in Libia il Qatar ha annunciato il proprio ritiro da qualsiasi azione contro il jihadismo. Un altro evidente segnale che anche il campo sunnita è diviso. Non esiste, al momento, una visione univoca sugli eventi da parte del campo sunnita. In realtà coinvolto in una guerra sotterranea per la leadership sul variegato e frastagliato fronte del sunnismo. Tale criticità è fra l’altro avvertibile dalla sostanziale situazione di “impasse” in cui si trova la Lega Araba.

Infine, giunge notizia che fra l’IS e i talebani afghani non ci sia accordo. Anzi le due entità avrebbero rotto qualsiasi contatto. Il motivo è piuttosto facile da capire. L’IS avrebbe voluto insediarsi in Afghanistan utilizzando i talebani. Aspetto non gradito dai talebani che vogliono essere del tutto indipendenti e non avere “competitor” in casa. Le uniche sponde che nell’area l’IS ha trovato sono tre gruppi talebani pakistani che si sono gemellati con lo Stato Islamico. Forse è questa la ragione che sta spingendo Obama a riconsiderare la data di piena attuazione della “exit strategy” dall’Afghanistan?

I colori dell’Islam

La conoscenza implica una scientifica e puntuale annotazione di ogni dettaglio riguardante l’IS.

Ad esempio, qualche giorno fa sono state diffuse nuove foto dell’autoproclamato Califfo Al-Baghdadi. Fotografie di qualche anno fa.

Orbene, in queste fotografie Al-Baghdadi indossa una “keffiyeh” bianca. Perché? Una “keffiyed” di colore bianco significa che appartiene al sunnismo. Il bianco è segno di purezza e adesione integrale al tradizionalismo wahhabita.

Mentre le foto degli ultimi mesi lo ritraggono con un turbante nero. Il turbante di colore nero è il segno distintivo degli Imam ossia la più alta autorità religione nel campo sunnita.

Ecco perché ribadisco – per l’ennesima volta – che noi occidentali dobbiamo conoscere con più precisione e avvedutezza il mondo arabo e islamico. La conoscenza, a mio avviso, è l’arma di maggior impatto per combattere con maggiore successo l’IS e l’intero movimento jihadista. Conoscere come modalità preventiva per meglio interagire con quanto sta accadendo a Sud dell’Italia.

La presunta conquista di Roma da parte dell’IS

Con quanta superficialità si commentano le notizie diffuse dall’IS.

Prendiamo il caso delle minacce all’Italia. Sembrebbe che l’IS abbia l’intenzione di conquistare Roma. Naturalmente per enfatizzare tale obiettivo ha diffuso un numero di Dabiq Magazine - il suo organo di stampa ufficiale - con la foto di una bandiera dell’IS che sovrasta Roma.

Orbene ci sono alcune considerazioni da fare.

Secondo i jihadisti la battaglia finale fra l’Islam e la religione cattolica avverrà a Dabiq (da cui il nome dell’organo ufficiale dell’IS). Cittadina vicino ad Aleppo in Siria. Qui saranno sconfitti gli eserciti di "Roma". Ma con l’appellativo di "Roma" si intende la totalità delle armate cristiane e non la città di Roma.

Fra l’altro bisogna riportarsi al periodo storico in cui questo obiettivo è stato pensato. Si era in pieno Medio-Evo ed allora la vera Roma era Costantinopoli. Pertanto, il vero obiettivo di cattura era Costantinopoli poiché allora molto più importante rispetto a Roma. Come tutti sappiamo nel Medio-Evo Roma non era affatto una città fondamentale per la storia europea.

L’uso di Roma - intesa quale capitale d’Italia - è solo dovuto a un abile gioco propagandistico dell’IS tanto per attrarre maggiore interesse mediatico. Roma come centro della cristianità, naturalmente. Ma la "Roma" obiettivo strategico del jihadismo mondiale è un qualcosa di leggermente diverso rispetto alla Roma che conosciamo noi italiani.

Il “franchising” dell’IS

In questo momento il brand targato “IS” sta ottenendo lusinghieri risultati. Quasi quanto un brand commerciale di successo. Da qui notizie riguardo la moltiplicazione di movimenti che si presentano come “IS del paese x”, “y” o “z”.

Dobbiamo fare delle precisazioni in merito.

L’IS è e rimane confinato ai territori dell’Iraq e della Siria. Non c’è nessun altro movimento IS al di fuori di tali territori. Anche perché l’IS è uno stato. Seppur non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Semmai molti gruppi jihadisti e qaedisti stanno stringendo accordi di cooperazione con l’IS. Ma non sono organici a quest’ultimo. E’ bene rimarcare questo importante dettaglio. I vari gruppi mantengono la loro identità organica e strategica.

Semmai questi gruppi stanno applicando in loco i protocolli standardizzati ideati dall’IS. Mi riferisco alle tecniche di combattimento, al logo della bandiera nera (fra l’altro già esistente da anni – nda), al modo di realizzare i video, al linguaggio utilizzato ed, anche, all’immaginario collettivo.

Mentre i vari gruppi facenti parte di Al Qaeda erano organici ad Al Qaeda, qui sta avvenendo una profonda innovazione. Per la prima volta nella storia il terrorismo si configura come un’attività in “franchising”. Cioè un insieme di modalità e procedure standardizzate valide su scala globale e che si riferiscono a un modello/brand che tira. Quello dell’IS per l’appunto.

Il concetto di territorio per gli arabi

Per gli arabi e gli islamici la base di tutto è il concetto di umma.

- Umma (in arabo: أمّة [umma], "comunità", "nazione", "etnia") è un termine arabo - derivante dalla radice <’-m-m> da cui origina anche il vocabolo أمّ [umm], "madre" - che ha acquistato con l’Islam il significato precipuo di "comunità di fedeli", nel senso di "comunità di musulmani", senza alcun significato etnico-linguistico-culturale. Con questo nome si indicò fin dall’inizio la prima organizzazione politica dei fedeli musulmani che a Medina (all’epoca Yathrib) vide la luce nel 622 d. C. grazie all’azione del profeta islamico Muhammad. La nozione di umma, tuttavia, non sempre impedì divisioni anche gravi, prodotte da dibattiti teologici da rivalità etniche e politiche. La prima rottura della Umma si ebbe nel VII secolo coi kharigiti, quindi con l’affermazione nell’VIII secolo dell’Emirato omayyade (poi Califfato) di al-Andalus e infine, nel 910, quando il fatimide Ubayd Allah al-Mahdi si proclamò guida universale (Imam) contro il califfato abbaside di Baghdad. La conseguenza fu l’opposizione di due logiche di successione: da un lato, presso i Fatimidi, l’Imam-Califfo doveva essere discendente di ʿAlī e di Fātima; dall’altro, vi erano coloro che accettavano come Califfo qualsiasi musulmano, anche se era preferibile che appartenesse alla tribù meccana dei Banu Quraysh.

Sul concetto di umma si innesta il concetto di territorio. Per i musulmani esistono due tipi di territorio. Quello sottoposto all’Islam (in arabo dār al-Islām) e l’altro esterno all’Islam (in arabo dar al-Ḥarb).

- Con l’espressione dār al-Islām (in arabo: : دار الإسلام , letteralmente "Casa dell’Islam") la cultura islamica identifica i territori che sono sottoposti all’imperio politico e giuridico dell’Islam, dove i musulmani possono compiere gli obblighi loro richiesti in quanto credenti, in particolare lo svolgimento dei cinque pilastri dell’Islam. Rientra nella teoria islamica della ripartizione territoriale del pianeta, basata su principî confessionali e di extraterritorialità. Partendo dall’assunto che l’obiettivo dell’Islam sia l’intero pianeta, la giurisprudenza islamica (ma non la teologia islamica) suddivide il mondo in dār al-Islām e dār al-ḥarb ("dimora della guerra"). Nella dār al-Islām hanno diritto di vivere e operare solo i musulmani e, con diverse limitazioni (come ad esempio il divieto di proselitismo e di erigere nuove chiese o monasteri) gli appartenenti alle cosiddette religioni monoteiste "del Libro" (ahl al-Kitāb) mentre ne sono esclusi i politeisti e gli atei. Questa non è più una realtà da quando il mondo islamico ha assunto un assetto nazionale analogo a quello dell’Occidente cristiano, anche se seguita a non essere consentito costruire templi dedicati a divinità di religioni considerate politeistiche dall’Islam.

- Secondo il fiqh (ma non la teologia), la dar al-Ḥarb, (in arabo: دار الحرب, alla lettera “dimora della guerra”) è il territorio esterno alla dār al-Islām, abitato da non musulmani, che sono chiamati tecnicamente ḥarbī. Questi sono divisi in diverse categorie: kāfir (infedeli), mushrik (politeisti), murtadd (apostati) e kitābī se appartenenti a una delle religioni monoteistiche (Ahl al-kitāb). Nella dār al-Harb, musulmani e dhimmī (cristiani, ebrei, zoroastriani e fedeli di qualche altra religione – sabei, occasionalmente induisti – normalmente residenti in terra d’Islam a seguito di un patto detto dhimma) non godono più della protezione e della libertà di culto (derivanti dall’accordo della dhimma) di cui beneficiano nella dar al-Islam.

Ci sono altri tipi di territori per la religione musulmana.

- Dar al-Hudna (in arabo: دار الهدنة, letteralmente "dimora della pace"). E’ un territorio abitato da non credenti in cui vige una situazione di tregua a seguito di guerra. La tregua vige a seguito della corresponsione di un tributo o di un accordo. Se i non musulmani violano la tregua, le ostilità possono riprendere. E’ da notare che gli accordi di tregua devono essere conformi alle prescrizioni della religione islamica. In caso contrario gli accordi sono considerati nulli;

- Dar al-’Ahd (in arabo: دار العهد, letteralmente “dimora della tregua") o dar al-Sulh (in arabo: دار الصلح, letteralmente “dimora della conciliazione/del trattato”) sono termini utilizzati per indicare territori che hanno trattati di non aggressione con i musulmani. Questi termini furono creati dagli ottomani per strutturare i loro rapporti con territori cristiani sottoposti a tributo;

- Dar al-Amn (in arabo: دار الأمن, letteralmente “dimora della sicurezza) si riferisce allo status di cui godono i musulmani nell’Ovest o in altre società non islamiche. E’ un termine collegato a quelli di dar al-Islam e dar al-Harb. Il dar-al-Amn indica in modo particolare quei territori dove i musulmani hanno il diritto di praticare la loro religione;

- Dar al-Dawa (in arabo: دار الدعوة, letteralmente “dimora dell’invito”) si riferisce a territori dove la religione islamica è stata introdotta da poco tempo. Pertanto, a tali territori non si può applicare il termine dar al-Harb. Di recente alcuni teologi hanno consigliato di definire con questo termine i paesi occidentali dove vivono i musulmani.

Il ruolo ambiguo dei think-tank sul jihadismo

Un fenomeno “particolare” mi fa sorgere ben più di un sospetto. Da quando – siamo a giugno/luglio del 2014 – l’IS è apparso sul proscenio della storia contemporanea del mondo assistiamo a un moltiplicarsi di think-tank la cui “mission” dovrebbe essere quella di aiutarci a comprendere meglio lo stesso IS e il jihadismo in generale.

Invece, le cose sembrano del tutto differenti. Molto differenti…

Innanzi tutto, forniscono servizi a pagamento. L’orrore che diventa, dunque, fonte di arricchimento per qualcuno? Sembra proprio di si. Il che dovrebbe allarmarci. Per lo meno. Il brand IS funziona così bene da diventare un prodotto commerciale con buoni livelli di vendita. Per assurdo i think-tank del settore non aiutano a conoscere l’IS, ma, per certi versi, ne diventano alleati.

Si capisce tale atteggiamento. Finché il fenomeno IS persiste loro ci guadagnano. Quindi, devono necessariamente continuare a parlarne. Con l’obiettivo di poter collocare sul mercato i loro prodotti di consulenza. Finendo, è lapalissiano ammetterlo, di assurgere a uffici stampa dello stesso IS. Infatti, chi diffonde in Occidente i video dell’IS? I think-tank che si occupano del jihadismo.

Poi, esiste un fenomeno ancora più inquietante. Quando si cerca di capire chi gestisce questi think-tank si scopre un qualcosa di anormale. Molti lavorano per conto di stati in settori sensibili quali la sicurezza, l’intelligence e la difesa. Non trovate tutto questo francamente sconcertante? Persone il cui obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare per la nostra sicurezza in realtà lucrano sulla medesima. Un esempio classico di conflitto di interesse?

Un ruolo ambiguo? Per lo meno. Per non affermare qualcosa di ben più pesante…

La strategia dell’IS

E’ evidente che con accordi di “franchising” l’IS tende ad allargare la platea della propria azione. Con l’obiettivo di rendere più difficoltosa l’opera di riduzione del fenomeno. D’accordo che il “core” dell’IS rimane la Siria e l’Iraq. Tuttavia è innegabile che il campo di confronto si sta allargano a considerevoli fette della superficie terreste.

Da mesi circolano, ad esempio, comunicati stampa di gruppi jihadisti in India, Indonesia ed in Asia Centrale. Oppure come la mettiamo con la nascita di entità statali come l’Emirato dell’Afghanistan o del Caucaso? Tutto sembra originarsi da un’attenta quanto lungimirante strategia.

Strategia di uno stato – quello dell’IS – tendente alla propria sopravvivenza. Perché è il caso di puntualizzare una buona volta per tutte un concetto fondamentale: qui non dobbiamo confrontarci con un semplice gruppo terrorista bensì con una vera e propria entità statale. Strategia che prevede, per l’appunto, di allargare all’infinito i punti di criticità al fine di rendere la fase bellica un unicum costante nel tempo.

E’ necessario comprendere che questa strategia da parte dell’IS cambia in funzione dell’avversario.

Noi occidentali siamo considerati “infedeli” (kāfir). Infedeli da sottoporre ad un’intensa campagna di terrore. Il terrore si diffonde anche senza atti sanguinari. Basta che ci sia la “giusta” tensione terroristica e il gioco è fatto. In tale ottica non c’è bisogno alcuno di ricorrere a stragi. Per lo più si colpiranno figure e simboli dell’Occidente. Tanto per mantenere alta la posta in gioco. L’obiettivo di fondo è rendere stabile una sensazione di paura. Per bloccarci. Per confonderci. Per evitare azioni forti da parte nostra.

Tutt’altra cosa se l’avversario è un “apostata” (murtadd). E per ciò passibile del takfir (in arabo: ﺗﻜﻔﻴﺮ) ovverossia della “massima empietà”. Più semplicemente “scomunica”. Per i jihadisti i murtadd sono ben peggiori dei kāfir poiché hanno rinnegato la religione islamica. L’essenza della loro identità. I murtadd, pertanto, sono destinati a subire una morte ancora più atroce rispetto agli infedeli. Basti pensare al pilota giordano arso vivo. Questo pilota per i jihadisti dell’IS era un apostata. L’IS nei loro confronti disporrà soluzioni estreme. Non soltanto per brutalità dell’atto di assassinio. Ma anche per il numero di persone potenzialmente da uccidere. Da mesi si rincorrono voci di esecuzioni di massa di arabi nei territori governati dall’IS. Arabi visti dall’IS come apostati.

Notizie flash

Tre notizie brevi tanto per ricordarci come vanno le cose in quella parte del mondo:

1) L’Iran ha appena annunciato la disponibilitàdi un nuovo modello di aereo da combattimento: Saeqeh 2 (in inglese: Thunderbolt 2);

2) La Francia sta per fornire all’Egitto 26 jet da combattimento Rafale, una fregata di classe Fremm e missili aria-aria Mbda. Per un totale di 5/5,7 miliardi di euro;

3) In una recente visita in Egitto, i Presidenti Al-Sisi e Putin hanno concordato che la Russia costruirà la prima centrale nucleare egiziana.

Scontro di civiltà?

Naturalmente la valutazione di quanto sta accadendo sul fronte Sud da adito al solito festival delle banalità e dell’ovvietà.

Si parla di scontro di civiltà. Che iperbole! Mi sapete dire dove sta tale presunto “scontro di civiltà”? Noi europei al momento esprimiamo un’idea di civiltà? Neanche lontanamente! Siamo così in crisi di identità che non abbiamo contezza né del tempo presente né del tempo avvenire. Poi per essere civiltà dovremmo essere fautori di idee, valori, visioni e comportamenti. Attualmente non abbiamo idee, valori, visioni e comportamenti su nulla. O – per meglio dire – lo siamo in maniera negativa. Affermare che ci sia oggi una “civiltà europea” significa essere ipocriti e in malafede. Contestualmente, ci dovrebbe essere una “civiltà araba”. Anche qui si avverte quanto falsa sia tale espressione. E’ civiltà quanto sta succedendo in Palestina? E’ civiltà quanto sta succedendo in Libia? E’ un’espressione della civiltà araba l’apparizione dell’IS? Il concetto di civiltà araba sembra piuttosto legato a un non luogo. Appunto un non luogo. A un’entità ipotizzata, ma che in realtà non c’è.

Scontro di religione? Ma stiamo scherzando o cosa? Oramai l’Europa è tutto fuorché religiosa. Se ci fosse uno scontro di religione l’Europa sarebbe un’entità geopolitica in cui l’aspetto religioso dominerebbe tutti gli altri. L’Europa è un continente secolarizzato, con chiese e seminari vuoti, dove la pratica religiosa si sta restringendo sempre di più. Quindi dove sta questo decantato “scontro di religioni”? In Europa è da tempo che ci siamo dimenticati della religione. Si dirà…c’è l’esempio della religione islamica. Una e indivisibile. Che falsità. A parole ci dovrebbe essere la umma. Ossia la “comunità islamica”. La realtà ci dipinge un quadro del tutto diverso. Il mondo arabo e islamico è frazionato in mille fazioni e divisioni. La umma ha cessato di esistere dopo appena due secoli dal suo sorgere a seguito della sequela del Profeta. E’ sì un valore di riferimento. Un’aspirazione, ecco! E rimarrà un’aspirazione ancora per molto tempo.

Molto prosaicamente quanto sta succedendo è dovuto a uno scontro di interessi sia al di fuori del mondo arabo e islamico che all’interno di esso. Il Medio Oriente è un’area strategica e molto attori non intendono perdere minimamente quelle rendite di potere che da decenni possiedono in quell’area. Quindi, evitiamo di utilizzare paroloni quali “scontro di civiltà” oppure “scontro di religione”. Abbiamo sotto gli occhi soltanto uno scontro di gruppi più o meno ufficiali per la loro mera sopravvivenza.

Certo per risolvere il maledetto rompicapo mediorientale bisognerebbe puntare sullo sviluppo sociale, sulla laicizzazione delle società, sulla democrazia, sulla risoluzione della guerra israelo-palestinese, sulla classe media e su tanto altro. Ma non noto, purtroppo, un reale interesse da parte di tutti gli attori coinvolti sulle succitate tematiche. Parimenti, reputo che sarà una “sconfitta di Pirro” l’eliminazione dell’IS se non ci si attiverà per eliminare tutte quelle cause scatenanti l’attuale insostenibile situazione. A un “peggio” potrebbe seguire un altro “peggio”. La storia dell’uomo spesso non evolve in senso progressivo positivo.


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