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“Medea” di Euripide diretta da Krystof Zanussi e “Edipo a Colono” di Sofocle per la regia di Daniele Salvo

Recensione degli spettacoli con Elisabetta Pozzi e Giorgio Albertazzi

di Donatella Guarino - sabato 16 maggio 2009 - 2501 letture

Teatro greco di Siracusa: e anche quest’anno si ripropone la magia. Il luogo è lo stesso. Ma cambia tutto. Col tepore primaverile, che ci ha regalato questo primo scorcio di maggio, e la cavea di pietra bianca straripante di pubblico ha avuto inizio la XLV edizione delle rappresentazioni classiche.

Il 9 e il 10 maggio sono andate in scena rispettivamente “Medea” di Euripide diretta da Krystof Zanussi e “Edipo a Colono” di Sofocle per la regia di Daniele Salvo. Gli spettacoli andranno in replica fino al 21 giugno.

“Medea” è stata rappresentata nel 1927, nel 1958, nel 1972 e nel 1996 (l’attrice è Valeria Moriconi), e di recente nel 2004. “Edipo a Colono” nel 1936, nel 1952 (l’attore è Salvo Randone), nel 1976 (con Glauco Mauri).

La scenografia di Massimiliano Fuksas è una grande lama con la punta tagliata, arricchita di specchi che creano giochi di luce, che diventano “colonna sonora” del racconto recitato. Simbolo dell’antico e del moderno che si incontrano. Che si specchiano. L’antico che si vivifica nel presente, che si fa eterno perché eterni sono i sentimenti, le emozioni, l’amore, la rabbia, l’odio, il rancore, il tornaconto, l’amicizia sincera o quella per calcolo“. Non è stato facile, ma vedendo adesso il risultato posso dire di essere soddisfatto…Nulla avrei aggiunto e infatti lo specchio è l’unica cosa che può riportare sulla scena la verità, di oggi e di ieri” ha affermato l’architetto.

In “Medea” questa scena ha bene significato la molteplicità dell’io moderno. La tragedia di una donna che ha perso tutto – patria, marito, casa – è ancora di più lacerante e profonda perchè è essa stessa a farsi male ma in modo estremo, negando anche le leggi di natura. Lei, madre, donna, maga, assassina, istinto puro che, per far del male al marito – “infame” lo chiamerà tante volte - che l’ha ripudiata, arriva ad uccidere i propri stessi figli. Il dolore è cieco, sordo, senza tempo…Che toglie fiato, che lascia senza parole lo spettatore…Ma Elisabetta Pozzi/Medea si impone. Esterna la tempesta che ha dentro, urla (forte) il dolore che la rende furente. Che la sfinisce. Che la stordisce: “Noi donne siamo geniali creatrici del male”.

A Colono si consuma l’altra tragedia. Edipo vittima di un destino crudele (ha ucciso il padre e sposato la madre) paga un prezzo altissimo. Il tema della crudeltà è simbolicamente rappresentato dalle maschere del popolo e delle eumenidi. “Perché taci”? chiede Antigone al padre “Dì qualcosa padre, non gridi il tuo dolore”? “Io sono un miserabile” le risponde.

La scena si tinge di rosso, il colore dell’amore e della morte. I gesti sono automatici, ripetitivi. E’ il dolore – di cui spesso non si comprende il senso – che rende gli uomini così. Bloccati, come automi.

Giorgio Albertazzi/Edipo dirà in un’ intervista: “Il personaggio non c’è… c’è Albertazzi e l’autore, Sofocle, in una tragedia di tono glorioso che è la morte della verità”. E ancora: “Gli dei ti sottopongono a grandi sacrifici per dimostrare il loro potere…e gli uomini devono sempre passare da vie imperscrutabili del male” così ci lascia il maestro, fiero di esserci e convinto di tornare a calcare al più presto – nuovamente - la scena del teatro antico di Siracusa.


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