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Nella società postmoderna, la fine del diritto al viaggio?

Per gran parte del Novecento il turismo è stato considerato una conquista sociale. Le ferie retribuite, il tempo libero, la crescita del welfare...

di Laura Tussi - martedì 15 settembre 2026 - 365 letture

Per gran parte del Novecento il turismo è stato considerato una conquista sociale. Le ferie retribuite, il tempo libero, la crescita del welfare e l’aumento dei salari avevano alimentato l’idea che viaggiare fosse un diritto di cittadinanza, non un privilegio. Il concetto di turismo per tutti, sostenuto anche dalle organizzazioni internazionali e dalle politiche pubbliche, nasceva proprio da questa visione: rendere accessibile l’esperienza turistica indipendentemente dal reddito, dall’età o dalla condizione fisica.

Oggi, nel pieno della società postmoderna, quel paradigma appare profondamente incrinato. Il turismo non è scomparso; al contrario, non si è mai viaggiato tanto. Ma è cambiata radicalmente la sua natura: si è trasformato da diritto collettivo in bene differenziato, sempre più regolato dal mercato e dalle disuguaglianze economiche.

La postmodernità e il consumo dell’esperienza

La sociologia della postmodernità, da Zygmunt Bauman a Jean Baudrillard, descrive una società nella quale il consumo non riguarda più soltanto gli oggetti, ma soprattutto le esperienze. Il viaggio diventa un prodotto simbolico, un elemento dell’identità personale, qualcosa da vivere e contemporaneamente da esibire.

Non si parte più soltanto per conoscere luoghi nuovi: si parte per costruire narrazioni di sé, alimentare i social network, collezionare emozioni e distinguersi. Il turista postmoderno è meno interessato alla permanenza e più attratto dall’intensità dell’esperienza, dalla spettacolarizzazione dei luoghi e dalla ricerca dell’eccezionalità.

Questa trasformazione produce una contraddizione evidente: mentre il viaggio diventa un bisogno culturale sempre più diffuso, l’accesso ad esso diventa sempre più selettivo.

È tramontata l’idea del turismo per tutti

Negli anni Sessanta e Settanta il turismo sociale rappresentava uno degli strumenti di democratizzazione del benessere. Colonie marine, case per ferie, soggiorni organizzati dai sindacati, cooperative e associazioni consentivano anche alle famiglie operaie di trascorrere una vacanza dignitosa.

La progressiva riduzione del welfare, la privatizzazione di molti servizi e la finanziarizzazione dell’economia hanno però modificato questo scenario. Oggi il prezzo dell’alloggio, dei trasporti e perfino dell’accesso alle città d’arte è determinato da logiche dinamiche di mercato: algoritmi, domanda globale e piattaforme digitali sostituiscono la programmazione pubblica.

Il risultato è che il diritto al turismo sopravvive nei documenti internazionali come principio etico, ma nella pratica si affievolisce. Esistono sempre più viaggiatori, ma non esiste più realmente un turismo accessibile a tutti.

La piattaformizzazione del viaggio

La rivoluzione digitale ha reso il turismo apparentemente più semplice. Prenotare un volo o una stanza richiede pochi minuti, ma questa facilità nasconde nuove forme di concentrazione economica.

Le grandi piattaforme non vendono soltanto servizi: organizzano la visibilità delle destinazioni, influenzano i prezzi, orientano i flussi e trasformano interi quartieri urbani. L’abitazione diventa alloggio turistico, il residente lascia il centro storico e il visitatore occupa spazi pensati sempre meno per la vita quotidiana.

Il turismo postmoderno non produce soltanto mobilità; produce anche gentrificazione, aumento degli affitti, espulsione delle comunità locali e perdita dell’identità dei luoghi.

Dal turista al nomade globale

Un’altra caratteristica della postmodernità è la dissoluzione dei confini tradizionali tra lavoro, tempo libero e mobilità. Nasce il digital nomad, il professionista che lavora viaggiando, mentre cresce il turismo esperienziale, quello enogastronomico, spirituale, sportivo e creativo.

Queste nuove forme arricchiscono certamente l’offerta culturale, ma evidenziano anche una nuova gerarchia sociale: può diventare nomade soltanto chi possiede capitale economico, culturale e tecnologico. La libertà di movimento diventa così una forma di privilegio.

Le nuove esclusioni

Parlare oggi di turismo significa inevitabilmente parlare di disuguaglianza. Le categorie più fragili incontrano ostacoli sempre maggiori: famiglie con redditi medio-bassi penalizzate dall’aumento dei costi; anziani con pensioni insufficienti; persone con disabilità che trovano ancora numerose barriere fisiche e organizzative; giovani precari per i quali la vacanza rappresenta spesso un lusso.

La società dei voli low cost aveva fatto immaginare una democratizzazione del viaggio; l’inflazione, i prezzi dinamici e la concentrazione del mercato stanno invece ricostruendo una geografia delle esclusioni.

Verso un nuovo diritto alla mobilità turistica

La questione non è nostalgica. Non si tratta di rimpiangere il turismo di massa del Novecento, spesso responsabile di gravi impatti ambientali, ma di ripensare il significato sociale del viaggio.

Un turismo sostenibile non può limitarsi alla tutela dell’ambiente: deve comprendere anche la giustizia sociale. Ciò significa politiche pubbliche per l’accessibilità, trasporti realmente inclusivi, ospitalità diffusa, valorizzazione delle aree interne e diritto delle comunità residenti a non essere espulse dai propri territori.

Il turismo postmoderno ci pone dunque una domanda decisiva: chi ha davvero il diritto di viaggiare? Se il viaggio diventa soltanto una merce regolata dalla capacità di spesa, viene meno una delle più importanti conquiste culturali del Novecento. Recuperare l’idea del turismo come esperienza educativa, relazionale e accessibile significa restituire al tempo libero la sua dimensione di bene comune, sottraendolo almeno in parte alla logica esclusiva del mercato.

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Mamma solare

Nella foto: un disegno di Angela Belluschi, madre della nostra giornalista Laura Tussi, con la presenza di Nora Romero e Johanna Aguilar che insieme costituiscono un autentico presidio creativo e artistico di arte terapia a supporto delle sindromi neurodegenerative al di fuori di un contesto ospedalizzato, ma nell’ambito familiare


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