Menzogna e speranza

Sta agli uomini e alle donne di buona volontà il lavoro più difficile: pensare l’alternativa ricordandoci che il potere non teme le critiche ma ha in odio le proposte politiche ben fondate.

di Salvatore A. Bravo - mercoledì 25 marzo 2026 - 447 letture

La storia sembra declinare verso l’abisso e nel contempo si constata l’ordinaria indifferenza del “cittadino medio”. Niente sembra scalfire il ritmo dei consumi e del conseguente ordinario incedere di programmi a breve termine: acquisti, brevi vacanze, organizzazione di pranzi sempre meno famigliari e sempre più raccogliticci.

La precarietà è divenuta l’unica legge a cui si aderisce. La realtà storica sembra non entrare e non intaccare il ritmo della “banalità del male”. Non ritengo, mia opinione personale, che l’umanità la quale pare tanto distante dal mondo reale e preda del “Pensiero Alice” sia vittima delle menzogne mediatiche e delle “divine manipolazioni”. Manipolazioni e menzogne in questi anni si sono succedute e hanno mostrato la verità di un potere corrotto e diabolico. Le menzogne sono state rese palesi e sono diventate di pubblico dominio, ma nulla è accaduto.

Si pensi al 5 febbraio 2003, quando il Segretario di Stato americano Colin Powell mostrò minacciosamente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “le mortali fiale irachene”. Poi sappiamo come andò a finire: il popolo iracheno fu bombardato e nessuna arma chimica ritrovata e i responsabili non furono sottoposti a nessun processo per l’eccidio di un popolo.

Nel 1999 si consumò il bombardamento, anche con proiettili all’uranio impoverito, di ciò che restava della Jugoslavia per il presunto genocidio degli albanesi mai avvenuto. Le menzogne sono pubbliche come la verità su non pochi casi. Il popolo sa e conosce le menzogne e l’arte del mentire sempre del potere, spesso finge di credere alle menzogne, ma in cuor suo, mentre organizza il quotidiano, conosce e intuisce il vero.

Tale realtà solleva una serie di interrogativi, il primo è il “perché” non accade mai nulla e non vi sono segni evidenti di vitalità democratica. Nichilismo e individualismo senza speranza, si vive come se già fosse reale l’Apocalisse e la fine dei tempi, sono senza dubbio tra le cause dell’indifferenza verso il mondo reale. Il cittadino medio europeo, e non solo, è normalmente schizoide, ovvero conosce la menzogna, ma non si scandalizza e non si impegna per la trasformazione della “normale condizione di menzogna sociale in cui è situato”.

Il senso di impotenza favorisce la fuga dalla realtà e questa è alimentata dal vuoto dell’alternativa. Critiche e analisi sui singoli eventi sono fortunatamente presenti e le categorie marxiane continuano a funzionare nella lettura degli eventi. Ciò che manca è la relazione tra critica e alternativa. Il comunismo e il socialismo come lo abbiamo conosciuto è esperienza non ripetibile, per cui studiosi e appassionati si limitano alla critica, ma il dibattito sull’alternativa è ancora minoritario. Pensare l’alternativa significa rompere la fosca nube dell’impotenza che sostiene la fuga dalla realtà per orientarsi responsabilmente verso il futuro e verso la pratica della speranza. Il dibattito sull’alternativa e sulla forma che dovrebbe assumere essa stessa è ancora embrionale e la sua elaborazione implica l’organizzazione e l’impegno. Il lavoro è notevole e dovrebbe rivolgersi alle nuove generazioni per coinvolgerle direttamente. Tutto questo è presente solo in nicchie di resistenti in cui prevale la critica sull’elaborazione dell’alternativa.

Al lavoro critico bisognerebbe aggiungere ipotesi progettuali sul socialismo-comunismo che verrà congedandoci da modelli non rispondenti alla nostra tradizione culturale (Cina) e dal passato. Forse l’impotenza e la banalità del male si nutrono dalla triste consapevolezza che non c’è alternativa e la stessa è impensabile, per cui si finge di credere alle menzogne e si fugge dal futuro e dal sociale, perché ci sente schiacciati in un presente feroce e, dinanzi al volto meduseo della realtà, si fugge in palestra, nella promiscuità degli eccessi e nel godimento senza relazione. Queste ultime sono esperienze di morte, in quanto non creano nulla e ci si limita a sopravvivere.

Forse questa è la ragione profonda del disimpegno, sta agli uomini e alle donne di buona volontà il lavoro più difficile: pensare l’alternativa ricordandoci che il potere non teme le critiche ma ha in odio le proposte politiche ben fondate.


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