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Nelle scarpe degli altri

Chi di noi non sogna di vincere una somma importante alla lotteria o a qualsiasi gioco per evadere dalla noiosa quotidianità? Chi di noi non ha mai sognato di fare un salto temporale che ci porti nei ricordi più sopiti del passato oppure in un futuro impensato e impensabile?

di Evaristo Lodi - venerdì 13 febbraio 2026 - 932 letture

Lavoreremo da grandi / regia di Antonio Albanese ; interpreti: Giuseppe Battiston, Antonio Albanese, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero. - Italia, 2026. - durata 110 minuti [1].

Rental Family : Nelle vite degli altri / regia di Hikari ; interpreti: Brendan Fraser, Takehiro Hira, Shannon Mahina Gorman, Kikuo Hasegawa. - Giappone, 2025. - durata 110 minuti. - In uscita in Italia il 19 febbraio 2026 [2].


Ancora due pellicole, apparentemente estranee l’una all’altra che, al contrario, hanno molto in comune fra loro, anche se l’ambientazione e i personaggi farebbero pensare a tutt’altro.

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Lavoreremo da grandi, film di Antonio Albanese

Il godibilissimo film di Albanese viaggia fra l’ironia graffiante, la mestizia dei protagonisti, e l’assurdo teatrale che si confonde delicatamente con alcuni momenti, venati di nostalgia, che riportano alla mente il Grand Guignol.

Chi di noi non ha mai pensato di poter vivere una vita slegata da tutto il ciarpame che ci porta a interpretare un ruolo a noi estraneo, rinchiusi in una gabbia che nessuno di noi vorrebbe, in realtà. Chi di noi non sogna di vincere una somma importante alla lotteria o a qualsiasi gioco per evadere dalla noiosa quotidianità. O meglio, chi di noi non spera di poter ereditare una fortuna da qualche lontano zio d’America o da una zia generosa.

Chi non l’ha mai fatto si è appassionato alle false verità, alle ipocrisie e ha indossato le vesti del missionario nel ruolo costruito per lui/lei dalla società e dalla sua professione. Emotivamente si è immedesimato nel rigido ruolo del mestiere svolto, senza poterne uscire, senza provare quel senso di inebriante libertà di chi evade dagli schemi.

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Rental Family - Nelle vite degli altri, regia di Hikari

Invece il delicatissimo film di Hikari ci accompagna passo, passo nelle vite degli altri sondando le pieghe più intimistiche di persone ingabbiate dalla propria vita sia che questa sia stata ampiamente vissuta, sia che invece debba essere ancora tutta da esplorare, con tutta la curiosità infantile di una bambina.

In Giappone il fenomeno è conosciuto con agenzie ad hoc che si definiscono vite in affitto o parenti a noleggio dove, dietro congruo compenso, attori entrano nelle vite reali di persone che vogliono risolvere problemi e/o uscire dagli stereotipi a loro assegnati in un impeto libertario e, in alcuni casi, ipocritamente rivoluzionario.

Chi di noi non ha mai sognato che nella sua vita entrasse qualcuno o qualcosa che ribaltasse completamente le prospettive e ci trasportasse in un altro mondo, per noi inesplorato quanto affascinante. Apparentemente sembra un atteggiamento a noi italiani completamente estraneo e tipico del paese del Sol Levante, dove le esasperazioni toccano corde che per noi italiani vengono ipocritamente sopite nella rassicurante quotidianità del bel paese dove gli abitanti rimangono sempre brava gente.

Chi di noi non ha mai sognato di fare un salto temporale che ci porti, sul suo tappeto magico, nei ricordi più sopiti del passato oppure in un futuro impensato e impensabile che regala adrenalina ad ogni istante. E lo stesso protagonista resta incredulo e affascinato dal poter vivere le stesse sensazioni che i clienti gli donano, irrompendo nel suo fallimento professionale.

In entrambi i movies la critica sociale è presente senza che questa abbia aspetti violenti di denuncia. Sembra quasi che i personaggi siano tutti naturalmente presenti nelle nostre vite sia che li vogliamo accogliere benevolmente, sia che li vogliamo respingere con malcelato disprezzo. Gli attori caratterizzano perfettamente tutto ciò che possiamo osservare fuori e dentro le nostre case e rappresentano in modo egregio il panorama che si fa sempre più nitido ai nostri occhi increduli.

Nel film di Albanese il superbo cast ci offre di osservare un’Italia trasformata, grottesca, a tratti violenta, che si mostra ai nostri occhi con il disincanto di un placido lago d’Orta. Il lago abbraccia, consola e rende più sereno l’animo dei protagonisti che non sanno come affrontare la realtà che esprime, di volta in volta, le preoccupazioni di sicurezza, di preoccupazione per l’invasione dei diversi e per i fallimenti familiari che minacciano le vecchie generazioni.

Albanese, Battiston e Rignanese sanno affogare, mistificare e celare con indifferenza le loro preoccupazioni senili mentre Ferrero, che appartiene ad una generazione più giovane, sembra voler tentare, attraverso la sua spontanea tendenza a delinquere, un’evasione dal sistema che lo opprime. I più giovani (Claudia Stecher che interpreta un’improbabile figlia di Albanese, assieme all’apparizione del suo fidanzato, Alessandro Egger) sembrano assuefatti a ciò che di più stravagante esiste e che permette una negazione totale della realtà, a fronte di un’autoaffermazione e di un successo perseguito sulla scia dell’affascinante dio denaro.

Invece, nella pellicola di Hakari, il Giappone di Tokyo appare nelle sue pieghe più intimistiche. La megalopoli, che nell’area metropolitana supera di gran lunga i trenta milioni di abitanti, fagocita ogni giorno, ogni istante la sua popolazione, nel tentativo di omologare le esistenze di chi, impavido, tenta una vita che valga la pena di essere vissuta. Anche in questo caso l’eccezionale bravura degli attori ci conduce in un mondo che sembra apparentemente estraneo al nostro sentire, ma che coglie gli aspetti disumanizzanti di quella società, assolutamente paragonabili alla nostra, anche se noi spesso non vogliamo accorgerci di questa similarità.

Brendan Fraser ci rapisce con un’altra magistrale interpretazione [3], delicata, ironica e disincantata. Forse non raggiunge l’apice di The Whale (Darren Aronofsky, 2022), con cui vinse l’oscar, ma le emozioni vengono espresse con una perfezione sottile e timidamente accennata. Anche gli altri interpreti da Shannon Mahina Gorman (la piccola Mia) a Akira Emoto (l’attore affetto da demenza senile) ci trascinano in un vortice di emozioni, ricordi e sentimenti che all’inizio sembrano anacronistici e fuori luogo nel mondo contemporaneo e globalizzato, ma che poi si rivelano gli unici per cui vale la pena vivere.

Per cogliere a pieno l’essenza dei due film è proprio il caso di dire In their shoes, nei loro panni. Al loro posto non so cosa riuscirei a fare ma la speranza di poter camminare mano nella mano con una bambina, conforta e stupisce sempre di più.

[1] Vedi: Wikipedia.

[2] Vedi: Wikipedia.

[3] Vedi: IMDB.


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