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Michel Houellebecq ai confini della mortalità

Esce per Bompiani l’ultimo romanzo del chiacchieratissimo autore francese, titolato La possibilità di un’isola. Siamo in un mondo di neoumani, privati di ogni forma di divieto solo perché non conoscono il peccato né la carne. Frutto di un progetto di eugenetica religiosa realizzato in una isola-campo, non hanno storia
di Redazione Antenati - domenica 18 settembre 2005 - 6954 letture

EMANUELE TREVI, Il Manifesto, 14 settembre 2005

Con grande scorno dei detrattori sempre più accaniti e sollievo dei moltissimi aficionados, La possibilità di un’isola, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq (trad. di Fabrizio Ascari, pp. 398, euro 18.00) corregge la rotta come meglio non si potrebbe rispetto al (relativo) passo falso del precedente Plateforme, risalente a quattro anni fa, dove la gestione del materiale narrativo appariva troppo scontata e inerte. Houellebecq tende non di rado al timbro saggistico, volentieri coronato dall’aforisma memorabile, quel definitivo colpo di spillo del ragionamento che i francesi definiscono, con termine intraducibile, pointe. Ma in Plateforme questa tendenza fondamentale non era affatto bilanciata da una parallela sollecitazione delle strutture del racconto: il risultato era una specie di saggio appena drammatizzato dal resoconto lineare di una vicenda. E, con un paradosso soltanto apparente, era proprio la forza del pensiero a risultare dimidiata da questo scarso tenore dell’invenzione letteraria. Separate dal loro contesto, e sforbiciate con intenti polemici, le singole affermazioni del libro, «maschiliste» o «razziste» che fossero, divennero facile preda delle velleità moralistiche e dell’insopportabile correctness dei censori di turno, animati dalle solite, mortificanti buone intenzioni. Fu facile, messe così le cose, fare di Houellebecq una specie di Oriana Fallaci goffamente nascosta dietro il dito della «letteratura» per meglio vomitare le sue turpitudini. In questo mondo dominato dal pettegolezzo e dalla caricatura, non basta certo un ottimo libro per appianare vecchi equivoci. Indubbiamente, però, La possibilità di un’isola rappresenta un ritorno allo stato di grazia compositivo e fantastico di Estensione del dominio della lotta e soprattutto delle Particelle elementari. Al libro d’esordio il nuovo si apparenta per un uso superbo della prima persona. Alle Particelle riconducono invece sia la complessità della concezione sia lo stesso immaginario fantascientifico imperniato attorno al sogno umano dell’immortalità e al mito scientifico della clonazione. Houellebecq ama questa prospettiva fantascientifica perché gli permette di guardare, con ironia e straniamento, all’umanità come a un oggetto narrativo assolutamente postumo, estinto come i dinosauri, ancora soggetto alla spada di Damocle della mortalità. Nella Possibilità di un’isola la distanza cronologica dal nostro tempo (circa duemila anni) diventa smisurata, e quasi inconcepibile. L’immortalità raggiunta comporta in realtà una serie regolare di morti e resurrezioni. Al vecchio clone si sostituisce automaticamente il nuovo, contrassegnato da un numero progressivo (Daniel24, Daniel25, ecc...), mentre la memoria dell’identità si riversa nel nuovo organismo come qualunque informazione ridotta alla sua ossatura digitale, vale a dire attraverso una specie di download replicato al momento di ogni rinascita.

I lettori abituali di fantascienza probabilmente non troveranno nulla di particolarmente nuovo e rivoluzionario in questa concezione, nonostante il sapere scientifico di prima mano di Houellebecq, scienziato di formazione. Ma non è certo questo il punto. Come nelle Particelle, anche nella Possibilità di un’isola l’idea non vale di per sé, ma perché è capace di dettare la forma. Nelle Particelle, questa forma del racconto parodiava quelle biografie scientifiche di estrazione soprattutto anglosassone, dove il rigore delle informazioni si salda al gusto della divulgazione e della narrazione avvincente. Nell’ultimo romanzo, invece, il racconto della propria vita da parte del primo Daniel, un comico di successo che vive nei nostri tempi ancora «umani», viene commentata da due dei suoi remotissimi «eredi», Daniel24 e Daniel25. Questi esseri «neoumani» vivono in perfetta solitudine, comunicando tra loro solo virtualmente, nutrendo pochi desideri facilmente realizzabili e nessuna aspirazione. Lo studio e il commento scritto della biografia del loro lontano (e per molti versi incomprensibile) capostipite umano non è un hobby, ma un’attività basilare della loro esistenza. Al momento di far congelare il loro Dna in attesa delle future reincarnazioni, tutti i capostipiti ancora umani, riuniti in una setta di tipo New Age, hanno stabilito di consegnare alle proprie successive reincarnazioni un racconto di vita, ed è quello di Daniel che leggiamo intervallato dalle considerazioni dei suoi due lontanissimi successori. Questa lontananza non riguarda solo il tempo trascorso tra la redazione del racconto e la sua interpretazione. Noi siamo perfettamente in grado di comprendere tante cose della vita di un uomo vissuto duemila anni fa. La differenza delle condizioni materiali d’esistenza e della cultura non ci impedisce di considerarci abbastanza simili a quell’individuo da poter pensare agli elementi fondamentali della sua esistenza con un buon grado di approssimazione. I successori neoumani di Daniel e degli altri uomini e donne diventati immortali, invece, non possono provare nessuna forma di empatia. Si è prodotta una cesura irreparabile. Nel racconto del cinico e disperato Daniel, che per molti versi è un vero autoritratto, c’è qualcosa che appare ai suoi discendenti, che vivono senza desideri e senza speranze, di assolutamente incomprensibile, fuori dalla portata di qualsiasi commento. Innanzitutto, pur riversando nelle sue confessioni tutto il suo talento umoristico (che l’ha reso ricco e famoso), il discorso di Daniel non è altro, in fondo, che la cronaca, via via più affannosa e dolente, di una vita sentimentale ed erotica che è intimamente refrattaria ad ogni tipo di umorismo. Il suo materialismo e il suo determinismo, scevri da qualunque scoria sentimentale e idealizzazione, funzionano come certi oggetti delle favole, che in seguito a qualche accidente si ribellano contro i loro padroni. Daniel se ne serviva come di una comoda corazza cognitiva, buona dapprima a incantare il suo pubblico e poi a farlo sopravvivere senza troppi problemi. E invece, ciò che era una forza, all’inizio del declino dell’energia vitale (Daniel ha quarantasette anni al momento di scrivere il suo «racconto di vita») si trasforma in totale fragilità, una fragilità moltiplicata al quadrato proprio dall’esercizio di una spietata consapevolezza. Un sentimento funebre, lirico, barocco dello scorrere ineluttabile del tempo, e del declino fisico che lo accompagna allontanandolo ogni giorno di più dalla gioia sessuale, pervade e infine satura di sé questa autobiografia che i remoti cloni di Daniel, immuni dall’amore, mediteranno senza poter capire.

Houellebecq è riuscito a dare voce a un vero animale morente, per usare la stupenda definizione che già Philip Roth, qualche anno fa, ha ripescato in una famosa poesia di Yeats facendone il titolo di uno dei suoi romanzi più intensi e straziati. «La vita sessuale dell’uomo», scrive a un certo punto Daniel, «si scompone in due fasi, la prima in cui eiacula troppo presto, la seconda in cui non riesce più a farselo diventare duro». A differenza di Roth, superbo anatomista della senilità vera e propria, l’animale umano di Houellebecq comincia a morire quando è ancora relativamente giovane, e profetizza la sua rovina prima di viverla effettivamente. Per un tale tipo di uomo, è proprio la mezza età, questo pascaliano entre-deux fra l’eiaculazione precoce e l’impotenza, il punto prospettico più adeguato alla visione.

Se non siamo nient’altro che corpi, e se nessuno scambio umano si realizza davvero al di fuori dello scambio sessuale, come afferma Daniel in una delle pagine più lancinanti e piene di verità del libro, è proprio in questa condizione di transito, in questo indefinibile e inquieto stato di sospensione tra la gioventù e la vecchiaia che noi siamo più che mai corpi, carne vogliosa e umiliata, senza la difesa di nessuna sublimazione. Iniziando appena a morire, l’animale conosce il vero carattere della felicità. Lo conosce perché, in fin dei conti, la felicità è ancora possibile, può ancora accadere, come la stessa storia di Daniel dimostra. Nello stesso tempo, però, come la figura terrificante al termine dell’anamorfosi (viene in mente, leggendo questo libro, proprio il teschio che appare dalle pieghe del panno steso ai piedi degli ambasciatori di Holbein), la felicità svela la sua vera essenza, il suo carattere puntiforme, la sua incapacità di durata, la sua profonda riluttanza ad accompagnare il cammino della vita. Quanto più è intensa la gioia dei sensi che declinano, tanto più non è altro che la possibilità di un’isola nel mare del tempo. Invece che a guarire del proprio male individuale, diceva Djuna Barnes, bisognerebbe pensare a guarire del proprio male universale. Il materialismo di Houellebecq realizza alla lettera questa intuizione gnostica, radicando nella nostra natura organica la perfetta e agghiacciante coincidenza del caso personale e della regola generale.

È una poesia aspra, fino al limite della deliberata sgradevolezza, quella che scaturisce da questa interpretazione della realtà umana. Ma come fa ogni autentica poesia, ha il potere di illuminare e insieme di commuovere. E di pochi personaggi della letteratura contemporanea si potrebbe affermare che, come Daniel, ci piazzano di fronte agli occhi uno specchio abbastanza rotto e annerito da contenere l’immagine di noi che ci siamo meritati.


QUEL CHE SI DICE DI LUI

Tra i libri non sempre di qualità dedicati alla vita e all’opera di Michel Thomas (questo il vero nome di Houellebecq) spicca l’Houellebecq non autorisé di Denis Demompion, lunga biografia pubblicata da Maren Sell Editeurs. Un’inchiesta di Franck Nouchi su «Le Monde des Livres» dello scorso 2 settembre segnalava, tra i pamphlet più violenti contro lo scrittore, Michel Houellebecq ou la provocation permanente di Jean-François Patricola (Ecriture), Ci-gît Paris di Claire Cros (Michalon) e Au secours Houellebecq revient! di Eric Naulleau (Chiflet & Cie). Almeno a giudicare dalle citazioni su «le Monde», non sembrano opere di grande finezza critica. I fan più sfegatati faranno invece bene a ripiegare sull’Houellebecq di Fernando Arrabal (Le Cherche Midi).


Ritorno alla memoria perduta

Affinità e distanze tra il libro di Houellebecq e il film «The Island» di Michael Bay

PAOLO MAROCCO, Il Manifesto, 14 settembre 2004

In Rester Vivant (Flammarion, 1997) Michel Houellebecq descrive un episodio vissuto nello spazio virtuale del Minitel Rose, una sorta di antenato delle chat-Line precedente all’avvento della rete Internet. Lo scrittore francese, ingegnere ed esperto di connessioni informatiche, racconta una comunicazione erotica con presunte prostitute senza trascurare richiami tecnici alla comunicazione digitale, rileggendo in questo modo una conversazione sugli «slip brasilien» attraverso stringhe numeriche. Il breve racconto elogia questa pornografia inorganica, dove il nuovo supporto potrà permettere inedite soluzioni di mediazione tra soggetto e desiderio. Nell’ultimo romanzo, il sistema della comunicazione virtuale che ha per antenato le Chat, diventa praticamente l’unica forma di interazione tra i neoumani, privato però di quel valore aggiunto così essenziale per la sua diffusione, ossia la prerogativa sessuale. I neoumani, prodotti di clonazione artificiale, non possiedono nessuna esperienza di riproduzione, né di simulazione delle istanze che evolutivamente hanno condotto alla procreazione sessuata (al contrario dell’uomo nuovo nelle Particelle elementari): hanno rotto le barriere tra il reale e il virtuale, immersi in un unico magma asettico e triste.

Questo ambiente, e i cloni che lo abitano, non è così dissimile da quello di un film uscito di recente, The Island di Michael Bay, che curiosamente condivide anche una parte del titolo. I cloni del film hanno come massima aspirazione quella di vincere alla lotteria «dell’Isola», vista come luogo utopico della felicità eterna, atemporale e meraviglioso, lo stato in cui la loro perfettibilità candida e plastificata incontrerà una sorta di riscatto paradisiaco. In realtà sarà la loro Auschwitz, ossia la formula menzognera usata per camuffare l’operazione di estrazione dei loro organi che verranno donati all’originale, il quale potrà in questo modo accedere all’immortalità. Il film, piuttosto grossolano e confuso, focalizza però bene il progetto eugenetico della clonazione, che diventa una messa in scena della nuda vita dei campi di concentramento in versione glamour: il clone, sorta di confine tra umano e merce, è un perfetto soggetto biopolitico, sottoposto a precise leggi e controlli sui suoi organi sacrificabili. La sua fuga alla ricerca di un’isola, non è però vista come una semplice conquista della libertà, inerzia della memoria del suo capostipite umano, ma come accesso immediato ai privilegi alto-borghesi dell’americano ricco e beato, in un pastrocchio che confonde una riflessione politica sul vivente con una pubblicità performativa sul vincente.

Il romanzo di Houellebecq, senza cadere in questi volgari compromessi, ruota comunque attorno allo stesso lessico: cloni, isole e immortalità. L’isola di Houellebecq è una sorta di tradimento dell’immortalità in favore della curiosità e del rischio, ed è la meta di un viaggio di ritorno alla memoria perduta dell’uomo. Non c’è una lotteria, ma l’isola è pur sempre l’ultima frontiera di una natura primitiva, su cui conviene puntare nella tombola probabilistica del destino. Il protagonista di Houellebecq non raggiunge l’isola come Ewan McGregor nel film di Bay, in panfilo e insieme alla donna che gli assicurerà una bella progenie di cloni, ma dopo una lunga marcia dove conoscerà per la prima volta la sete e la sofferenza. La meta sarà una pozza cimiteriale dove potrà ritrovare le sue necessità primarie, e potrà vivere, o morire, in una fanghiglia tiepida e accogliente, in perfetta solitudine ma finalmente fuori da ogni progetto finalistico di carattere progettuale. La differenza sostanziale, oltre a una cornice coreografica agli antipodi, è che il protagonista di La possibilità di un’isola è solo, anzi solissimo, raggiunge una terra dove la più vicina forma vivente è forse qualche ameba, mentre quello di The Island ammicca già ai figlioletti biondi che avrà dalla futura mogliettina.

Portando fino in fondo la sua visione politica di un potere che non ha più relazioni con il corpo e quindi con la sessualità, Houellebcq spezza tutti i legami elencati da Foucault a proposito del bio-potere: «Salute, progenitura, razza, avvenire della specie, vitalità del corpo sociale...» I neoumani, frutto di un progetto di eugenetica religiosa, guarda caso concepito in un’isola-campo, privati di ogni forma di divieto e repressione semplicemente perché non conoscono né il peccato né la carne, e non sono stati progettati per conoscerli, possono vivere tranquillamente in un mondo senza storia che si autogestisce all’infinito senza nessun contrasto, se non qualche pallido cambiamento d’umore. Houellebecq rappresenta una degenerazione della cultura e della civiltà umane, distruggendo il carattere evolutivo della corporeità e sostituendolo con una mente leggera che mantiene un vago ricordo degli antichi presupposti biologici. Ma sarà questa micro-esperienza, all’interno di un mondo geo-fisico che procede sempre in modo casuale e sconosciuto, a essere capace di creare quell’alterità, quella rivincita del caso come memoria ultima dell’umano. Un risultato di ingegneria genetica derivato dall’essere umano ridiventerà inevitabilmente, ancora una volta, l’essere umano.


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Michel Houellebecq ai confini della mortalità
22 luglio 2006, di : la vispa teresa

Quest’articolo è abbastanza intelligente- di più si può fare solo attraverso la poesia- ma avrebbe deviato l’autore dalle sue intenzioni, che sono quelle di ricondurre Houellebecq alle proprie ideologie. Laddove lo scrittore affascina proprio perchè mira ad ucciderle tutte, dimostrando il loro fallimento e il dolore che hanno procurato all’umanità. Certo, l’alternativa proposta nel suo ultimo romanzo è troppo debole e inconsistente rispetto alla denuncia contenuta in tutta la sua opera. Ma Houellebecq è uno scrittore che irride tutto, persino i messia. Ciò detto, mi pare che l’autore dell’articolo somigli troppo a quel bambino che porgendo un giocattolo ad un suo simile gli propone di giocare con lui, ma soltanto al suo personale gioco esclusivo. Chi cade nelle trappole si fa prigioniero. Probabilmente lo strazio di Houllebecq è quello di non riuscire a liberarsi da questo gioco pazzesco e crudele in cui tutto viene usato soltanto per portare avanti le proprie idee preconcette. Forse un vero messia sarebbe auspicabile, visto come ci siamo ridotti. A botta di moralismi e trasgressioni stiamo correndo a rotta di collo verso il suicidio. Houellebeck non è l’unico ad essersene accorto. Ma lui lo spiega in modo diretto ed efficace. Chi non vuole saperlo deve evitare di leggerlo. E magari andare a farsi appunto consolare da uno degli innumerevoli articoli di qualche regime che rispecchi le sue proprie idee.