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Maria Giudice. Tante lotte, tanta vita / di Laura Fortini

Maria Giudice : La leonessa del socialismo / Maria Rosa Cutrufelli. - Roma : Perrone editore, 2022. - 150 p. - ISBN 978-88-60046-30-7

di Redazione - venerdì 29 luglio 2022 - 1975 letture

Più volte abbiamo parlato di Maria Giudice nelle pagine di Girodivite e nelle pubblicazioni storiche di ZeroBook e grazie a Ferdinando Leonzio, storico del socialismo. Siamo lieti che sia tornata l’attenzione su questa attivista e politica italiana, anche a livello della "memoria della sinistra". Di solito diffidiamo delle operazioni romanzesche mischiate alla storia, ma confidiamo che il libro di Cutrufelli possa servire a dare una spolverata alla memoria collettiva, dopo l’infatuazione relativa alle vicende (più narcisistiche e dunque in linea con i favori della nostra epoca) della figlia Goliarda Sapienza. Ci permettiamo per questo di ridiffondere la recensione che Laura Fortini ha pubblicato presso il Centro per la riforma dello Stato. (S.)


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Maria Giudice - Copertina del libro di Cutrufelli edito da Perrone

Nel bellissimo Scrivere la vita di una donna, pubblicato in Italia da La Tartaruga nel 1990, la studiosa femminista Carolyn G. Heilbrun osservava come vi siano molti modi per scrivere di una donna, tra i quali l’autobiografia, il romanzo, la biografia. In Maria Giudice. La leonessa del socialismo (Perrone editore 2022) Maria Rosa Cutrufelli coniuga biografia e romanzo insieme alla propria autobiografia per scrivere la vita di una donna d’eccezione come Maria Giudice, nata nel 1880 sulle colline dell’Oltrepò pavese e vissuta attraversando da protagonista tutto il Novecento, le sue lotte, le sue guerre, fino al 1953, data della sua morte a Roma.

Lo sguardo narrativo di Maria Rosa Cutrufelli accompagna da sempre con un tono e un timbro particolare le storie di personagge e personaggi dei molti romanzi storici a sua firma, da La Briganta del 1990 che racconta in prima persona l’autobiografia finzionale di una donna del secondo Ottocento italiano, alla coralità polifonica de La donna che visse per un sogno, del 2004, dedicato a Olympe de Gouges e alle donne che insieme a lei vissero in modi diversi la Rivoluzione francese; per passare poi a D’amore e d’odio (2008) che tramite le voci di donne e uomini attraversa tutto il secolo scorso. Ma sono solo alcuni dei titoli dell’ampia opera narrativa di Maria Rosa Cutrufelli, che sceglie di rappresentare una donna importante ma poco nota del Novecento italiano come Maria Giudice in un modo particolarmente efficace, partendo da sé e dalle motivazioni che l’hanno indotta a scriverne e a indagarne la biografia facendone narrazione. In questo modo Maria Rosa Cutrufelli si pone al di là del verosimile del romanzo storico assumendo interamente la relazione propositiva con una donna del passato, non conosciuta di persona ma che le è nota grazie alla figlia Goliarda Sapienza: ed è conoscenza e interrogativo che si attiva non solo nella relazione con l’altra, ma che passa negli incontri del gruppo di scrittrici che negli anni Novanta del Novecento si riunì a lungo, discutendo anche della prima guerra del Golfo e di che cosa significasse pacifismo, resistenza, “necessarietà” – termine di Goliarda Sapienza – di alcune guerre, questioni tutte tra le nostre mani anche adesso.

È a partire da quella esperienza che Maria Rosa Cutrufelli inizia la narrazione della vita di Maria Giudice interloquendo con le sue poche ma significative fotografie, nelle quali il ritratto di Maria Giudice emerge dal fondo scuro del tempo storico: ecco allora “il ritratto intimo di una donna reale”, alla quale piaceva scrivere articoli, grande lettrice che la madre e al padre fecero studiare, comprendendo che la prima forma di emancipazione per le donne è quella culturale. Maria Rosa Cutrufelli segue passo passo le forme dell’apprendimento di una ragazza di fine Ottocento che impara dal padre, ateo, garibaldino prima repubblicano poi, il senso morale della politica; dalla madre, che le insegna l’amore per i classici, la forza della parola scritta. E quindi a Voghera e poi a Pavia Maria Giudice studiò nel convitto e presso la Regia Scuola Normale femminile, l’allora istituto magistrale, divenendo maestra e coniugando insieme allo studio la passione per la politica e la lettura appassionata di Turati, Treves, Bakunin, e passando attraverso le rivolte del 1898, represse dai cannoni di Bava Beccaris. In quegli anni Maria Giudice cominciò a collaborare con il settimanale “L’uomo che ride” diretto da Ernesto Majocchi, poi nel 1902 con il quindicinale socialista “La parola dei lavoratori” su cui scrive sulle donne e il diritto di voto. E grazie a Cutrufelli sentiamo risuonare la sua parola ferma e disinvolta che afferma: “No, signori miei, non vi scalmanate tanto, non gridate allo sfacelo. La donna è nel suo diritto quando prende parte alla lotta della scheda”.

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Maria Giudice

Tra i molti meriti di questo libro, infatti, vi è il restituire a Maria Giudice la sua parola e seguirne le tracce nei tantissimi rapporti della polizia dopo la sua iscrizione nel 1902 al Partito socialista e le molte denunce per manifestazioni non autorizzate, incontri e riunioni clandestine, poiché era divenuta intanto a soli 24 anni Segretaria della Camera del lavoro di Voghera. Spesso è l’unica donna a parlare nei comizi e scrive a questo proposito con ironia: “Voialtri signori siete così socialisti quando si tratta di voi, così poco socialisti quando si tratta di noi!”. Condannata talmente tante volte al carcere al punto da divenire la sua unica dimora stanziale, è lì che conosce Carlo Civardi, anarchico e sovversivo, con il quale andrà a vivere senza mai sposarsi e rivendicando la libera unione come forma intima, assolutamente personale, ben diversa dalla potestà maritale del matrimonio di allora.

Al momento in cui però si palesa la gravidanza della prima figlia, piuttosto che partorire in carcere Maria Giudice si rifugia in Svizzera, dove conosce Angelica Balabanoff e insieme fondano il periodico “Su Compagne!”, perché pur essendo entrambe critiche con un femminismo che ritengono filantropico, entrambe hanno a cuore la libertà delle donne. Dopo quindici mesi di esilio però Maria Giudice tornò in Italia, rientrando di nuovo in carcere anche se incinta, e nel corso degli anni successivi metterà al mondo sette figli, che mantenne con il suo mestiere di maestra, continuando al tempo stesso le sue battaglie sulle pagine de “L’Avanti” su cui scrive insieme a Angelica Balabanoff, e poi su quelle del periodico “La Difesa delle Lavoratrici”, fondato da Anna Kulishoff e sostenuto dalla Confederazione Generale del Lavoro insieme al Partito socialista. Il licenziamento dalla scuola e la grande guerra costituirono motivo di separazione da Civardi, interventista lui che va volontario, lei fermamente contro la guerra, che dirige in quegli anni la Camera del Lavoro di Torino, diviene Segretaria del Partito socialista e direttrice del “Grido del popolo” in cui dibatte a lungo con Gramsci, che le subentra al momento del suo arresto.

La foto che la ritrae intorno al 1916 accanto a Umberto Terracini in carcere dice di lei e della sua determinazione contro la guerra, e di quanto e come sia stata parte della storia del Novecento senza mai perdersi d’animo: alla sua uscita dal carcere nel 1917 torna alla guida del Partito socialista torinese e organizza le manifestazioni delle donne per il pane e per la pace che diventano sciopero generale scandito dal ritmo “Prendi il fucile, gettalo per terra, vogliamo la pace, mai più la guerra!”, represso duramente. Oltre millecinquecento gli arresti, tra loro, di nuovo, Maria Giudice, che apprende in carcere della morte di Civardi in guerra e che per questo motivo si difenderà in tribunale pur non riconoscendone l’autorità, per poter stare accanto ai suoi figli. L’incontro con Giuseppe Sapienza, avvocato palermitano, la conduce nel 1919 in Sicilia, dove il partito la invia con un incarico di propaganda in tutta l’isola, che infatti lei percorre in lungo e in largo, tra la mafia e i fascisti che fanno agguati, e assumendo nel 1920 la segreteria della Camera del lavoro di Catania e la direzione de “L’Unione”, giornale dei sindacati. La distanza da quella che lei definì la “cultura barbuta” si accentua durante il congresso di Livorno nel 1921, al quale Maria Giudice partecipa ma non intervenne. Al ritorno in Sicilia subisce un attentato fascista da cui a malapena si salvano lei e Peppino Sapienza, con cui ormai conviveva, riunendo poi a Catania le loro numerose famiglie, di tante figlie e figli, tre lui insieme a quelli di lei, e poi Goliarda, figlia di entrambi.

Maria Giudice continuava intanto a essere dirigente del partito e direttrice di giornale, e a tornare in carcere con l’accusa di istigazione a delinquere e odio di classe dopo le cariche della polizia e gli spari sulla folla in un comizio a Lentini nel 1922. Nel 1926 “il deserto avanza”: sciolti i partiti, i circoli operai, le leghe contadine, l’arresto di Gramsci nonostante l’immunità parlamentare, “L’Unione” diviene un giornale clandestino, e lei è ormai una sorvegliata speciale, considerata un elemento pericoloso. Nel deserto che avanza, lo sfaldarsi della famiglia per problemi economici e anche per sospetti tentativi di violenza sessuale, la figura di Maria Giudice, nonostante la sua tenacia e determinazione con cui studia il greco e il latino da autodidatta in anni in cui non è possibile l’attivismo che sempre l’ha contraddistinse, progressivamente si appanna: accompagna nel 1942 la figlia Goliarda a Roma per studiare all’Accademia di Arte drammatica e lì vive isolata e sola, fino a che la caduta del fascismo e l’occupazione tedesca della città non la coinvolge nella scrittura del giornale clandestino “Vespri”, ciclostilato e fatto circolare dalla Brigata partigiana Vespri che le permettere ancora una volta di combattere con le parole, mentre la figlia Goliarda fa la staffetta partigiana della brigata che libera nel 1944 da Regina Coeli Pertini e Saragat. Nel dopoguerra la leonessa del socialismo e l’altra leonessa, Angelica Balabanoff, contribuiscono alla nascita dell’UDI e appoggiano Saragat. Ma molta la fatica del vivere e tre anni dopo la morte di Giuseppe Sapienza nel 1949 muore anche Maria Giudice e la figlia Goliarda la ricorderà in molte delle sue opere.

Come giustamente nota Maria Rosa Cutrufelli la vita di Maria Giudice è davvero sovrabbondante: tanta storia grande, tante lotte, “decenni di impegno” scrive Cutrufelli, tanto carcere, tanta vita, tanti figli. Senza così tanta sovrabbondanza, senza così tanta fame di cambiamento non è però possibile raccontare il secolo dell’emancipazione femminile e tutta l’età contemporanea, i suoi cambiamenti radicali, anche i costi che ciò comportò. Perché sta nell’intreccio tra impegno e attivismo estremo di donne come Maria Giudice il motivo per cui il Novecento è stato un tempo storico di così tanti e grandi cambiamenti, la cui eredità difficile, ma anche così ricca, arriva fino a noi grazie al lavoro di quante venute poi, come Goliarda Sapienza e Maria Rosa Cutrufelli.


La recensione di Laura Fortini è pubblicata su Centro per la Riforma dello Stato.


L’autore

Maria Rosa Cutrufelli, narratrice e saggista, ha pubblicato nove romanzi, tra cui La donna che visse per un sogno (finalista al premio Strega e vincitore di numerosi altri premi). L’ultimo romanzo è L’isola delle madri, Mondadori 2020. Ha curato antologie di racconti e scritto radiodrammi per la RAI. Ha fondato e diretto per dodici anni Tuttestorie, rivista di narrativa e letteratura, ed è stata docente di Teoria e tecniche della scrittura creativa presso lʼUniversità La sapienza di Roma. Cutrufelli è presidente del Centro di ricerca Alma Sabatini.


Sinossi editoriale

Chi era Maria Giudice? Per molte è semplicemente la madre di una scrittrice, Goliarda Sapienza. Capita purtroppo che le donne vengano schiacciate e compresse dentro un ruolo prestabilito, nonostante siano protagoniste della storia del loro tempo. Come Maria Giudice, per l’appunto, una delle figure più significative del ‘socialismo umanitario’ del primo Novecento. Fu la prima donna a capo della Camera del Lavoro di Torino, direttrice di giornali, dirigente del partito socialista. Conobbe l’esilio e la galera per motivi politici, prima e dopo l’avvento del fascismo. Conobbe anche diverse cliniche per malattie mentali. Ebbe dieci figli e un rapporto complicato con la maternità. Basta seguire i fili della sua vita per ricostruire gran parte della storia del Novecento. Ma questo libro non è solo il racconto del ‘secolo breve’ visto attraverso gli occhi di una donna irriducibile, è anche, per Maria Rosa Cutrufelli, un atto di riconoscenza personale nei confronti di Maria Giudice e, insieme, un atto d’amore per un’amica perduta: l’ultima figlia di Maria, Goliarda Sapienza.


Maria Giudice è presente con una "voce" appositamente dedicata all’interno del volume "Donne del socialismo" di Ferdinando Leonzio, pubblicato da ZeroBook nel 2017. Sulla presenza di Maria Giudice a Lentini, nel 1922, e della strage antisocialista che avvenne in questa città si rimanda a: "Lentini 1892-1956 : Vicende politiche", di Ferdinando Leonzio (ZeroBook, 2018).


1922: La strage di Lentini

Il nuovo anno 1922 iniziò a Lentini con una manifestazione di braccianti contro la disoccupazione, tenuta il 13 gennaio e durante la quale si ebbero tafferugli tra braccianti e carabinieri.

Questo episodio, insieme alla partecipazione, il primo maggio successivo, a un grande comizio di Maria Giudice a Francofonte (dove era stata aperta una sezione del PSI, rompendo così l’egemonia del socialriformista on. Cocuzza sui lavoratori del paese) fu forse l’ultimo segno di volontà di ripresa del proletariato lentinese, a cui, di lì a poco, non resterà che soccombere, ultimo fra quelli della provincia.

La grande forza del movimento socialista, infatti, la sezione, la Camera del Lavoro, la cooperativa agricola erano ormai nel mirino delle cricche feudali, vedove del perduto potere e la stampa conservatrice attaccava pesantemente gli esponenti del proletariato organizzato.

Il 25 maggio 1922 uno scoppio, avvenuto in una fabbrica di fuochi d’artificio di Lentini, causò la morte del proprietario, un socialista.

«Il 7 luglio furono arrestati Francesco Commendatore, ex presidente della Lega dei contadini e Giovanni Centamore, per fabbricazione non autorizzata di esplosivi, e il sindaco Filadelfo Castro come mandante», nei confronti dei quali la stampa conservatrice aveva preso ad insinuare che tramassero un moto rivoluzionario.

Il fatto non mancò di suscitare grande tensione fra i lavoratori.

Il 10 successivo, mentre Maria Giudice teneva un comizio, a cui partecipavano circa quattromila lavoratori, avendo la forza pubblica caricato la folla ed avendo quest’ultima lanciato qualche sasso, le guardie regie spararono, uccidendo due donne.

La tensione crebbe e nel corso della notte gli scontri proseguirono, tanto che alla fine rimasero sul terreno 4 morti e 50 feriti.

La Giudice e 12 lavoratori furono arrestati.

Alla guida del Comune rimase l’assessore anziano, divenuto prosindaco dopo l’arresto di Castro, Rosario Mangano, che potrà resistere solo per qualche mese.

Il 20 settembre 1922 venne aperta a Lentini, per iniziativa del fondatore avv. Filadelfo La Ferla, la sede del P.N.F., e il 12 novembre 1922 venne sciolto il Consiglio Comunale e commissariato il Comune.

Estratto da: Lentini 1892-1956, vicende politiche, di Ferdinando Leonzio (ZeroBook, 2018)


[...]

Intanto la classe dominante dei „cavallacci“ e degli arricchiti rimuginava la sua vendetta ed aspettava l’occasione buona per infliggere il colpo mortale all’incrollabile fortilizio rosso, costruito da Filadelfo Castro: la grande forza del PSI lentinese, rappresentata dalla sezione del partito, dalla Camera del Lavoro e dalla cooperativa, era ormai nel mirino delle cricche feudali e reazionarie, la cui stampa attaccava di continuo gli esponenti socialisti, a cominciare da Castro.

L’occasione si presentò il 25 maggio 1922, in seguito all’ esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio, che causò la morte del proprietario, un socialista. Il 7 luglio due dirigenti del partito socialista furono arrestati per fabbricazione non autorizzata di esplosivi, assieme a Castro, accusato di essere il loro mandante. La stampa conservatrice prese a insinuare che stessero preparando un moto rivoluzionario.

La notizia dell’arresto di Castro causò grande agitazione fra i lavoratori, tanto che il successivo 10 luglio Maria Giudice venne a Lentini per tenere un grande comizio di protesta in sostegno degli arrestati. Il comizio, cui parteciparono ben 4000 lavoratori, venne caricato dalla forza pubblica, alla quale la folla rispose lanciando qualche sasso, mentre la forza pubblica prese a sparare, provocando una vera e propria battaglia nella notte, alla fine della quale si contarono 4 morti e 50 feriti.

Cosí l’Avanti!, quotidiano del PSI, raccontò l’avvenimento, in un trafiletto datato 11-7-1922, nel suo numero del 12 luglio 1922:

Giungono in questo momento notizie di gravi fatti avvenuti ieri a Lentini, dove si era recata la compagna Maria Giudice per un comizio di protesta contro l’arresto del sindaco Castro. Dopo il comizio, la folla, in corteo, percorse le vie della città invocando la scarcerazione del Castro. All’imbocco di piazza Umberto il corteo fu affrontato dalla forza, che tentò di scioglierlo. Dinanzi alla resistenza dei dimostranti, che non desistevano dal loro pacifico proposito di continuare nella loro manifestazione tranquilla, la forza fece uso delle armi e sparò sul corteo. Questa inaspettata aggressione da parte della forza pubblica ha determinato un immediato sbandamento del corteo; ma, passata la prima impressione di sorpresa e di sgomento, i dimostranti tornarono in massa verso piazza Umberto. Qui giunti, furono accolti da una nuova scarica di fucileria. Avvenne un conflitto che durò a lungo.

Rimasero uccisi Giuseppe Gaetano di anni 20; Pasquale Sammata, di anni 20, casalinga; Concetta Rondine, di anni 25, casalinga; Francesco Fole, di anni 21, contadino. I feriti sono moltissimi.

Dopo il conflitto la polizia ha proceduto a vari arresti. Fra gli arrestati vi è anche la compagna Maria Giudice, che è stata trasportata al carcere di Siracusa.

La cittadinanza, indignata per il comportamento della forza pubblica e per l’aggressione da questa compiuta, è in fermento. Si temono nuovi incidenti, anche perché l’autorità di P.S. ha proceduto a nuovi arresti, colpendo i pazienti e pacifici lavoratori.

La Giudice era stata arrestata per istigazione a delinquere ed eccitamento all’odio di classe, assieme a 12 lavoratori.

Estratto da: "Delfo Castro, il socialdemocratico", di Ferdinando Leonzio (ZeroBook, 2020).



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