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Morire di lavoro

Ogni anno in Italia si suicidano alcune migliaia di persone, in gran parte uomini, i cui nomi si perdono nell’indifferenza mediatica. Tra questi vi è Michele Valentini...

di Salvatore A. Bravo - venerdì 24 maggio 2024 - 693 letture

Morire di lavoro

Ogni anno in Italia si suicidano alcune migliaia di persone, in gran parte uomini, i cui nomi si perdono nell’indifferenza mediatica. Tra coloro che hanno compiuto il doloroso gesto vi è Michele Valentini, si è suicidato nel 2017, era un giovane trentenne alla ricerca di una progettualità che gli è stata negata. I genitori, malgrado la tragedia che li ha colpiti in modo tanto lancinante, hanno reso pubblica la lettera di commiato del figlio. L’intento etico del gesto è palese, hanno voluto condividere la lettera per sollevare il dramma sociale che si cela dietro il suicidio di molti.

La nazione ha memoria breve e questa è una delle cause della “barbarie seconda”, come direbbe Giambattista Vico, in cui siamo. Un popolo senza memoria non può risolvere le contraddizioni da cui è logorato. La memoria è fonte plastica di vita per il popolo e per la politica. La consapevolezza dello stato reale in cui versa la nazione è motivo per la prassi e, dunque, per la buona politica. Vi è comunità dove la memoria diventa patrimonio collettivo da ripensare per progettare il futuro e cambiare il presente. La prassi non è mai “agire” incentrato sulla individualità, è azione che implica il contatto con l’io profondo e con l’alterità. In questa “soglia di contatto” il pensiero diventa comunitario e capace di trasformazioni impensabili. La politica è comunità che trasforma il concetto in agire.

La lettera di Michele Valentini ci parla di una tragedia personale, nella quale un’intera generazione può rispecchiarsi. L’essere umano non è un consumatore, la sua dignità è nella progettualità che si esplica in una miriade di piani e dimensioni che trovano il loro fondamento nella vita lavorativa in cui poter esprimere indole e progettualità. Il lavoro flessibile inficia tale profondo bisogno umano. Senza progettualità non vi è riconoscimento dell’altro e autoriconoscimento. Il precariato è sfruttamento, ma anche molto di più, umilia e reifica, è capace di far sentire il precario “un niente” dinanzi a se stesso e non solo.

La “boria dei vincenti”

Michele Valentini, come molte persone del nostro tempo, è diventato adulto da precario in un contesto sociale in cui domina la “boria dei vincenti”. La meritocrazia è solo un mito per colpevolizzare coloro che non possono usufruire dei privilegi del denaro e del censo. I miti del capitalismo costituiscono l’egemonia di classe con cui le oligarchie naturalizzano e perpetuano il loro dominio. Si è ormai in un tempo in cui i lavoratori sono colpevolizzati per la loro condizione, pertanto precarietà e colpa diventano un binomio che prostra e deprime.

L’esistenza di un qualsiasi precario è sottoposta a ricatti e silenzi, in quanto il “precario” può essere licenziato con facilità e il suo futuro dipende dal “padrone”. Chi vive una tale esperienza non può che provare un forte senso di mortificazione morale e psicologica, in quanto non è padrone della sua esistenza, è costretto a dipendere e adattarsi ai voleri del “padrone”. Il futuro è rubato, non lo si vede, è solo passaggio da un lavoro precario ad un altro.

Progettare significa partecipare alla configurazione del presente e del passato, il lavoro precario, invece, è addestramento a subire il presente e il futuro. La parola “subire” significa che ogni giorno si è esposti a paure e tensioni che non si trasformano in azione politica, ma ricadono prepotentemente in una solitudine sociale e lavorativa che pare non avere soluzione. Il silenzio dei lavoratori precari è tanto più opprimente, se si considera che non vi sono partiti che rappresentano i lavoratori precari. Siamo nell’epoca, come affermava Domenico Losurdo, del monopartito, in quanto da destra a sinistra i partiti sono egualmente liberisti, per cui la voce dei lavoratori è soffocata e muta.

Michele Valentini ci parla nella sua lettera della condizione in cui versa una nazione senza speranza e senza rappresentanza. Si è schiacchiati da un presente che sembra senza futuro, l’unica certezza è l’eterno ritorno della progettualità senza prospettiva, così scriveva il giovane trentenne:

“Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo anche di prospettive”.

Rileggere l’addio di Michele Valentini è un gesto che dovremmo svolgere tutti.

Le sue parole denunciano il presente e, specialmente, sono un documento che riflette la verità del nostro tempo che in tanti hanno deciso di ignorare. Dobbiamo a Michele il nostro impegno nel ricordarlo e per rammentare con lui i tanti che si inabissano nel silenzio. Ancora una volta la memoria dev’essere prassi comunitaria per ascoltare coloro che sono consumati da un sistema che ha ridotto il lavoro a merce da cannibalizzare. Il lavoro rubato corrisponde sempre ad una esistenza oggetto di una indicibile sofferenza.

Essere comunità significa lavorare, affinchè ci possa essere un futuro più umano per tutti. Ciascuno di noi può impegnarsi in tal senso con gesti piccoli e grandi che vadano nella direzione della pubblica consapevolezza senza la quale niente è possibile. L’umanesimo del lavoro è il grande assente del nostro tempo. La Costituzione ci ricorda che il lavoro non è sfruttamento e alienazione, ma espressione della individualità che partecipa allo sviluppo materiale e spirituale della comunità. L’articolo IV della Costituzione italiana ce lo ricorda:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Di lavoro si muore, in tanti modi, pertanto dobbiamo ricominciare a parlare nel privato, nelle scuole, nelle università e ovunque possiamo della vita reale, mentre sui TG nazionali scorrono in rassegna storie di vip, reali, musica e lusso. Le vittime sul lavoro non sono solo gli uomini e le donne che cadono per portare “il pane della vita” nelle loro case. Tra le vittime del lavoro andrebbero conteggiate anche coloro che si tolgono la vita per la condizione lavorativa insostenibile. Il mondo vero resta e solo da questa dura verità è possibile riprendere il cammino verso un futuro a misura di essere umano e non di merce. La prassi non inizia in un tempo indeterminato, ma ora nel nostro presente, essa attende il contributo personale di ogni cittadino di buona volontà che non abbia smarrito il senso del bene e de male. La controegemonia rispetto al dominio liberista inizia, anche, col rammemorare le vittime di un sistema che schiaccia gli individui in un assurdo sistema senza speranza e senza prospettiva storica. La controegemonia è nel nostro tempo la necessità più grande con la quale mettere in catene i “mostri” che imperversano in un sistema morente ma incapace di generare il nuovo. Le parole di Antonio Gramsci oggi sono più vere che mai:

“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.”


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