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Non vita

Un saluto... a Gerardo
di Piero Buscemi - sabato 23 gennaio 2021 - 599 letture

Si, lo confesso. Sarei voluto morire di Covid. Sarebbe stato tutto più normale, più alla moda forse. Per una volta, qualcuno avrebbe parlato di me. Certo, non in esclusiva, ma mi sarebbe bastato diventare un numero di statistica giornaliera annunciato da tutte le televisioni nazionali ed essere protagonista almeno per un giorno.

Non è stato così. Forse perché è vero che chi nasce tondo non può morire quadrato. Non so cosa sia stato nella mia breve vita, né cosa fosse meglio essere. Per me stesso. Per gli altri che oggi guardano il mio corpo inerme pronto ad essere custodito dalla terra, e si fanno domande.

Non è stato così perché ad un tratto quella fitta improvvisa mi ha squarciato dentro. Chi mi ha soccorso ha creduto che non stessi sentendo nulla, che fossi incosciente e ovattato dalla sirena che chiedeva spazio, che chiedeva vita. Vita. Quella che ho visto sfuggirmi mentre il chirurgo tentava il miracolo che nessuno attendeva più. E’ morto sotto i ferri. Mi è sembrato di sentire mentre staccavo l’ultimo alito che mi collegava al mondo.

Quante domande avevo posto in pochi decenni di esistenza, di disagio cullato e custodito dentro la mia mente. Mi hanno obbligato a intossicarmi di psicofarmaci. Depressione, dicevano. Ma io ho soltanto sofferto di quel male del vivere che i poeti hanno cantato, rubandomi l’unico diritto d’autore che avrei voluto rivendicare. Quante domande, sulle bocche di chi adesso cerca una spiegazione della mia morte, degna di essere raccontata. Quante domande, inutili in vita, ipocrite in morte.

Negli anni mi era bastato un verso cantato da Franco Battiato, che io indegnamente recitavo ad alta voce in mezzo ai pochi amici di piazza. E poi i viaggi, quelli che mi condussero in altre piazze del mondo, a cercare l’anima che era già morta dentro di me, forse sin dalla nascita. Volti visti in una sola occasione. Voci che non comprendevo. Idiomi stranieri che non ho mai assorbito del tutto.

Un giorno ho deciso anche di indossare un camice bianco e sono entrato a lavorare in un ospedale. Niente di così impegnativo oltre a qualche mansione da portantino. Ho creduto di sostenere la vita a quei corpi sofferenti che entravano in pronto soccorso, a volte non ne uscivano più. Non ho mai sorriso troppo. Gli amici, i parenti, i colleghi. Tutti mi hanno sempre rimproverato questa maschera eccessivamente vera, che neanche tutte quelle indossate nell’ultimo anno hanno mai saputo nascondere.

Mi piaceva riprendere il mondo. Un capriccio soddisfatto con la mia vecchia telecamera VHS. Il sottofondo dei miei rudimentali documentari erano le canzoni di Battiato. Li regalavo, lasciando una traccia di me da dietro un obiettivo. Qualcuno, ne sono certo, apprendendo la mia morte, proverà a riportarmi in vita rispolverandoli dall’armadio.

Saluto tutti. Quelli che hanno provato ad ascoltarmi. Quelli che hanno creduto di capirmi. Anche quelli che hanno finto di farlo. Una pandemia mi risparmierà i convenevoli di una cerimonia funebre che distragga per meno di un’ora il quotidiano di uno sguardo rivolto a domani, che si ostinano a chiamare normalità.

Un solo pensiero rivolgo a chi avrà voglia di pulirsi il volto con le lacrime. E una richiesta: voglio che suonino "La cura" durante il corteo funebre. Quella che avrei voluto abbracciare ogni tanto, tra frasi fatte e occhi che non hanno avuto il coraggio di incrociare i miei.

Prendo commiato da chi continua ad inseguire un sogno. Torno a dormire...


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