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Monte Pellegrino brucia anche quest’anno

Si stendevano sulla terra le coperte tessute al telaio dove sdraiarci e al centro, sulle tovaglie, si esponeva tutto il cibo portato da casa.

di Maria Salmeri - mercoledì 6 settembre 2023 - 662 letture

E anche quest’anno Monte Pellegrino, la collina montuosa che domina su Palermo, brucia...Eravamo cinque amici seduti in una terrazza di fronte alla nostra montagna sacra. Era la notte prima del Ferragosto e avevamo deciso, oltre che di guardare le stelle, di leggere poesie, o fare meditazione o stare semplicemente (ma semplice non lo è!) in silenzio.

Alla fine abbiamo scelto di raccontarci i nostri Ferragosti di bambini. Io ero seduta proprio di fronte il versante della montagna dove il Castello Utveggio, illuminato come un antico ferro da stiro, ci guarda dall’alto. Stavo ricordando di quando ogni festa fosse davvero occasione di fare festa e di riunirci ai parenti. Mia madre e le cognate preparavano la pasta al forno, le melanzane alla parmigiana, la tuma fritta, olive e caponata e anche il pane con il crescente. Si sceglieva un posto fresco dove pranzare, con vicino una fontana di acqua gelata che veniva direttamente dalla sorgente. Anche se abitavamo in montagna, sulle Madonie, in quel posto l’aria doveva essere ancora più buona.

Si stendevano sulla terra le coperte tessute al telaio dove sdraiarci e al centro, sulle tovaglie, si esponeva tutto il cibo portato da casa. Ci si assicurava che in quel posto ci fosse l’ombra degli alberi per tutto il pranzo e anche per poter fare la siesta una volta sazi. Gli uomini si davano da fare per trovare la legna e accendere il fuoco. Costruivano una specie di conca ben protetta da pietre e lontana dagli alberi sulla quale poi appoggiare la graticola e arrostire la carne e, immerse nella cenere, alla fine le patate.

Facevano molta attenzione al fuoco affinché non succedesse nulla: sapevano bene quanto distruttivo fosse e nessuno poteva permettersi di perdere gli alberi. Allora si viveva in simbiosi con la natura e si capiva bene che era l’unica nostra fonte di nutrimento in tutti i sensi... Quel giorno si mangiava e si beveva in allegria e io mi divertivo a chiacchierare con le mie cugine, quasi tutte coetanee, che venivano da Milano e da Palermo.

Poi, con il passare degli anni, diventata adolescente, la festa di Ferragosto era diventata per me una tortura se mio padre non mi dava il permesso, di andare a festeggiare con gli amici piuttosto che con i parenti. Allora non si era liberi di scegliere, si usava così nei piccoli paesi di montagna. A questo punto dei miei ricordi mi sono fermata all’improvviso: davanti a me, sulla traiettoria orizzontale della montagna, era apparso un disco rosso fiammante. Prima non c’era e a un tratto era lì rosso fiammante. Mai visto qualcosa del genere...

"Guardate", ho gridato. Alzandoci immediatamente in piedi abbiamo visto questo disco infilarsi tra gli alberi e subito dopo un’esplosione di fuoco un po’ più in alto. "Adesso si spegne"....E invece il fuoco cominciò a crescere come due lingue che proseguivano verso il Castello. Restavano in basso due punti rossi fissi proprio nel posto dove aveva atterrato quello che io chiamo disco rosso, ma che non so cosa fosse. Certo era strano.

Comunque qualunque cosa fosse, questa volta il fuoco non era venuto fuori da un falò fatto sul Monte o da qualcuno che l’avesse appiccato lì...L’unica cosa certa è che il fuoco, questa volta, è arrivato per vie diverse, di sicuro non dagli alieni, sempre per mano dell’uomo e sempre intenzionalmente. Mi sono ricordata di un antico sutra: "Si dice che nel cielo di Indra esista una rete di perle disposta in modo tale che, osservandone una, si vedono tutte le altre riflesse in essa. Nello stesso modo, ogni oggetto nel mondo non è semplicemente se stesso ma contiene ogni altro oggetto e, in effetti, è ogni altra cosa". E mi è sovvenuto alla mente il Ferragosto del 2011 in cui, nel mio posto di montagna, le fiamme di un incendio hanno bruciato la ’mia’ quercia secolare...Era una cattedrale sublime: ospitava il cielo tra i suoi rami e centinaia di uccelli e farfalle. Era il mio grande altare sacro.

"Attenta ai serpenti e ai cacciatori che sparano" gridava mia madre... Incurante, correvo ad abbracciarla (certo a piccoli pezzi: ci sarebbero volute almeno dodici braccia aperte per cingerla tutta). Oggi capisco ancor di più i versi di Rabindranath Tagore: "Colui che pianta alberi, sapendo che non siederà mai alla loro ombra, ha infine iniziato a comprendere il significato della vita".


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