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Nominations agli Oscar per il miglior film straniero: perché Baaria no?

Tentiamo di dare una spiegazione alla scelta di scartare il film di Tornatore. Ancora una volta.

di Orazio Leotta - mercoledì 3 febbraio 2010 - 2999 letture

Dando una scorsa ai film prescelti per l’assegnazione degli Oscar, nella sezione “miglior film straniero”, si può notare l’assenza del rappresentante dell’Italia: Baarìa. E’ una scelta che si può accettare, ma la vicenda merita senz’altro una breve analisi.

Baarìa è un buon film, ma non ha le caratteristiche tecniche (sceneggiatura, originalità, montaggio etc..) del capolavoro assoluto. Incuriosisce, però, che fra i nove “eletti”, ci sia la presenza di alcuni titoli di film mai sentiti prima: uno kazako, uno bulgaro, uno argentino ed anche il vincitore di Berlino 2009, il peruviano “The Milk of sorrow”, titolo originale “La Teta asustada”, meglio noto in Italia come “Il Canto di Paloma”.

Siamo corsi a vederlo, alla prima occasione utile. Così, per curiosità. Quasi a voler constatare di persona se fosse migliore del nostro Baarìa. Il film racconta la vicenda di Fausta, una ragazza peruviana ossessionata dalla paura dell’altro sesso, a causa delle violenze e stupri di cui erano state vittime le donne del suo villaggio, fra cui la propria madre, in un particolare periodo storico del suo paese, caratterizzato dal terrorismo e dalle guerre civili.

La protagonista è talmente ossessionata da infilarsi una patata nella vagina, così da sentirsi più protetta. Il tubero, naturalmente nel tempo, prende a germinare e di tanto in tanto la ragazza è costretta a recidere le radici che fuoriescono.

Lodevole l’impegno della regista Claudia Llosa di rappresentare, pertanto, ambiti dimenticati dai media, quali le baraccopoli, la condizione della donna in certi paesi fuori dai circuiti mondani e da talk-show, l’estrema povertà, le paure nascoste e le più disparate reazioni alla miseria, ma qui si concorre affinché venga giudicato il prodotto cinematografico migliore.

Il giudizio, che i membri dell’Academy Awards devono e dovranno dare, non è circa le intenzioni del regista, ma su ciò che è stato realizzato, cioè sul prodotto finale. Il Canto di Paloma è un film cupo, da grossi sbadigli, sceneggiatura elementare, storia al limite della realtà. Due soli colpi da maestro e da grande cinema: il primo, nella sequenza del matrimonio e della sfilata dei doni con ritmi andini in sottofondo; il secondo, quando la datrice di lavoro di Fausta, una celebre pianista, si impossessa dei motivetti che la ragazza canticchiava e li fa propri, componendoci delle melodie di successo, da standing ovation al Teatro di Lima.

Si, però, il film ha vinto Berlino. Certo, un buon risultato, ma è come se un tennista si vantasse di aver vinto il Torneo di Reggio Calabria, di Danzica o di Estoril, senza voler mancare di rispetto a queste località. Se ne può vantare pure, ci mancherebbe, non è da tutti, ma a quei tornei è fuor di dubbio che non abbiano partecipato né Federer, né Nadal, né Djokovic, per citare tre tra i più forti giocatori degli ultimi anni.

Se diamo un’occhiata agli ultimi cinque vincitori a Berlino, troviamo oltre al Canto di Paloma, “Tropa de Elite” nel 2008, “Il matrimonio di Tuya” nel 2007, “Il segreto di Esma” nel 2006, U-Carmen nel 2005, dei veri “Carneade” che non hanno lasciato tracce significative, segno di una tendenza al ribasso della manifestazione, non dal punto di vista organizzativo (anzi, il Festival tedesco è all’avanguardia da questo punto di vista), ma delle scelte dei prodotti.

Ed allora quale è la vera motivazione? Riproponiamo la domanda: perché Baarìa no? Forse è un fatto personale contro Tornatore, visto che anche due anni fa era stato fatto fuori con “La sconosciuta” e nel 1996 con “L’uomo delle stelle”? Oppure è l’Italia, quella politica o quella del cinema ad essere presa di mira? Possibile che neanche “Gomorra”, l’anno scorso, meritasse qualcosa in più?

Oppure scientemente, chi manovra certe scelte tende anche a premiare certi paesi “poveri”, “di frontiera” per scopi extracinematografici? Per fortuna che la scelta finale cade sempre su un film di grande spessore e a trionfare sono film di qualità (“No Man’s Land”, “Le invasioni barbariche”, “Le vite degli altri”, tanto per non andare troppo indietro nel tempo).

Alla luce del nostro tentativo di analisi, chiudiamo azzardando un pronostico per quest’anno: il tedesco “Il Nastro bianco” di Haneke, o in alternativa, il francese “Un profeta” di Jacques Audiard.


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