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Nel nome di Giulia

Cara Giulia : Quello che ho imparato da mia figlia / Gino Cecchettin, con Marco Franzoso. - Milano : Rizzoli, 2024. - 160 p. - ISBN 978-88-17-18862-3.

di Massimo Stefano Russo - sabato 9 marzo 2024 - 455 letture

L’assassinio di Giulia Cecchettin, scaturito da una mentalità negativa, di imperturbabile malvagità, continua a far riflettere. Cosa rappresenta la morte di Giulia, quale significato assume? Come spiegare il senso di inimicizia, di odio profondo e persecuzione che l’ha determinata e trasmette?

Le è stata inflitta una morte crudele, terribile e sanguinosa. Il timore di averla irrimediabilmente perduta ha fatto scattare nel suo ex l’istinto di andarla a riprendere, di rintracciarla e catturarla per annientarla. Un annientamento espresso nel voler ridurre l’essere umano al niente tradotto in aggressione violenta, ira furiosa; un’“azione immorale”, scaturita dalle voglie individuali di dominio e possesso, di un odiatore che nell’infierire va oltre le parole furibonde e fa qualcosa di drammaticamente tragico. Per sopravvivere alla morte inaccettabile di Giulia bisogna discuterne, capaci di trasformarla in forma di vita altra, tale da mostrarla inestinguibile, nella forza della memoria, come forma di conservazione. Il padre, con parole che arrivano al cuore, ne ha voluto riassume così la vita trascorsa insieme, e ne fa affiorare i momenti più significativi che hanno contato molto: dense e cadenzate sequenze, trasmettono il senso di sicurezza che irraggia dalla famiglia, capace di impartire insegnamenti.

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Copertina di Cara Giulia, di Gino Cecchettin

Nell’esprimere il proprio dolore, in prima persona, Gino Cecchettin, senza lasciarsi sopraffare, allontana da sé ogni ostilità e ripropone la presenza, la voce, l’immagine della figlia, col pensiero richiama Giulia a ridare speranza nel continuare a parlare. Si attacca con forza al voler rimanere ragionevole e comprensibile a partire da sé stesso, dal proprio dolore. Nel ricordo si incontrano e si legano molte cose, accumulate nel corso della vita familiare, per evitare che rimanga soltanto la vita soppressa, disgregata all’improvviso dalla violenza straziante che ferisce e schiaccia, rilasciando conseguenze irreparabili. La familiarità si combina all’amore in tanti modi diversi, a conferma che è nell’infanzia, vissuta al sicuro, che si impara ad amare.

L’amore nell’agire sul corpo e la mente, contiene tutte le contraddizioni dei piaceri e dei tormenti che possono spezzare e mettere in pericolo persino la vita. La morte di Giulia Cecchettin rientra nel segno del tempo e di un processo storico, culturale, politico, impossibile da mettere tra parentesi. Si possono negare in un rapporto di dominio e di nuda violenza ossessiva i diritti alla vita affettiva, autonoma e indipendente? E ci si domanda: “cosa possiamo fare” per portare avanti un miglioramento che nel proiettare lo sguardo verso il futuro, ritrovi, una visione lungimirante, un’atmosfera di serenità, nel sognare una vita libera e svincolata da domini ossessivi? A chi affidarsi nel richiedere aiuto, per evitare di rimanere inermi, passivi di fronte alla violenza di genere? Come far sì che il futuro positivo non disattenda le aspettative nel mettere in atto delle pratiche concrete d’intervento?

Nella storia di Giulia troviamo una sospensione spettrale che sfugge e richiama i rapporti di genere caratterizzati da forza e dominio, da forme di lotta e di resistenza. Tutto acquista così una luce più intensa di fronte all’assassinio, alla violenza che assale con orrore e spavento e fa paura. Si tratta, nel volersi tenere lontani dal sangue, di andare oltre l’indignazione e adoperarsi per agire attivamente contro il maschilismo e le relazioni abusanti di dominio e sopraffazione. Quale strada contrapporre a chi nell’assecondare la violenza di genere arriva a uccidere?

Nel guardare alle peculiarità dei sentimenti per non perdersi, nel muoversi di qua e di là, nella vita, si deve trovare un capire affettivo e sentimentale graduale, senza smarrire la propria identità. Se il terribile, nel riflettere sul sopravvivere, resta sempre doloroso, l’orrore va affrontato nel contesto.

Senza principi e comandamenti, senza vergogna alcuna, nell’affidare tutto alla capacità del singolo di controllarsi, è facile che la libertà scivoli nell’arbitrio e nel sopruso, convinti di poter vivere, creare, distruggere e morire per amore. La libertà che si realizza espressamente nella volontà individuale, si incarna anche nelle istituzioni e oggi deve fare i conti con un mondo degradato, violento e chiuso in sé stesso, che nella smania di potenza, tra tracotanza e stoltezza, rischia la distruzione.


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