Narges e il silenzio del mondo
Narges Mohammadi dissidente iraniana e Premio Nobel per la Pace per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran, è ricoverata in un ospedale di Teheran in condizioni gravissime.
Ci sono regimi che non si accontentano di mettere in prigione i corpi. Devono spegnere anche le voci, le idee, perfino i nomi.
E per farlo hanno bisogno del buio. Letteralmente.
Internet bloccato, giornalisti zittiti, telefoni muti, finestre chiuse sul mondo. Perché la dittatura, come certi ladri di appartamento, lavora meglio quando nessuno guarda.
Adesso Narges Mohammadi dissidente iraniana e Premio Nobel per la Pace per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran, è ricoverata in un ospedale di Teheran in condizioni gravissime.
Il fratello riferisce che ha avuto un infarto in carcere senza essere curata. Perché il punto è proprio questo: in Iran il carcere per i dissidenti è una lenta ma costante discesa agli inferi con la morte come meta finale.
La storia di Narges non è quella di un’eroina costruita magari per poi farci film, con le musiche giuste e il finale consolatorio.
È una donna che ha pagato tanto nella sua vita: tredici arresti, trentuno anni di condanne. Senza contare le frustate come punizioni corporali. Ma soprattutto due figli mai visti crescere, che forse è la tortura più feroce di tutte, perché il dolore fisico a volte si anestetizza, mentre la mancanza dei figli no, quella continua a mordere anche nel silenzio.
Eppure ha continuato. Che poi è la cosa che fa più impazzire il regime: incarcerata e privata della libertà, non si è mai arresa. La libertà negata è un concetto molto difficile da afferrare per noi occidentali, abituati a lamentarci perché per mezz’ora non funziona il Wi-Fi.
Lì invece c’è gente che rischia la vita solo per aver detto una frase ad alta voce.
Per aver detto “non è giusto”.
Per aver detto “sono libera”.
Per aver detto “non ho paura”, anche quando la paura ormai dorme accanto a te tutte le notti.
Che strane forme può assumere il coraggio. Non sempre ha il rumore delle rivoluzioni, né le pose degli eroi nei film. A volte ha semplicemente il volto stanco di una madre lontana dai figli, gli occhi consumati dalle notti in carcere e un cuore che continua a battere anche quando i suoi carcerieri attorno provano in tutti i modi a spegnerlo.
E allora oggi il pensiero va a questa donna chiusa in una stanza d’ospedale, circondata dai militari più che dalle cure, e a tutti quelli che continuano a resistere nel silenzio dell’Iran.
Persone normali che chiedono cose semplicissime: respirare, parlare, amare, vivere senza inginocchiarsi.
E proprio questo che dovrebbe farci riflettere tutti, noi nel nostro silenzio di comodo, noi che spesso chiamiamo coraggio un post indignato scritto dal divano, magari mentre scegliamo pure il filtro giusto per sembrare più profondi.
Lei invece combatte davvero.
Con il corpo.
Con la solitudine.
Con la paura.
E con quel dolore muto che solo una madre separata dai figli, in un ospedale perso da qualche parte a Teheran, può capire fino in fondo.
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