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No Kings

Protestare senza progettare stabili organizzazioni e progetti che impegnano gratuitamente è cosa gradita a “sua maestà il capitale”.

di Salvatore A. Bravo - lunedì 30 marzo 2026 - 371 letture

Art. 44. Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

Art. 45. La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato.

Art. 46. Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

L’Italia da un punto di vista giuridico è uno Stato fortemente socialdemocratico. Gli articoli della Costituzione sopra riportati lo dimostrano ampiamente. La proprietà privata è riconosciuta ma limitata per legge. L’illimitato capitale privato non può che divorare il pubblico e cannibalizzare i lavoratori con relazioni di sussunzione, pertanto la Costituzione lo contiene fortemente.

A tal scopo la Repubblica italiana nell’articolo 46 della Costituzione italiana prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e favorisce l’incremento della cooperazione e della mutualità. L’uomo socialista non può che formarsi all’interno di relazioni sociali ed economiche che ne sostengano l’affinamento paideutico sociale al fine di trascendere egoismi e chiusure individualistiche. La Costituzione interviene anche sulle retribuzioni. Il lavoro umanizza se è fonte di libertà dal bisogno e se la retribuzione consente di soddisfare i bisogni primari e non solo.

Il lavoro è fine e mezzo nel contempo. Come fine è materializzazione relazionale dell’individualità e conoscenza di sé all’interno della rete sociale, come mezzo è finalizzato, è il caso di dire, a procurarsi il guadagno non per sopravvivere ma per vivere. I tempi del lavoro devono essere tali da consentire nel tempo liberato dalle necessità materiali di partecipare alla vita politica. Il bene per ogni essere umano è dunque attualizzare la natura sociale e politica del medesimo:

Art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

L’Italia è giuridicamente, ribadisco, uno Stato socialdemocratico, ciò malgrado la Magistratura tace, divisa in correnti e spesso schierata con i poteri forti, essa ha consentito in questi decenni di liberalizzazione la distruzione dei principi costituzionali. Non è quasi mai intervenuta nella difesa del modello sociale dichiarato dalla Costituzione. Magistratura e politica spesso in contrasto per questioni di potere e di schieramento politico delle correnti si sono ritrovate nel silenzio complice che ha condotto alla distruzione antropologica e sociale della nazione.

Lo scollamento tra Costituzione e realtà è abissale e in questo abisso è una intera nazione stritolata dalla violenza della privatizzazione e dall’arrogante affermarsi di un individualismo senza limiti etici. L’avere ha divorato l’essere, si potrebbe affermare, parafrasando un noto testo di Erich Fromm “Avere o Essere?”.

La distruzione pianificata di ogni senso sociale è oggi pienamente realizzata. I Partiti che stilarono la Costituzione si sono liberamente liquefatti per mutarsi in servi volontari del vincente liberismo. L’abisso in cui siamo è tagliato dalla solitudine. Le manifestazioni “No Kings” ancora una volta sono espressione del vuoto politico nazionale e occidentale, per cui i giovani italiani importano e imitano forme di protesta importate dagli Stati Uniti e si usa il “linguaggio anglofono”. Non è internazionalismo è provincialismo. Si usa il linguaggio del vincitore e si ignora la quotidiana tragedia di uno Stato che ha tradito la sua Costituzione.

Ci si affolla anche nelle marce per la legalità, ma tutto è illegale in un sistema sociale che ha aziendalizzato le istituzioni e la vita e ha fatto del censo l’unico paradigma per accedere ai servizi. Il merito tanto ostentato, c’è persino un ministero dedicato al merito che non c’è, è solo una chimera, è la foglia di fico con cui celare che in Italia e in Europa è la schiatta di origine a determinare il futuro dei singoli.

Il re c’è ed è il capitale, ma di questo nelle manifestazioni si tace per ignoranza, poiché le scuole insegnano “chiacchiere” e le scuole politiche non ci sono. Tutto questo è il nostro presente. Il re c’è dunque, è il denaro e fin quando si penserà che i “mostri” sono singoli personaggi che con le loro scelte come divinità malvagie spostano truppe e inceneriscono popoli il modo di produzione capitalistico potrà proseguire la sua corsa verso la distruzione antropologica, culturale e ambientale del cadente occidente. Protestare senza progettare stabili organizzazioni e progetti che impegnano gratuitamente è cosa gradita a “sua maestà il capitale” (volutamente in minuscolo).


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