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Nina, una madre. Mia madre

di Giuseppe Pellizzeri - domenica 10 maggio 2026 - 233 letture

Dei giorni appesi al calendario, tra quelli che si staccavano piano, senza fare rumore, e passavano tutti uguali come i bicchieri d’acqua dati con le medicine, ce n’era uno che Nina non lasciava andare via tanto facilmente. Lo appuntava con lo spillo, perché certi giorni vanno fermati prima che cadano a terra insieme agli altri. Quel giorno era il 13 giugno. Sant’Antonio. Per lei non era una festa. Era una specie di manutenzione dell’anima. Una revisione generale della speranza.

Non ricordava quasi mai le ricorrenze, diceva con quella civetteria stanca che usano le madri quando vogliono far credere di non sapere tutto. Bugia clamorosa. Le sue forse. Le nostre sempre. Sapeva compleanni, febbri, esami, delusioni, litigi, perfino i giorni in cui avevamo fatto finta di stare bene per non darle pensieri. Le madri archiviano tutto. Pure quello che fingono di non vedere. Ma Sant’Antonio era diverso. Sant’Antonio meritava una preparazione quasi liturgica.

La sera prima già iniziava a parlarne. «Domani ci dobbiamo alzare presto.» Come se il Santo avesse un’agenda rigidissima e non tollerasse ritardatari. Nina non si truccava mai, avendo abbandonato da una vita il pennello per il mestolo, gli specchi per le pentole, il rossetto per i fazzoletti bagnati sulla fronte dei figli. Le donne come lei non avevano tempo per essere belle, perché erano troppo occupate a essere necessarie. Però il 13 giugno no.

Quel giorno apriva lentamente il cassetto del comodino, prendeva quella scatolina di cipria che sembrava antica già negli anni Settanta e, con movimenti prudenti, quasi clandestini, si passava un velo sulle guance. «Così almeno sembro viva» diceva ogni tanto ridendo. E rideva davvero, ma con quella risata corta di chi sa che il corpo sta cominciando a presentare il conto. La chiamava “cipria”, anche quando probabilmente era fondotinta, borotalco o direttamente intonaco per muri. Perché per lei tutte quelle cose appartenevano allo stesso continente misterioso chiamato “trucco”, che aveva frequentato poco e male.

Poi arrivava il momento del portagioie, che io ricordo sempre lì. Stessa stanza, stesso mobile. Stessa posizione precisa, come certe cose che resistono ai traslochi interiori della vita. Per noi bambini invece era stato il caveau dei tesori. La scatola magica da svaligiare a Carnevale per diventare pirati, regine, cantanti improbabili o creature mostruose con tre collane annodate al collo e i suoi orecchini infilati a casaccio. Dicevo il portagioie: tirava fuori sempre gli stessi orecchini. Piccoli ed eleganti senza saperlo. Li osservava un attimo sul palmo della mano come si osservano le cose sopravvissute. Poi si guardava allo specchio. Ma solo un secondo, non uno di più.

Il tempo necessario a constatare, ogni anno, tutti gli anni, che l’anno precedente stava meglio, decisamente meglio. Che le gambe erano più sicure. Che gli occhi facevano meno fatica. Che il fiato litigava meno col petto. Però subito dopo si ricomponeva e via di corsa. «Giovanni, sbrigati che la Messa non ci aspetta.» Come se fosse mio padre quello lento. Quando in realtà era lei che ormai combatteva con gradini che si moltiplicavano, con corridoi che sembravano allungarsi apposta, con una vista che si stava impastando piano, senza fare annunci ufficiali. Ma Nina non voleva pesare. Mai.

Aveva questa dignità silenziosa delle persone abituate a sopportare tutto, senza trasformare il dolore in spettacolo. Si faceva accompagnare da mio padre dandogli il braccio come fosse una cosa normale, quasi casuale. Ma in quel gesto c’era tutto. C’era il matrimonio. Quello vero, non quello delle fotografie belle e delle frasi sdolcinate. Quello fatto di farmaci, visite, scale lente, “attenta qua”, “ci sono io”, “prenditi il mio braccio”. Mio padre diventava i suoi occhi quando i suoi occhi si stancavano. Il navigatore di una donna che aveva perso la mappa ma non la direzione. E lei si lasciava guidare con quella fiducia assoluta che hanno solo le persone che hanno litigato tanto nella vita ma si sono amate ancora di più.

Così li vidi scendere un giorno, uno dei suoi ultimi 13 giugno da quella che un tempo era stata anche casa mia. Scendevano piano, piano davvero. Mio padre davanti di mezzo passo, pronto a fermarsi a ogni esitazione di Nina. Lei aggrappata al suo braccio ma con fierezza quasi necessaria Erano anziani ma proprio per questo bellissimi. Perché a un certo punto della vita la bellezza smette di abitare nei lineamenti e si trasferisce nei gesti. Nel modo in cui qualcuno ti aspetta sul pianerottolo. Nel modo in cui rallenta il passo per non farti sentire lento. Nel modo in cui ti accompagna alla Messa di Sant’Antonio come se stesse accompagnando la cosa più importante del mondo. Erano loro: Giovanni, mio padre. E Nina, mia madre.


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