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Maria Rosa Vittadini e Armando Barp

Due urbanisti ambientalisti scomparsi di recente. Una vita a sostegno dei cittadini e della cosa pubblica.

di Silvia Zambrini - mercoledì 13 maggio 2026 - 425 letture

Parlare di ambiente nei primi anni ’70 non era come adesso. L’ecologia era intesa principalmente come equilibrio tra l’uomo e la natura, in alternativa alla metropoli inevitabilmente inquinata, caotica. Ma c’era chi già si occupava di equilibrio tra l’uomo e la città.

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Armando Barp, Maria Rosa Vittadini - In basso a sinistra Guglielmo Zambrini - Ricostruzione fotografica di Marco Casali

Mi viene spontaneo parlare di due importanti urbanisti, recentemente scomparsi, in modo informale perché Maria Rosa Vittadini e Armando Barp già in quegli anni frequentavano assiduamente mio padre Guglielmo Zambrini: dapprima come collaboratori, successivamente come colleghi presso la facoltà di urbanistica a Venezia anche se loro hanno continuato a considerarlo il Maestro. Allora, in assenza di internet, fare lezione era una prova di comunicazione efficace e l’entusiasmo per l’insegnamento produceva interesse verso temi ancora vergini come mobilità sostenibile, tutela dell’ambiente anche, e soprattutto, dove si vive e si lavora. L’umanizzazione dei centri urbani attraverso piani di zonizzazione, disposizione di aree a velocità limitata a dimostrazione che, se tutti vanno un po’ più lenti, si evitano i rallentamenti (e soprattutto gli incidenti), soddisfa il concetto di città che appartiene a tutti. Attraverso questa nuova didattica si è formata una generazione di urbanisti, analisti dell’ambiente, architetti paesaggisti ora figure istituzionali, necessarie. Una didattica che, dalle aule, si allargava alla società civile con l’appoggio ai comitati in difesa delle aree verdi, della sicurezza per i pedoni; ai neo professionisti della politica: Anna Donati ricorda quando, da poco eletta in Parlamento per i Verdi, le spiegazioni tecniche di Maria Rosa Vittadini e del suo Maestro le erano state di supporto per contrastare il sistema di proroghe, deroghe, investimenti sbagliati.

E i temi chiave di una conversazione sempre intensa nei diversi momenti di convivialità, vacanze, serate intergenerazionali, erano spreco, sfruttamento, abuso, speculazione: può sembrare deprimente ma in realtà c’era molta ironia perché la politica a livello locale facilmente si presta a rappresentazioni un po’ grottesche di assessori, sindaci, amministratori riluttanti a doversi confrontare con questioni non ordinarie come i benefici effettivi di infrastrutture e grandi eventi in relazione ai costi economici, ambientali, sociali. Da qui le loro battaglie contro le “grandi opere” lì dove non sono prioritarie, in primis la TAV: non per presa di principio, come in molti li si accusava, ma per privilegiare opere più utili come il rafforzamento della rete ferroviaria lungo le brevi tratte, quelle che ogni giorno mettono a dura prova la vita di insegnanti, badanti, pendolari costretti a muoversi accumulando ritardi, mancando le coincidenze; contro la politica del taglio di nastri alla presenza delle autorità tra ponti immaginari, progetti affrettati, cantieri infiniti: quella che automaticamente subordina interventi necessari come la manutenzione delle strade, la pulizia dei fiumi, il consolidamento delle frane e dei pendii.

​Maria Rosa Vittadini si è spenta a Venezia lo scorso 17 aprile, poche settimane dopo il decesso di Armando Barp. Uniti fino all’ultimo da un amore iniziato da studenti di architettura oltre ogni istituzione e conformismo, coi loro abiti dalle tinte neutre mai attillati, le loro ampie tracolle con dentro libri, fascicoli e un flauto traverso al quale Maria Rosa, quando poteva, si esercitava. Un legame coronato dall’impegno civile, dai molti viaggi in treno oppure, lei su una moto Benelli cui era affezionata anche se spesso la lasciava a piedi. Lui su una vecchia Cinquecento di cui andava orgoglioso in un momento in cui si diffondevano SUV e macchinoni. In tutto questo le ore di riposo erano pochissime. Il Maestro, per il quale una vita produttiva imponeva di non far tardi la sera, non approvava quando, dopo aver cenato con noi, anziché rincasare si recavano nello studio di via Cantoni a Milano: un luogo sempre aperto a chiunque avesse qualcosa da proporre, da sottoporre alla loro attenzione.

Non in tutti i casi le loro battaglie sono riuscite a bloccare progetti ritenuti inutili, o inadeguati, ma gli esiti a livello di sensibilizzazione per una città a misura d’uomo, un ambiente più sano, maggiore lucidità verso decisioni imposte dall’alto, sono innegabili. Rispetto al passato ora la gente rivendica il diritto a vivere in città più verdi, funzionali (specie per chi ha problemi), predisposte alla mobilità leggera. Opere come il ponte sullo stretto di Messina, a dispetto dell’enfasi mediatica, riscuotono meno consenso a priori. É il frutto di un’eredità intellettuale (a propria volta tramandata) che adesso gode di una sua esistenza autonoma. E che avanza malgrado il permanere di criticità e giochi di potere.


Questo articolo è stato diffuso anche da Fana.one.



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