Nel resto del niente
Neppure un monologo...
di
Victor Kusak
- mercoledì 18 febbraio 2026
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Nel mondo in cui mi trovo ora non esiste estensione né tempo. Né io ho corpo. Mi chiedi se ci sono anche altri oltre me. Non saprei dirti. In realtà non riesco neppure a concepire un pensiero e dunque non mi pongo neppure il problema di doverlo esprimere in qualche modo o in qualche forma. Non ho memoria, dunque non sono in grado di utilizzare parole né tantomeno oggetti. Non si può prendere nulla in mano innanzitutto perché manca una mano, e poi perché non c’è proprio nulla da prendere. Se anche ci fosse qualcosa da prendere, non saprei come individuarla. Tu nella tua realtà hai a disposizione delle cose che chiami occhi, naso, sensibilità della pelle, orecchio. Beh io qui dove sono non sono in grado neppure di dirti di cosa io sia fatto, e se esiste una cosa che si possa chiamare io. In effetti, questo, non è neppure un posto, un luogo, una qualsiasi cosa che possa essere immaginata o pensata. Qui non c’è pensiero. La radicalità del nulla permette l’immaginazione illimitata. Qui, dove non c’è “possibile”, tutto è possibile. Lì dove siete voi, dove uno dei tanti possibili ha costruito una realtà, questa scelta - questa realtà - ha costruito la limitazione della possibilità. La parzialità. Un momento angolare, un orizzonte degli eventi. Qualcosa di limitato. Che si pone tra due vuoti sconfinati. La provvisorietà che voi siete rimbalza nelle vostre stesse parole. Eco. C’è qualcosa di malvagio, di sbagliato in ciò che voi siete. Avete scelto l’errore. Che l’errore possa esistere è qualcosa di inquietante, ma nello stesso tempo è qualcosa che dà sollievo. Significa che là dove voi non siete - cioè nel resto del niente - si è formato qualcosa. Voi consistete, e nel momento in cui siete, permettete a ciò che voi non siete di esistere. Pur non esistendo. Che strana cosa è questa cosa. Non vi so dire se io sia mai esistito nel vostro mondo. Magari ci ho vissuto. Ho avuto anch’io una qualche consistenza. Non posso dirvi nulla al riguardo. Neppure se riesca a provare qualcosa su questo pensiero. Potrei essere un voi che ha dimenticato di essere voi. Potrei essere l’infinita cosa di cose che potrei essere. Un voi dopo la vostra morte - quella cosa che chiamate in questo modo, morte, e che non saprei neppure definire. Siete voi a dirlo: che ci sono madri che piangono i figli che attraversano la soglia della morte. Che voi stessi uccidete i vostri simili. La morte, per come mi dite, sarebbe la vostra non-esistenza. Così come non riesco a concepire l’esistenza, non riesco neppure a pensare la non-esistenza. È abbastanza singolare che qualsiasi cosa comunque ritorni sempre su di voi, riguardi sempre voi - persino la vostra morte. Ossessionati da questa cosa che è l’unica cosa che avete, il vostro voi stesso. Mi dite che dalla vostra parte tutto finisce, mentre oltre una certa soglia, ci sarebbe qualcosa che non finisce e che voi chiamate dio o qualcosa del genere. Anche questo non capisco, né mi interessa di capire. L’unica cosa certa è che non sono voi. Non sono neppure altro, perché dovrei pensare (cosa che del resto non faccio) di avere un qualche rapporto con voi. Dite che siete in tanti, che ci sono molte “cose” lì dove siete voi. Non riesco neppure a immaginare a cosa alludete quando dite queste cose. C’è questa cosa numerica del “tanti”. Non so a cosa vi riferite. Né la cosa mi importa. Che voi ci siate o non ci siate, che sia vero che voi avete una qualcosa cosa che chiamate consistenza o corpo, non mi interessa per niente. Che io sia qualcosa non mi interessa. Dite che questa è una forma di felicità? Neppure questo ha una qualche importanza qui, nel posto dove non sono e che non è neppure un posto. Qui non c’è un qui. E io stesso non ci sono. E voi, voi non ci siete neppure. Voi, non siete.
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