Nepotismo accademico

di Alberto Giovanni Biuso - sabato 21 marzo 2009 - 3194 letture

Segnalo un articolo dell’Associazione Nazionale Docenti Universitari che mi sembra ben sintetizzi la reale situazione dell’Università italiana e indichi quali siano le false -e controproducenti!- soluzioni e quali, invece, quelle utili.

Il mio parere è che o l’Università sarà in grado di cambiare se stessa oppure diventerà sempre più periferica e morirà di inedia. Ed è proprio questo il risultato al quale mirano le “riforme” degli ultimi anni, a partire dal famigerato “3+2” voluto da Luigi Berlinguer e arrivando alla fine del finanziamento pubblico deciso da Berlusconi-Tremonti-Gelmini.

L’articolo di Stella si può leggere sulla rassegna stampa del CNR

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ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

CHE VERGOGNA IL NEPOTISMO, QUINDI AUMENTIAMOLO

C’è un’apparente schizofrenia nella campagna che la “grande” stampa conduce da troppo tempo contro l’Università statale. Da un lato ne amplifica “incredibilmente” i difetti (soprattutto il nepotismo), descrivendo un mondo accademico quasi TUTTO corrotto e con livelli bassissimi di produttività nella ricerca e nella didattica, dall’altro lato propaganda rimedi che tali difetti accrescerebbero a dismisura.

Nel suo articolo «Parenti in cattedra, atenei da vergogna», sul Corriere della Sera del 19 marzo 2009, Gian Antonio Stella torna a denunciare la parentopoli universitaria, nella quale sarebbero coinvolti anche alcuni Rettori.

Il nepotismo universitario si basa sull’attuale sistema di reclutamento e di avanzamento nella carriera dei docenti che, attraverso finti concorsi, affida di fatto le scelte a singoli “maestri”. Questo e’ sempre stato vero per i concorsi a ricercatore (il reclutamento) ed è stato esteso dalla Legge Berlinguer ai concorsi ad associato e a ordinario (l’avanzamento nella carriera). Questa legge è stata imposta in nome dell’autonomia e della responsabilizzazione, ed è stata fortemente voluta e sostenuta dai soliti professori-opinionisti che hanno esclusivo accesso alla “grande” stampa.

L’ANDU da molto tempo propone una riforma dei concorsi tanto semplice quanto letale per parentopoli: concorsi (per il reclutamento) e idoneità (per l’avanzamento) NAZIONALI con commissioni interamente sorteggiate, escludendo i professori delle sedi che hanno bandito i posti e con non più di un componente proveniente da una stessa sede. Queste commissioni dovrebbero decidere DEFINITIVAMENTE i vincitori dei concorsi e esprimere i giudizi di idoneità per il passaggio alla fascia superiore, SENZA alcun successivo intervento delle sedi interessate; intervento che in ogni caso riporterebbe nelle mani del singolo professore (il “maestro”) la scelta finale a favore del suo candidato-allievo (vedi la Proposta dell’ANDU sui concorsi).

Invece la “grande” stampa (con in prima fila il Corriere delle Sera e il Sole 24-ore) dà voce esclusivamente a quanti (in testa i soliti economisti) vogliono ampliare l’autonomia locale, ampliando così il potere di scelta del singolo “maestro”.

La stessa “grande” stampa si fa portavoce esclusivamente di quanti vogliono ampliare a dismisura il potere del Rettore, così come “desiderato” dalla Confindustria, dalla Conferenza dei Rettori, dal PDL e dal PD. Cioè, essa “lavora” per concentrare ancor più in una persona un potere già immenso («Io sono il potere assoluto», “scherza” un Rettore, nell’articolo citato). Anche sulla “governance” l’ANDU da anni propone una soluzione semplice e “facile”: responsabilizziamo tutte le componenti dell’Ateneo facendo finalmente eleggere DIRETTAMENTE tutti i componenti del Senato Accademico, che non deve più essere presieduto dal Rettore, e affidiamo il governo “operativo” dell’Ateneo ad un Organismo scelto dallo stesso Senato Accademico (vedi la Proposta dell’ANDU sulla governance).

Il rilancio degli Atenei non si può certo basare sul rafforzamento della figura del Rettore-sovrano assoluto, che ha già pesantemente danneggiato i singoli Atenei e l’intero Sistema nazionale delle Università. Occorre, al contrario, introdurre un sistema - finalmente realmente democratico– di partecipazione e di gestione degli Atenei e del Sistema nazionale, abbandonando i modelli aziendalistici, che nell’Università italiana avrebbero il sicuro effetto di ampliare a dismisura il potere delle oligarchie accademiche.

Su queste posizioni la “grande” stampa mantiene una censura da “regime accademico” continuando ad attaccare INDISCRIMINATAMENTE l’Università statale per agevolarne la demolizione.

19 marzo 2009

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Nel numero di gennaio-giugno 2004 (anno XXXII) del semestrale Il Protagora pubblicai insieme a Dario Generali un articolo intitolato Considerazioni a margine del progetto di riordino del reclutamento dei docenti universitari. Quanto scrivevamo alle pp. 63-65 mi sembra ancora attuale:

«Nel nostro Paese il mondo accademico rappresenta, con poche quanto meritorie eccezioni, un corpo separato, che, pur composto da funzionari pubblici stipendiati dallo Stato, manifesta un sistematico disprezzo per le sue leggi. A queste ne ha sostituite di sue proprie, non scritte ma assolutamente determinate, largamente conosciute, rispettate e condivise dalla maggioranza dei suoi membri. Le conseguenze sono molteplici e tutte esiziali per la qualità e l’efficienza della vita universitaria. Esse vanno dalla realizzazione di una giustizia sommaria, pur al di fuori di qualsiasi regola formale, nei confronti dei soggetti meritevoli, a delle ingiustizie e prevaricazioni altrettanto sommarie e incontrollate. Perché, se è vero che, in tale contesto, non sono pochi i casi in cui, pur attraverso accordi e patteggiamenti del tutto illegali, viene riconosciuto il merito dei migliori, è altrettanto innegabile che, in un numero non minore di casi (a voler essere ottimisti), si compiono scandalose ingiustizie e prevaricazioni, determinate dagli indebiti vantaggi che provengono -per varie ragioni- ad alcuni candidati. Fra queste le più diffuse sono da individuare nelle appartenenze accademiche, nelle spartizioni di spazi e posti, negli interessi privati, quali l’intenzione di utilizzi impropri e funzionali alle proprie personali esigenze dei soggetti che si favoriscono, ma anche nei rapporti d’amicizia, di parentela e, last but not least e per usare una metafora, nei legami affettivi che intercorrono fra i commissari o i loro alleati accademici e i candidati e in tante altre ancora. In una situazione di tal genere la prima cosa da tentare di ottenere, anche per i concorsi da ricercatore, è che le valutazioni di idoneità dipendano al possibile da elementi non inquinabili, quindi non da scritti e orali spesso farseschi, ma dai titoli scientifici oggettivi, da valutare con dei criteri definiti in anticipo e con l’ausilio di studiosi di altri paesi dell’Unione Europea. Quindi pubblicazioni (da valutare con punteggi definiti a seconda della loro sede di uscita, del loro fattore di impatto sulla letteratura di settore, ecc.), partecipazione a progetti nazionali e internazionali (anche qui da valutare in modo non discrezionale a seconda degli enti coinvolti), riconoscimento delle proprie iniziative da parte della comunità scientifica, ecc. Garantito questo, che rappresenterebbe una rivoluzione straordinaria rispetto alle tradizioni concorsuali italiane, si dovrebbe dar vita a graduatorie nazionali aperte (per ogni classe di concorso, per le tre posizioni di ricercatore, associato e ordinario) da aggiornare continuamente, con una cadenza che potrebbe essere semestrale, ma anche annuale, che tenesse conto del continuo evolversi della posizione dei soggetti ritenuti ammissibili, perché, evidentemente, il profilo scientifico di uno studioso attivo è in continuo sviluppo e valutazioni comparative corrette possono registrare nel tempo anche notevoli variazioni. Le singole sedi universitarie dovrebbero scegliere gli studiosi da chiamare da queste graduatorie, seguendo il loro ordine, perché fare diversamente da noi non sarebbe possibile per la mancanza di garanzie di correttezza del sistema, mentre, in una situazione meno degradata sarebbe senz’altro meglio permettere alle singole sedi di scegliere con maggiore libertà gli idonei ritenuti più adatti alle loro esigenze».

www.biuso.eu


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Nepotismo accademico
21 marzo 2009, di : Fabio Fino

Professore, personalmente sono sempre molto perplesso sull’uso delle "autonomie": troppa autonomia e non regolata, produce disastri - penso