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Mare e terra: luoghi diversi ma stessi diritti negati

Nell’attesa di avvicinarci all’imbarcazione, la mia mente vaga tra i ricordi. Era il 2016 quando – a bordo di un’altra nave con il team di EMERGENCY – avevo visto otto cadaveri dentro un barcone stipato di migranti. (— Ahmed, mediatore culturale di EMERGENCY)
di Redazione - mercoledì 25 dicembre 2019 - 1941 letture

L’orologio segna le due di notte quando il capo missione viene a dirmi che c’è un gommone alla deriva a poche miglia dalla nave. Solo qualche ora fa ci hanno informato che un gommone si è capovolto in mare. Ci sono almeno 60 persone disperse. A bordo siamo tutti tesi. Negli occhi di ognuno leggo solo una speranza: “Fa che non sia quel gommone.”

Nell’attesa di avvicinarci all’imbarcazione, la mia mente vaga tra i ricordi. Era il 2016 quando – a bordo di un’altra nave con il team di EMERGENCY – avevo visto otto cadaveri dentro un barcone stipato di migranti. Un’immagine che non mi ha fatto dormire per diversi mesi.

Adesso, su Open Arms, sono come di fronte a un déjà vu: più ci avviciniamo al gommone, più sudo freddo. Non voglio rivivere quei momenti.

Passano cinque interminabili minuti. Raggiungiamo il gommone, fortunatamente il mare è calmo. A bordo ci sono almeno 70 persone. L’odore di benzina è fortissimo, come il pianto a dirotto dei bambini. Hanno imbarcato tanta acqua, ma sono tutti vivi. Cominciamo subito le operazioni di salvataggio per mettere in sicurezza tutti. Il tempo di pensare è finito.

Un bambino di soli quattro anni è in evidente stato di shock. Ha la bocca aperta e lo sguardo è fisso nel nulla, catatonico, assente. Continua a tremare di freddo, anche quando cerchiamo di coprirlo con le coperte e tranquillizzarlo.

Non dovrebbe essere qui. Bambini come lui devono andare a scuola, giocare, ricevere affetto. Lui, invece, è in mezzo al Mediterraneo dopo essere stato per ore su una carretta del mare.

A volte questo mare mi sembra un boomerang: ci sono migranti che provano a fuggire ma che vengono intercettati e “rispediti al mittente”. Tanti di quelli che non sono stati soccorsi devono tornare indietro, tra le torture e le violenze dei lager libici.

Riascolto nella mia testa le parole strozzate dal pianto di un paziente con cui ho parlato a Ragusa poco prima di salire su questa nave:

“Gli animali hanno più valore della mia vita. Io non valgo niente, non merito alcuno sguardo di accoglienza, solo rifiuto.”

Nelle campagne della “fascia trasformata” siciliana, dove i braccianti vivono in tuguri fatiscenti senza acqua né luce, quel nostro paziente continua a parlarmi:

“Siamo solo carne da macello, serviamo solo quando dobbiamo entrare nelle serre per otto ore d’estate o d’inverno. Appena iniziamo a reclamare qualche diritto veniamo condannati come criminali e disturbatori”.

I naufraghi a bordo di questa nave dovranno subire lo stesso rifiuto?

Mare e terra: luoghi diversi, stessi diritti negati.

Intanto il mio pensiero torna a quel bambino di quattro anni: spero non finisca mai in uno di quei ghetti, senza alcuna possibilità di integrarsi, di studiare, di curarsi… Senza un briciolo di diritto garantito.


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