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Non siamo nati per restare sulla superficie

Sul margine selvaggio del dolore : Rituali di rinnovamento e il sacro apprendistato del lutto / di Francis Weller ; introduzione a cura di Romano Màdera ; prefazione di Michael Lerner ; traduzione Franca Mancinelli. - Otranto : Anima Mundi, 2025. - 392 p., br. - (Orienti). - ISBN 979-12-80837-86-8.

di Alessandra Calanchi - giovedì 1 gennaio 2026 - 282 letture

Inauguro il 2026 con una recensione che contraddice l’ingiunzione globale alla festa collettiva, al divertimento, alla celebrazione tipica di ogni anno che nasce. Un libro sul dolore e sul lutto mal si accorda anche alle priorità del Capitale che governa le nostre vite e le nostre emozioni invitandoci a consumare, esibire, applaudire il potere. Non è un caso che le due principali lobbies mondiali – quella dei farmaci e quella delle armi – prosperino sempre più mentre tre quarti della popolazione mondiale vive nella fame, nella guerra, nel terrore.

Questo libro non è politico. Parla semplicemente di ciò che noi rimuoviamo ogni giorno. Il dolore e il lutto. Li rimuoviamo dalle nostre vite e dalle nostre emozioni sostituendoli con immagini falsamente rassicuranti, o con l’idea che chi soffre se l’è cercata, o con una depressione senza speranza. Ci rifugiamo nei centri commerciali, ci facciamo la guerra in famiglia e sulle strade, insceniamo tragedie al solo scopo di sabotare l’umanità residua che ci accompagna.

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Copertina di Sul margine selvaggio del dolore, di Francis Weller

“Attivista dell’anima”, così si descrive Weller nella breve biografia, a cui va il mio primo elogio. Senza dimenticare altri tre nomi importanti: Romano Màdera, autore del saggio introduttivo “Disobbedire alla rimozione del dolore”; Michael Lerner, autore della Prefazione; e Franca Mancinelli, traduttrice attenta, sensibile, una Professionista con la P maiuscola nel campo letterario e linguistico, lei stessa autrice e poeta.

“Viviamo in una società con la fobia del lutto, negatrice della morte. Di conseguenza, il lutto e la morte sono stati relegati in ciò che lo psicologo Carl Jung chiamava ombra”.

Le parole di Weller ci colpiscono nell’intimo. Com’è possibile che sia così? Siamo immersi nella morte degli altri – da Gaza ai videogames – eppure siamo diventati insensibili e ci rifiutiamo di dare alla morte e al lutto la dignità che meritano. Sappiamo che siamo destinati a perdere tutto ciò (e le persone) che amiamo. Succede ogni giorno. Le nostre ferite si accumulano, eppure spesso non siamo in grado di elaborare il lutto della perdita, a volte nemmeno quello della perdita di semplici oggetti! Eppure, saper elaborare e condividere il lutto ci restituirebbe a un senso di umanità condivisa, ancestrale, riunendo l’esperienza individuale a quella del pianeta che condividiamo.

“Le nostre strategie per anestetizzarci sono […] sorprendenti. Si sono sviluppate intere industrie per intorpidire i sensi e tenerci distratti. […] Eppure non siamo nati per restare sulla superficie, tra routine insignificanti e soddisfazioni secondarie come i nostri happy hour”.

Weller riconosce che avvicinarci al dolore richiede una grande forza fisica. Serve un lungo apprendistato, e dobbiamo allenarci a rimanere presenti nel nostro Io adulto quando si manifesta. La dimensione del lutto è faticosa, e coinvolge l’anima e il corpo. Può diventare crescita personale, memoria e testimonianza. E può portare alla guarigione, al rinnovamento. L’importante è non tenerlo chiuso dentro di noi, ma dopo un periodo di silenzio e solitudine portarlo alla luce, esprimerlo, elaborarlo. Abbiamo bisogno di riti fuori dal ritmo frenetico delle nostre vite.

“È nostro compito sentire ogni perdita e piangerla. È nostro compito essere in lutto per la distruzione delle foreste, per la morte delle balene, per l’erosione del suolo e così via. […] Quando ce ne andremo da qui, è essenziale sentire di aver fatto il possibile per le generazioni future, per questa dolce Terra, per tutto quello che abbiamo amato”.

Questo libro è del 2015. Non c’era ancora stato il presidente Trump (nemmeno il primo mandato). Non c’era ancora stata la pandemia. Non c’era ancora stato il genocidio dei palestinesi. Non erano ancora morti centinaia di migliaia di russi ed ucraini nel Risiko che si sta svolgendo da quattro anni. Non erano ancora stati vilipese e abbandonate le decisioni sull’emergenza dovuta al cambiamento climatico. Cosa scrive oggi lo impareremo presto, visto che è annunciata per febbraio 2026 l’uscita di Entering the Healing Ground. Per ora ha ribadito le sue posizioni in altri volumi, tra cui il più recente è In the absence of the ordinary, che ha come sottotitolo Soul work for times of uncertainty (agosto 2025), dove affronta le dinamiche dei traumi collettivi e denuncia la perdita di una vera interconnettività umana. Al confine fra una nuova versione della new age e i trauma studies, l’ecocritica e la mindfulness, Weller ha l’indubbio pregio di smuovere le coscienze senza ricorrere alla retorica di quello sport di gran moda oggi, ovvero incolpare di tutti i guai l’intelligenza artificiale. Il fatto che non si esponga sul piano politico può essere facilmente spiegato con la natura del suo linguaggio e della sua visione, che si legano all’anima (quasi all’animismo) più che a concetti di cittadinanza – anche se scrive fin dall’Introduzione: “Le nostre esperienze personali di perdita e sofferenza sono ora indissolubilmente legate […] al crollo della democrazia e al declino della civiltà”.

Insomma, un testo importante, tradotto divinamente, e corredato da un’ottima bibliografia.


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