Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Mafie |

’Ndrangheta in Piemonte: il punto di vista di Roberto Maria Sparagna

Il corso per docenti piemontesi sulle mafie in Italia e sui loro rapporti con lo Stato e la società civile si è concluso questo venerdì 8 aprile.

di francoplat - mercoledì 13 aprile 2022 - 2383 letture

Organizzato dal liceo artistico torinese “Renato Cottini” e dalla sezione locale “Paolo Borsellino” delle Agende rosse, il ciclo di lezioni ha visto succedersi il prof. Rocco Sciarrone, l’avvocato Fabio Repici, la giornalista e scrittrice Stefania Limiti; ultimo ospite presso l’aula magna del liceo è stato, lo scorso venerdì, il magistrato Roberto Maria Sparagna.

In attività dal 1994, Sparagna ha svolto la funzione di sostituto procuratore presso la Pretura di Torino e, in seguito, presso il Tribunale del capoluogo piemontese. Dal 2003 al 2013 ha fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia del Piemonte, occupandosi di diversi omicidi – fra i quali quelli commessi dal cosiddetto serial killer Maurizio Minghella – e di indagini relative alla presenza di organizzazioni mafiose nella regione. In particolare e insieme ad altri colleghi, ha indagato sulla ‘ndrangheta in Piemonte nelle operazioni “Minotauro”, “Albachiara”, “Colpo di coda”, “Esilio”, “San Michele”, oltre che sulla mafia siciliana e sulle mafie straniere. Dal gennaio 2020, Sparagna è sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo avente sede a Roma.

Puntuale all’appuntamento, il magistrato ha, fin dall’inizio, precisato che l’approccio al tema sarebbe stato più seminariale che frontale, invitando i docenti in sala e quelli collegati in streaming a interloquire con lui durante la sua trattazione. Ha cercato, cioè, di porsi su un piano paritetico con gli spettatori, sottolineando il piacere di poter conversare con una platea di professionisti importanti nell’ambito dell’antimafia, ribadendo come la scuola debba e possa rappresentare un significativo veicolo di legalità. Non a caso, si è posto in modo dubitativo e problematico con l’uditorio, domandando quale fosse l’approccio migliore per trattare con i discenti la questione mafie: la visione di uno sceneggiato come “La piovra”, che tanto aveva colpito la sua sensibilità, o, piuttosto, un approccio ironico come quello di Pif ne “La mafia uccide solo d’estate”? Ancora: scegliere di affrontare il tema direttamente o giungervi attraversando la questione più ampia della legalità?

Domande, queste, con le quali il magistrato ha chiesto ai docenti di misurarsi a partire dal loro vissuto scolastico quotidiano, ripromettendosi di tornare sulle risposte al termine della trattazione. Quanto a quest’ultima, ha preso avvio con una domanda canonica: cos’è esattamente la mafia? Da uomo di legge, l’ospite ha posto l’uno accanto all’altra tre tipologie di reati: quello monosoggettivo, commesso da una persona, quello plurisoggettivo, compiuto da più persone, e quello associativo, cioè quello in cui, come recita l’articolo 416 del Codice penale, tre o più persone si aggregano per compiere dei delitti. Di fatto, la legge punisce l’associazione come entità a sé stante, al di là delle singole responsabilità e dei ruoli dei diversi membri dell’associazione. Non è necessaria, cioè, la commissione di reati scopo, si punisce la condotta prodromica alla realizzazione di tali reati. Il delitto associativo, precisa Sparagna, non è invece presente là dove esiste la common law, nei paesi anglofoni. Alla domanda di una docente a riguardo, risponde che la mancanza di tale reato nella giurisprudenza britannica potrebbe dipendere dal pensiero filosofico empirista che c’è alla base di quella cultura, a differenza della filosofia idealistica sulla quale si fonda, in parte, la cosiddetta civil law.

Dunque, un reato associativo che, in Italia, arriva da lontano, dal codice Zanardelli, poi ripreso dal codice Rocco, e che fu integrato, nel clima drammatico dei primi anni Ottanta del Novecento, dall’articolo 416 bis, la legge Rognoni – La Torre. L’associazione a delinquere in sé, cioè, divenne associazione di stampo mafioso, in cui diventava dirimente e fondamentale la categoria della violenza intimidatoria. È proprio l’intimidazione a rappresentare la forza da cui deriva la condizione di assoggettamento e di omertà in cui vengono gettate le vittime dell’organizzazione criminale, una condizione che Sparagna non esita a definire di schiavitù. A tale proposito, spiega come, nel corso degli interrogatori durante gli anni piemontesi, si sia imbattuto più volte in soggetti che preferivano l’omertà o la reticenza piuttosto che rischiare le conseguenze della loro aperta collaborazione con gli inquirenti.

Circoscritto il perimetro giuridico del concetto di mafie, il magistrato cala l’oggetto della sua analisi in Piemonte, soffermandosi, in particolare, sul processo Minotauro, svoltosi nel 2011 e conclusosi nel 2006. Avviato a seguito della collaborazione di alcuni testimoni importanti quali Maria Stefanelli, Rocco Varacalli e Rocco Marando, il processo, in cui furono coinvolti 180 indagati, mise in luce l’esistenza di una solida organizzazione criminale calabrese a Torino e nell’hinterland, ben strutturata in "locali" diffusi sul territorio, dotata di una forza militare cospicua e caratterizzata da un rapporto duttile con le cosche presenti nella terra d’origine. Proprio riferendosi a tale processo, Sparagna osserva come l’unità associativa di base emersa dalle indagini fosse la “locale” e precisa che, in base alle testimonianze dei collaboratori, ogni locale doveva essere composta da almeno 49 membri. «Perché proprio 49?» domanda un docente, ma l’ospite confessa di non saper rispondere.

Sul grande tabellone compare una cartina del Piemonte: la regione, divisa nelle sue province, è contrappuntata da didascalie che indicano le varie locali di ‘ndrangheta, collocate sostanzialmente a Torino e cintura, da quella di Natile di Careri in città – nella quale operava il collaboratore di giustizia Varacalli – a quella di Nichelino, da quella di Chivasso a quella di Rivoli e via via sino a contarne quattordici. Questa, almeno, era la situazione dieci anni fa, precisa l’ospite. E per dare forza al proprio ragionamento sul radicamento e sulla diffusione della mafia calabrese in Piemonte, oltre che sulla solida struttura organizzativa, fa ascoltare ai docenti una breve intercettazione ambientale. L’ascolto è accompagnato dalla trascrizione del testo, senza la quale sarebbe impossibile cogliere la descrizione attenta che il capo di una locale fa a un giovane affiliato dei membri e delle dettagliate gerarchie ‘ndranghetiste nella regione. Fra parentesi, a proposito delle gerarchie, il magistrato fa notare come sia interessante il costante richiamo alla tradizione evangelica e religiosa in generale: della “società maggiore”¸ ad esempio, fanno parte doti (cariche) quali “santista” o “vangelo”.

La tradizione viene, dunque, rispettata e si reitera nel tempo, considerato che, dalle risultanze delle intercettazioni e dalle dichiarazioni dei collaboratori, si è arrivati alla quarta generazione di ‘ndranghetisti in Piemonte, ponendo l’inizio del fenomeno agli anni Cinquanta del secolo scorso. Quanto alla tenuta del vincolo associativo, ai riti di affiliazione e ai luoghi in cui tali riti si consumano, Sparagna mostra ai suoi ascoltatori una formula di affiliazione trovata sul comodino di un boss e vergata a mano: «Come si forma e sforma / Buon Vespero / state a comodo a formare la società di santa in nome di: Giuseppe Garibaldi / Giuseppe Mazzini / Ferdinando (sic!) La Marmora / e della santissima Elisabetta che subentra alla santissima Annunziata / la società di santa è formata». Nello stesso biglietto, ma più in basso, si legge: «1 Votazione. In nome di G.ppe Garibaldi / G.ppe Mazzini / Ferdinando La Marmora / Passo la 1 votazione sul conto di Tizio. / Se fino adesso lo conoscevo come un camorrista di sgarro da questo momento in poi lo conosco come un fratello di santa fatto in voce».

Il magistrato mostra, poi, le immagini di un consesso di mafiosi calabresi per l’affiliazione, in un ristorante piemontese, di un giovane membro: i cellulari debitamente depositati fuori dalla stanza in cui è avvenuto il rito, per evitare eventuali intercettazioni ambientali, due uomini a guardia della stanza stessa. Quanto a testimoniare la lunga durata delle famiglie ‘ndranghetiste, Sparagna proietta una sentenza della Corte d’Assise di Reggio Calabria del 1934, nella quale si trovano i cognomi dei nonni e dei genitori di mafiosi presenti in Piemonte qualche decennio dopo. Per avvalorare ulteriormente l’idea di lunga durata del fenomeno, ricorre a un’ulteriore sentenza vergata dalla Corte d’Assiste di Reggio Calabria in cui i giudici richiamano il 1870 quale data lontana della realtà associativa degli imputati.

Si torna, quindi, alla questione dell’intimidazione e alle modalità con cui è emersa durante le indagini dell’operazione Minotauro. Possono esserci, spiega Sparagna, diverse forme di minaccia, direttamente proporzionali alla “cattiva fama” raggiunta dall’organizzazione mafiosa: la minaccia diretta, esplicita, quella indiretta o larvata - «mi servirebbero dei soldi», senza altra aggiunta e senza nessun avvertimento in chiaro – e il modus operandi della cosiddetta “mafia silente”, ossia la totale assenza di avvisi o minacce, dirette o indirette, in virtù del timore che i membri dell’onorata società sono in grado di determinare in una comunità. In tal senso, Sparagna racconta di un imprenditore che si era, di fatto, auto-censurato abbandonando un bando di gara nell’edilizia dopo aver capito che era una gara viziata dalla presenza di una ditta di evidente matrice ‘ndranghetista.

Il magistrato indica, in seguito, alcune delle attività mafiose e dei settori in cui si infiltra. Lo fa a partire dalla distinzione fra “mafia prenditrice” e “mafia imprenditrice”: la prima è predatoria, la mafia nota delle estorsioni, dell’usura, del gioco d’azzardo, del traffico di droga; l’altra è, per così dire, una mafia dei servizi, dalla guardiania dei cantieri edili o dei negozi a quella che gestisce consulenze per l’investimento del denaro proveniente dall’evasione fiscale. Senza contare, poi, la mafia in politica, non solo capace di convogliare i voti verso candidati in grado di fornire utili ai criminali, ma anche, e sempre più spesso, di candidare propri esponenti e di collocarli in alcuni posti chiave della vita politico-amministrativa delle realtà locali (edilizia e lavori pubblici, in genere). E, ancora, la mafia del quotidiano, quella che, tra le altre cose, fa sì che si ricorra a lei per allontanare da una ragazza un fidanzato sgradito ai genitori; forse non è irrilevante notare che la richiesta giunse dalla moglie di un carabiniere.

La trattazione dell’ospite termina con una breve riflessione sulle caratteristiche “piemontesi” dell’associazione, ossia gli elementi caratterizzanti la presenza della ‘ndrangheta nella regione. A tale proposito, Sparagna osserva che tali elementi possono essere rinvenuti in due aspetti peculiari: la segretezza e il mimetismo. Quanto alla prima, sottolinea quanto è ormai un dato consolidato, ossia la difficoltà di colpire la mafia calabrese in virtù degli stretti legami parentali tra gli affiliati. Legami che, non di rado, si rinsaldano durante il matrimonio di uno dei membri al quale partecipano varie famiglie ‘ndranghetiste. Per quanto concerne il mimetismo, spiega che il mafioso deve apparire, al Nord, come un «cittadino normale, lavoratore, non ostentare ricchezza». E su questa osservazione, si inserisce una docente, che spiega come a Volpiano – cittadina della provincia torinese con una significativa presenza mafiosa – i rampolli di queste famiglie, invece, ostentano il loro status, tendono ad apparire, anziché muoversi sotto traccia, come presumibilmente facevano e fanno i loro genitori.

A partire da questa osservazione, il magistrato, dopo aver manifestato curiosità e interesse per le parole della docente, si apre al dialogo con i suoi interlocutori, accogliendo le esperienze dei singoli insegnanti, cercando di capire da questi ultimi come possa darsi un percorso antimafia in Piemonte. Perché nella regione, precisa, non può essere costruito un tour della violenza mafiosa, come è invece possibile in Sicilia, una sorta di laica Via Crucis. E gli insegnanti rispondono che, in qualche modo, è possibile mostrare ai discenti alcuni “spazi mafiosi”, a partire dalla Cascina Caccia, proprietà confiscata al boss Domenico Belfiore, accusato di essere il mandante dell’omicidio del magistrato Bruno Caccia. Così come alcuni insegnanti precisano quali sono state e sono le rispettive esperienze scolastiche sul tema antimafia.

Ne emerge un quadro ricco, multiforme, forse non coeso, ma certamente vitale della risposta scolastica alle mafie in una regione che, a lungo, ha ignorato, o ha fatto finta di ignorare, la presenza del crimine mafioso sul suo territorio. Tale vitalità trova ammirato e partecipe l’ospite del liceo, che ascolta in un silenzio riflessivo le diverse esperienze e le contrappunta con un giudizio ottimistico sulla possibilità di reagire alla brutalità delle onorate società con la cultura della legalità. Poi, prima di congedarsi, rivela d’avere un qualche legame con la scuola, essendo stati i suoi genitori entrambi insegnanti.

Il corso per docenti sulle mafie si chiude. Si chiude con un bilancio positivo: quaranta partecipanti fissi da varie scuole torinesi e delle altre province, la voglia di reiterare l’iniziativa nel corso del prossimo anno scolastico, il progetto di un convegno in autunno sul tema “mafie e scuola”, ossia come declinare l’impegno su quel versante in un’aula scolastica, attraverso le voci di vari enti e associazioni: Centro studi Pio La Torre, No mafia memorial, Antimafia Duemila, Articolo 21, Associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli, oltre la probabile partecipazione dell’Università di Torino. Se si guarda solo attraverso il laboratorio sociale della scuola, pare che l’antimafia goda di buona salute, per quanto si tratti di una risposta ancora affidata a un certo volontarismo dei docenti, alle loro singole personalità e sensibilità. Resta, comunque, un segnale positivo al quale le istituzioni dovrebbero guardare con maggior rispetto e serietà, valorizzando l’impegno di un ceto intellettuale, per tanti versi, frustrato dalla tiepida risposta ministeriale e, più in generale, politica alla questione mafiosa.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -