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“Nessun dorma”. La ‘ndrangheta e i nostri alibi: intervista a Gaetano Saffioti

"Noi dobbiamo resistere, per dare un esempio e a mo’ di provocazione, per cercare di far svegliare la gente"

di francoplat - mercoledì 14 gennaio 2026 - 449 letture

Se il detto “cavalcare la tigre” ha un senso non solo ideale – ossia trasformare un rischio o una situazione pericolosa e ineluttabile in un’opportunità –, allora Gaetano Saffioti la tigre l’ha davvero cavalcata e continua a farlo. La tigre è la morsa della ‘ndrangheta sul territorio nel quale è nato e vive, ossia la provincia di Reggio Calabria, e lui è un imprenditore che, nel 2002, dopo anni di intimidazioni, minacce e attentati ha deciso di testimoniare contro i suoi estorsori. Da allora, vive sotto scorta nella sua terra d’origine, ha scelto di non andarsene, di testimoniare, dall’interno di quel mondo, che esiste un’alternativa alla schiavitù del dominio mafioso ed è la libertà.

È una persona perbene, Gaetano. Il concetto può apparire banale o retorico, scontato. Ma, se si segue il suo ragionamento, se lo si ascolta parlare – com’è capitato al sottoscritto il 2 gennaio di quest’anno, in streaming – ecco che la retorica si sgonfia, a partire dalle stesse sue riflessioni circa il significato di persona “perbene”. Perché lo siamo tutti, dice il mio interlocutore, presupponendo che si tratti di qualcuno che non ammazza o non ruba direttamente. Ma non è così, avverte. Sarebbe facile, saremmo tutti condonati in un eventuale processo collettivo, se l’accusa riguardasse solo coloro i quali il male lo praticano in quelle forme. Essere perbene è qualcosa di più faticoso, meno rassicurante, è non cercare scorciatoie, alibi, autoassoluzioni davanti alle scelte che determinati contesti ti impongono.

Non è un atto in negativo, ossia non faccio qualcosa. È un atto costruttivo, è scegliere la strada che comporta un sacrificio, se questo sacrificio ti libera. È dire un no alla mafia e alle sue corruttele, ai massoni e ai politici collusi. È scegliere di pagare un costo, piuttosto che non pagarlo in termini economici, ma morali. Cosa significa? Se devo rimpinguare le casse della mafia comprando nei suoi store, non ci vado. Non ci vuole coraggio, dice, ma un sistema di valori saldo.

Quello di Gaetano Saffioti è un eloquio affascinante, perché trovi accostati tra loro, senza apparenti contrasti, l’«idra fosca, vivida piaga» di verdiana memoria o l’«insostenibile minuto» di Kipling con detti, aforismi popolari, come se uscissero dalle pagine verghiane: «frequenta quelli meglio di te e pagagli pure le spese», «a buon cavallo non manca sella». E Gaetano concilia questi estremi, ma non soltanto sul piano discorsivo. Li ha conciliati e li concilia nella vita, cercando e trovando una sistemazione tra il radicamento nella terra e la capacità di andare oltre, tra la tradizione e l’innovazione. Non ha lasciato la Calabria, per quanto la ‘ndrangheta abbia fatto di tutto per piegarlo ai suoi voleri o costringerlo – com’è accaduto ad altri imprenditori – a fare le valigie e ad andarsene. È rimasto, ma, paradossalmente, è la stessa ‘ndrangheta ad avergli fatto comprendere che esisteva un mondo oltre la sua dimensione originaria, che esistevano altri mercati. E lui li ha conquistati, da Parigi a Dubai, ha prodotto altrove ciò che la mafia calabrese non gli ha consentito di far fruttare nella sua terra.

Saffioti guarda, spesso, oltre le convenzioni. Chi è davvero libero nella sua terra? Lui che vive sotto scorta o gli altri che, apparentemente liberi, sono schiavi dei vincoli dettati dalla ‘ndrangheta e delle catene di una certa meschinità morale, della difficoltà di uscire da certe rassicuranti placide pigrizie, che portano a riverenze e applausi a chi da quelle riverenze e da quegli applausi trae profitti, enormi profitti e una sudditanza priva di reazione?

La prospettiva dalla quale Gaetano Saffioti parte è individualista, nella misura in cui spetta all’individuo operare delle scelte. Prima di tutto, trovare in sé le ragioni di credere nella forza della propria scelta, credere che anche il gesto di un singolo possa avere significato, non cercare di autoassolversi, soprattutto. E, per spiegare quest’ultimo concetto, usa un esempio di immediata comprensione. Franco, se vuoi dimagrire cosa devi fare? Mangiare di meno, no? Beh, sai cosa si fa, normalmente? Si dice che il problema non è risolvibile, perché si ha il metabolismo lento e, poi, siamo così di famiglia. Le autoassoluzioni, appunto. Ma il suo individualismo è temperato da un’ottica tutt’altro che egoistica, perché le scelte dei singoli vanno sempre lette nel contesto in cui si vive e a favore di ciò che rappresenta non solo un profitto personale, ma un bene per la collettività. Non c’è ragionamento di Gaetano che prescinda dall’analisi dei costi e dei ricavi collettivi delle scelte individuali, a partire, appunto, dal testimoniare personalmente contro un’organizzazione che soffoca il benessere della comunità.

È una morale rigorosa, la sua. Lo sa, Gaetano, che, ragionando sulle sue stesse considerazioni, le definisce, forse, spietate, dure. Ma per svegliare gli altri, una parte consistente delle persone a cui, in fondo, non spiace, forse, vivere da sonnambuli, incatenati all’ossequio al clan, è necessario anche demolire gli alibi, le comode funambolie morali, sulle quali ci si appisola, lasciando che le cose non cambino. Saffioti parla dopo aver agito, parla da uomo che vive, con la famiglia, sotto scorta, parla dopo aver visto fuggire tante persone attorno a lui a seguito della sua scelta di testimoniare. Ma parla anche come colui il quale ha visto aumentare di quaranta volte il suo fatturato dal 2002 a oggi e aumentare il numero dei suoi dipendenti. Parla non da una latitanza, ma dalla sua terra, parla in modo chiaro e trasparente. Si può fare, si può andare oltre la ‘ndrangheta.

E lo Stato? Quanto la sua visione delle cose sia legata al senso di responsabilità individuale e collettivo dei cittadini, lo si capisce da una domanda proprio sul ruolo delle istituzioni. Hanno le loro lacune e manchevolezze, certo, ma, evocando il discorso di insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca, nel 1961, il mio interlocutore chiarisce il suo approccio alla questione del vivere sociale: «non chiederti cosa lo Stato possa fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per lo Stato».

Anche lo Stato, pur con tutte le sue mancanze, può essere un alibi. Rubo allo Stato che ruba qualcosa a me. È legittimo, agli occhi di qualcuno. Beh, questa legittimità non basta a Saffioti. È una scorciatoia mentale, morale, comportamentale. È connaturata a tempi rispetto ai quali, non senza ironia, dice di sentirsi antico, ma lo afferma con la consapevolezza di chi sa che antico e rigoroso non sono sinonimi di retrogrado e moralista. Con la consapevolezza di chi prende le distanze, a fatti e non solo a parole, da chi, potendo, non fa e si crogiola nella comoda giustificazione assistenziale per cui qualcosa è dovuto a tutti.

Prendere le distanze non significa che Saffioti abbia dismesso il suo impegno. La sua missione è provare a svegliare la gente, con garbo, dice, con delicatezza: «in questo tempo confuso, dove la verità sembra smarrirsi tra le urla, io scelgo la parola gentile, scelgo il gesto simbolico, scelgo la bellezza come forma di resistenza». E lo fa, pur essendo giunto alla conclusione, che «la gente non vuole cambiare». In questa resistenza a oltranza e in questa conclusione amara si coniuga la testimonianza di un uomo che, come avrà modo di scoprire chi leggerà l’intervista qui allegata, non smette di stupire per la sua tenace propensione alla lotta pur avendo sentore della possibilità di svegliare pochi sonnambuli. Anche perché nessuno possa dire, un giorno, «io non lo sapevo». Nessun alibi, insomma. Nessun dorma.


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