Né con il Grillo, né con il Gatto e la Volpe

Tutti conoscono (magari solo vagamente, per averla ascoltata, letta e studiata a scuola, o semplicemente vista al cinema o in televisione) la storia de Le Avventure di Pinocchio...
di Lucio Garofalo - sabato 29 settembre 2007 - 5100 letture

I partiti e i (nuovi) arrivati ed arrivisti

Tutti conoscono (magari solo vagamente, per averla ascoltata, letta e studiata a scuola, o semplicemente vista al cinema o in televisione) la storia de Le Avventure di Pinocchio, la celebre fiaba inventata dall’estro creativo di Carlo Lorenzini (questo era il suo casato iscritto all’anagrafe), in arte Carlo Collodi. Sarà che io non ho mai ammirato il noioso ed invadente personaggio del Grillo (s)Parlante, profilo allegorico di tutti i perversi moralisti e i bacchettoni che si ergono a difesa dell’ordine costituito, di tutti i falsi e pedanti predicatori, paladini del buon costume, sempre pronti a sentenziare, a dispensare consigli al prossimo, ad impartire norme e precetti che loro sono i primi a violare. Né ho mai amato e stimato il ritratto dello stesso Pinocchio (tanto caro a Roberto Benigni), un tipo ingenuo e facilmente influenzabile, emblema di tutti gli sciocchi zimbelli e i burattini in genere. Tanto meno ho apprezzato la maschera di Mangiafoco, crudele metafora dei burattinai, degli aguzzini e dei carcerieri del sistema. Parimenti ho detestato e disprezzato quei birboni e farabutti che sono il Gatto e la Volpe, divertente allegoria dei numerosi imbroglioni, furfanti e mascalzoni in circolazione, sempre pronti a raggirare e derubare gli sprovveduti, anch’essi vaganti in gran copia. E ancor meno ho gradito il gendarmi, i codini e i forcaioli di ogni tempo, diffusi in ogni angolo del mondo. Invece, ho sempre preferito e seguito il ritratto allegro e strepitoso di Lucignolo, effigie simbolica dei giovani ribelli e disobbedienti, inguaribili sognatori, figura tipica dell’anarchico utopista e anticonformista, all’eterna ricerca della libertà e della felicità inseguite nell’immaginario ed onirico "Paese dei balocchi"... Sarà anche per questo (ed altro ancora), ma francamente non riesco a nutrire una sincera simpatia verso il comico-mitico-arcicarismatico- sclerotico-leader-antipolitico-né-di-destra-né-di-sinistra Beppe Grillo. E ancor meno provo attrazione verso quell’ambiguo ed enigmatico-magmatico-paradigmatico-pragmatico-programmatico movimento che i mass-media hanno già battezzato con il nome (davvero originale e fantasioso, eh eh eh!) di "grillismo".

Certo, anch’io avverto un moto istintivo e irrefrenabile di avversione-repulsione-rabbia e disprezzo nei confronti di un sistema pseudopolitico sempre più laido, corrotto ed affarista, nel quale i (presunti) furbetti, impostori e ciarlatani, i peggiori carrieristi e gli arrivisti più cinici e spregiudicati la fanno da padroni assoluti e incontrastati. Per non dire cose peggiori... Comprendo (anzi, mi meraviglio che non sia sopraggiunta ancor prima) l’ondata di rigetto, di protesta e sdegno popolare, che si è manifestata in modo dilagante in occasione del V-Day, il mega-evento-nel-vento-mamma-mia-che-spavento, svoltosi lo scorso 8 settembre (data storica scelta non a caso) a Bologna e in altre città italiane, con collegamenti in alcune postazioni all’estero.

Fidando e attingendo nella memoria storica collettiva e nell’esperienza diretta, ho sempre coltivato e mantenuto una profonda, legittima diffidenza verso i movimenti di questo tipo, sebbene mi sforzi di comprendere e spiegare le cause che li producono. In passato, abbiamo già conosciuto altre manifestazioni e movimenti (ben più vasti e potenti) di rigetto antipartitocratico-antiburocratico-antiaristocratico- antiplutocratico-antidogmatico-ecc. Abbiamo assistito ad altri "fenomeni" del genere: quasi all’indomani della seconda guerra mondiale e nel pieno svolgimento del clima ancora infiammato della guerra civile scatenata dall’insanabile contrasto tra il fascismo e la Resistenza partigiana, apparve il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato a Roma nel 1944 dal commediografo, giornalista e (guarda caso) uomo di spettacolo Guglielmo Giannini; successivamente si affacciarono i Radicali liberi(sti) di Marco Pannella ed Emma Bonino, veri cani da guardia dell’ultraliberismo capitalistico-massonico-mafioso di stampo anglosassone; molti anni dopo (in)sorse la Lega Nord-Sud-Est-Ovest del pagliaccio-sovversivo-pistolero- bandito-e-fuorilegge Umberto Boss-i, dei vari Castelli (di sabbia), dei Maroni (rotti) & soci cabarettisti-disfattisti-lucio-battisti (su tutti vorrei citare il grande showman e capocomico della compagnia, l’ex ministro-clown Roberto Calderoli). Insomma, l’elenco è ben nutrito.

Tutti i suddetti movimenti, (in)sorti con premesse più o meno analoghe, mossi da ispirazioni e motivazioni abbastanza affini, sono infine approdati al medesimo sbocco finale: inserirsi nell’alveo della tanto agognata-accerchiata-blindata-ristretta-maledetta Casta partitocratica. Infine, rammento che lo stesso Cavaliere (rossonero) Silvio Berlusconi-Dux-in-fundo si presentò in illo tempore con le fattezze del "nuovo che avanza", quale monumento simbolico dell’Antipolitica. Egli seppe interpretare ed incarnare in modo magistrale il diffuso malcontento popolare diretto contro i partiti, cavalcando abilmente l’onda (anomala) sentimentale dell’Antipolitica, ergendosi ad emblema e paladino dell’Antisistema e della battaglia antipartitocratica, per poi diventare l’esponente negativo per eccellenza del potere (bi)partitico-istituzionale, oltre che di quello economico-plutocratico e finanziario, nonché del "quarto potere", quello mass-mediatico. Insomma, un superconcentrato di poteri. Di tutti i poteri riassunti nella sua persona divinizzata-demonizzata. Un Dio Uno e Trino? Macché, Uno e Quartino (o Quintino)! Insomma, un vero superman-straUnto-del-Monsignore...

Tuttavia, mi chiedo se tali accostamenti storici possano davvero servire ad inquadrare e comprendere fino in fondo un movimento che per certi versi risulta "inedito", quantomeno perché generatosi attraverso la rete web. Certo, gli stereotipi e i pregiudizi ideologici incombono sempre, annidati (come avvoltoi) dietro l’angolo-concavo-convesso-piatto- giro-ottusangolo, pronti ad emergere nelle menti conformiste-trasformiste aduse a ragionare mediante facili categorie convenzionali. Dunque, prima di esprimere giudizi affrettati ed errati, occorrerebbe capire ed afferrare le radici più oscure e profonde del fenomeno. Un fenomeno storicamente determinato (e su questo non possono esserci dubbi) dalla grave crisi di consensi e credibilità in cui versa da tempo l’apparato del potere politico (ri)costituitosi in Italia dopo la "bufera" politico-giudiziaria di Tangentopoli che investì i partiti della Prima Repubblica durante la prima metà degli anni ’90. Un fenomeno le cui radici probabilmente affondano in eventi risalenti in parte a tempi abbastanza remoti (mi riferisco alla demolizione per via giudiziaria della Prima Repubblica e alla nascita della Seconda, tramite riciclaggio e ri-conversione dei rifiuti e degli scarti politici: si pensi ai vari Casini, Mastella e Rutelli, ossia ai portaborse e ai "delfini" dei Forlani, De Mita e degli altri pezzi da novanta del ceto politico legato al Pentapartito), in parte a momenti e ad esperienze a noi più recenti.

Ma il parallelismo che mi pare più logico e scontato (che sovviene spontaneo e inevitabile), indubbiamente corretto dal punto di vista storico-politico, è quello con il "leghismo", di cui il "grillismo" si configura come il più degno erede, ancorché in una versione inedita di "sinistra", vale a dire come un revival delle istanze forcaiole e leghiste sorte negli anni ’80 e ’90, spostate e proiettate a "sinistra", in quanto adottate da una piazza popolare che è orientata prevalentemente a "sinistra", vale a dire collocata nell’area della "sinistra scontenta e delusa" dal governo in carica. In tal senso, se posso azzardare un’audace definizione, il "grillismo" si rappresenta come una sorta di "leghismo di sinistra", ovvero un "leghismo di marca girotondista". Ma qui vorrei soffermarmi per invitarvi a riflettere meglio su un punto. Il massiccio movimento di protesta che Grillo è riuscito a radunare e catalizzare attorno a sé, benché possa pretendere di aver ragione, accampando una serie di giuste rivendicazioni e motivazioni contro un (a)ceto politico assolutamente inadempiente, inetto, corrotto, inadeguato ed inefficiente (ma, aggiungo io, servile e subalterno rispetto ai poteri forti), tuttavia non riesce ad occultare e camuffare la sua vera natura autoritaria-codina-reazionaria, moralista-inquisitoria-poliziesca, populista-qualunquista e (s)fascista. Mi spiego meglio facendo un esplicito richiamo a quell’ipotesi di riforma che è diventata il principale cavallo di battaglia del movimento "grillista".

Mi riferisco esattamente al disegno di legge popolare articolato in tre punti per un “Parlamento Pulito”. I tre punti della proposta sono:

- NO AI PARLAMENTARI CONDANNATI. No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di giudizio finale.

- DUE LEGISLATURE. No ai parlamentari di professione da 20 e 30 anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.

- ELEZIONE DIRETTA. No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

Ebbene, soffermiamoci a ragionare un po’ sulla condizione (sine qua non) che per fare parte delle liste civiche occorre (oltre a non avere tessere di partito) essere "incensurati". Questo piccolo, all’apparenza insignificante dettaglio è estremamente rivelatore, è una spia che denuncia la reale natura (reazionaria e poliziesca) del movimento "grilliano-grillino-grillista". Questo è senza dubbio un elemento essenziale che conta molto più del folclore, delle manifestazioni di protesta, delle boutade, delle battute ad effetto e dei "vaffanculo" urlati contro la Casta partitocratica. Nel postulare una norma tanto rigida, il progetto "grillista" esprime e denota non solo un eccessivo timore reverenziale, un deferente e ser-vile ossequio nei confronti dell’azione classista e repressiva della magistratura, bensì tradisce un rigoroso e farisaico perbenismo piccolo-borghese, un legalitarismo e un giustizialismo "giacobino-girotondino" a dir poco inquietante.

Nelle società classiste, la Legge, la Giustizia e il Diritto non sono mai imparziali. La Legge non è affatto "uguale per tutti", anzi. In un ordinamento giuridico-politico ed economico-materiale strutturato sulla divisione sociale del lavoro, incentrato sullo sfruttamento delle mansioni produttive ridotte e costrette in un regime salariale, costruito sull’esistenza e sulla tutela della proprietà privata, le leggi dello Stato non sono mai asettiche e neutrali, ma sono viziate e pregiudicate, dunque corrotte e compromesse, schierate ed applicate a beneficio del più forte, del ricco e del potente di turno, sono il prodotto storicamente determinato dai rapporti di forza e di potere insiti in una data formazione sociale in un dato momento storico.

Oggi si può incappare facilmente ed ingiustamente nelle maglie della (in)Giustizia repressiva borghese, per cui si può essere "censurati" per molteplici e diverse ragioni, tra cui i "reati d’opinione", i"delitti" contro la proprietà privata e contro l’ordine costituito. La conseguenza immediata e drammaticamente concreta del disegno di legge proposto dal movimento "grilliano-grillista" è proprio quella di bollare come "colpevoli", "rei" o "delinquenti", tutte le vittime del sistema carcerario e repressivo della (in)Giustizia di classe, negandogli ogni diritto politico, espellendoli e segregandoli dalla "comunità politica", ossia escludendoli dall’alveo della cittadinanza. In tale progetto di esclusione-discriminazione-repressione si rivela la natura autenticamente autoritaria, oppressiva e poliziesca, classista e fascista del "grillismo".

Per tali (ed altre) ragioni, ho deciso di schierarmi apertamente contro un simile movimento. Affermo ciò non senza un lieve rammarico, nel senso che malgrado io non sia un servo dell’ordine costituito, ossia un funzionario di partito, per cui anch’io avverso e combatto tenacemente il sistema politico vigente, tuttavia non riesco a simpatizzare per l’iniziativa e la polemica di Grillo. Una battaglia che reputo disfattista, (s)fascista e qualunquista: vorrà dire che mi beccherò una valanga di critiche, di ingiurie e di offese da parte dei "grillini-grillisti-grilletti".

Dirò di più. Io credo che il tema della corruzione non appartenga solo e semplicemente alla vita politica italiana, non investa solo la classe politica "digerente" (ahimè, mi son concesso una comoda e banale battuta di stampo qualunquista) del nostro paese, ma costituisce una questione più ampia e complessa (direi globale) della politica così come viene concepita e praticata negli attuali ordinamenti tardo-post-neo-capitalistici. La corruzione è ormai un tratto costituzionale complessivo e distintivo di tutti gli Stati borghesi, un aspetto organico ed insito negli assetti politico-statali contemporanei. Ridotti ormai a veri e propri comitati d’affari. La corruzione non è una prerogatica esclusiva dei partiti politici italiani, ossia del Parlamento italiano pieno zeppo di inquisiti, di gente spregiudicata e senza scrupoli.

In realtà, la corruzione è una "malattia" che infetta l’intero corpo sociale, una caratteristica fondamentale e fondante del sistema economico-imperialistico incentrato sull’ingerenza e sullo strapotere globale esercitato dalle corporation multinazionali. Che sono molto peggio dei partiti politici, nella misura in cui altrove dirigono e tiranneggiano direttamente i governi, senza filtri o mediazioni di sorta. Si tratta di colossali associazioni a delinquere legalizzate che operano su scala planetaria e che violano apertamente e ripetutamente i diritti umani e civili dei popoli e dei lavoratori del Sud del mondo, in Africa, in America Latina, in Asia. Del resto, lo stesso Lenin scrisse quasi un secolo fa "Stato e rivoluzione", un’opera classica del pensiero marxista e rivoluzionario in genere. Un libro formidabile in cui Lenin si propose di indagare e conoscere la reale natura dello Stato, partendo da un’analisi scientifica delle forme e dei meccanismi che regolano la "democrazia capitalistico-borghese", intesa e definita come "dittatura di classe della borghesia". Con vero furore anarchico Lenin riuscì ad esprimere e sviluppare una critica radicale volta a spezzare ed abbattere la macchina statale della borghesia imperialista, non solo nella veste della "Repubblica democratico-parlamentare", ma dello Stato capitalistico tout-court. Un apparato statale criticato e rifiutato integralmente, nella sua totalità, quindi da capovolgere e rovesciare, se necessario, anche con metodi violenti. Che non sono certo quelli del "grillismo".


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