Manicomio e Matrimonio
Le libere donne, 2026, 6 episodi di un’ora circa già presenti su Raiplay, interpreti: Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger, Fabrizio Biggio, Paola Giovannucci, Dodi Conti, Massimo Nicolini, Paolo Briguglia, Pia Lanciotti, Paola Sambo, Francesca Cavallin.
Inutile citare l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam (1509) o le distopiche e atroci immagini del Giudizio universale di Hieronymus Bosch (1506-1509). Il cambio d’epoca, così atroce e lungamente sofferto, che segna il passaggio dal Medioevo all’età moderna è molto simile all’epoca che stiamo attraversando? Facile e paradossale accostamento che ritroviamo in ogni immagine, in ogni narrazione che ci ammalia di affascinanti nostalgie per la fine annunciata e per l’oscena trasformazione che la democrazia sta attraversando per giungere alla tanto temuta democratura. Sempre questioni di potere. Sono preso da un’irrefrenabile malinconia.
Siamo figli delle stelle, pronipoti di sua maestà il denaro. Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali. […] Siete come sabbie mobili tirate giù. C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. […] Quante squallide figure che attraversano il paese come è misera la vita negli abusi di potere. (Franco Battiato, Bandiera bianca, 1981).
Allora come non poter lasciarsi incantare dalle immagini, ambientate nel secolo scorso, dalla finzione imbastita da Michele Soavi, liberamente tratto dal libro autobiografico di Mario Tobino:
“Ritorno da un giro notturno per i reparti femminili: gradatamente dai reparti tranquilli agli agitati l’erotismo si fa più selvaggio e gradatamente aumenta l’acuto rancido della bestia umana. Alle «agitate» dai letti, in camicia, nude, si lanciavano verso di me, che fuggivo. L’infermiera che cercava di rattenerle rideva piena di malizia come a dire che era così anche in tutte le altre donne, ma «le altre», quelle fuori, non potevano perché erano «sane»” [1].

- Le Libere donne
Certo era il secolo scorso, il secolo dell’Olocausto, della Shoah e delle orrende stragi naziste e, ahimè, fasciste. Di quando non si potevano esprimere le proprie idee liberamente, né tanto meno denunciare un misfatto che osasse sfidare l’ordine costituito, fondato sulle leggi. Sono quasi tentato di perdermi nella malinconia di quel periodo, di essere affascinato da una storia d’amore impossibile, come quella del dottor Mario e Margherita, per riuscire ad evadere da questa realtà orrenda che si palesa sotto i nostri occhi, ormai da anni. Il dottor Mario Tobino riesce a farsi trascinare dalla sua empatia verso Margherita, peraltro verso tutte le donne ricoverate nell’ospedale di Magliano, in realtà Maggiano, provincia di Lucca, sul finire degli anni Trenta, proprio sull’orlo dell’abisso che, di lì a poco, mostrerà i suoi artigli affilati.
“Anche i matti sono creature degne d’amore. […] Adesso sono venticinque anni che vivo tra i matti e la notte sempre più me li sogno: volti che vicinissimi mi ridono spastiche risate, parole che mi arrivano distinte eppure non riesco a decifrare se sono di derisione o di richiesta di aiuto, donne che mi piangono davanti con i capelli disciolti e so che non ho nessuna possibilità di consolarle” [2]
La storia d’amore per la fragile e affascinante Margherita è ovviamente costruita e impossibile da realizzare, mentre quella di Paola Levi (Gaia Messerklinger) no: era sorella di Natalia Ginzburg e moglie di Adriano Olivetti. Ebbe una relazione, amicizia emotiva, speciale, destinata a durare più di quarant’anni, con Mario Tobino e morì nel 1986, solo cinque anni prima della morte dello scrittore viareggino.
Il taglio della storia dato da Michele Soavi, il regista, è significativo perché mostra sottilmente come le violenze dell’ospedale psichiatrico sono da preferire di gran lunga a quelle sofferte nella prigione di un matrimonio consumato con un marito violento che porta la moglie a gesti disperati per potersi sottrarre a tale violenza, anche a costo di perdere tutto, pur di non perdere la vita. Ma eravamo nel secolo scorso. Oggi quelle violenze non esistono più, non solo in Italia (sic!), ma sono state estirpate a ogni latitudine. Si fa per ironizzare su una terribile realtà che devasta non solo le democrazie occidentali ma qualsiasi società che ha come Moloch, come mostro, il dio denaro e il profitto che ingoia e distrugge ogni cosa, anche i popoli. Quasi sempre le donne ne sono escluse, loro malgrado, ma a volte riescono a sottrarsi a questo potere divorante, pur pagando dei prezzi disumani.
“Anche per oggi non si vola” [3], ci hanno sottratto anche la speranza di scendere in piazza per protestare e ora avremmo di che protestare. Ci sono proteste un po’ dovunque, basta affacciarsi alla finestra, se abitate in una zona nevralgica della città. Eppure la strada ci è stata sottratta perché la protesta è accettata solo se pacifica. La violenza è relegata all’interno degli stadi e nelle immediate vicinanze dove i facinorosi possono scagliarsi con forza verso il nemico. A noi rimane solo la consolazione che ogni giorno è dedicato a ciò che di civile, di umano alberga in ognuno di noi. Il potere tollera e manifesta assieme a noi, nelle piazze, per i valori che calpesta ogni giorno nelle strade e nella società.
Ci hanno derubato anche del matrimonio: non voglio sostenere che il divorzio sia opera del diavolo, vorrei sommessamente far osservare che il consumismo fa vivere il matrimonio come mercimonio che può essere calpestato ad ogni piè sospinto, quando il possesso viene messo in discussione. Se poi il possesso dell’altra/o viene messo in discussione dal tradimento allora si può trasformare in una violenza, omicida, disumana e disumanizzante. Che bella l’antica ironia del cantastorie meneghino:
Maria ti amo. Maria ho bisogno di te. Poi la stringo e la bacio, infagottato d’amore e di vestiti. E anche lei si muove, felice della sua apparenza e del nostro amore. […] Ne ho conosciute tante di famiglie, la famiglia è più economica e protegge di più. Ci si organizza bene, una minestra per tutti, tranquillanti aspirine per tutti, gli assorbenti il cotone i confetti Falqui, soltanto quattrocento lire per purgare tutta la famiglia, un affare. Si caga, in famiglia, si caga bene, lo si fa tutti insieme. […] Lidia, ti amo. Lidia, ho bisogno di te. Ma per favore, in un hotel meublé.
Che bello un amore impossibile, un’utopia in mezzo alla barbarie. Non ne posso fare a meno ma sono assalito da una irrefrenabile malinconia. Spero che questa mi aiuti a salvare l’anima da quest’epoca ossessionata e perversa che fa della violenza il suo punto di forza. Non so più se sono pazzo o se riesco ancora a trovare barlumi di umanità. Che confusione. Meglio la malinconia.
[1] Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Vallecchi 1953, poi Mondadori 1967
[2] Tratto dalla Prefazione, scritta da Mario Tobino stesso, per la ristampa del 1963.
[3] Titolo dell’album di Giorgio Gaber, 1974-1975, i brani che seguono sono tratti dal brano C’è solo la strada, contenuto nel medesimo album
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