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Mancu li cani

Breve viaggio nell’inferno delle lotte clandestine
di francoplat - martedì 21 luglio 2020 - 772 letture

Curiosi d’ogni età, compresi minorenni, e scommettitori si affollano attorno al ring improvvisato che ospita un combattimento tra cani. A contendersi la vita, in genere, sono razze quali pitbull, mastino, dogo argentino, american staffordshire terrier, rottweiler, cani dalla mascella potente, dalla presa poderosa, educati e addestrati appositamente per combattere. Ci possiamo trovare nei bassi di Napoli, nel cortile di un’abitazione palermitana, in una cascina abbandonata dell’Oltrepò pavese o, magari, su un tratto di litorale dell’Adriatico, in Veneto, o, ancora, in un capannone a Mathi Canavese, in provincia di Torino, o, perché no?, in una stazione ferroviaria in disuso a Caltanissetta. La folla è arrivata là, qualsiasi luogo sia, attraverso un filo di voce segreto che corre tra il web (pagine segrete di Facebook) e il porta a porta, riunitasi per assistere alla sconfitta, non di rado esiziale, di uno dei due contendenti, per celebrare quel diritto di vita e di morte su ogni elemento del creato che accomuna le mafie e che trova, in questa particolare forma di reato, anche emulatori fuori dal circuito proprio della criminalità organizzata: delinquenti locali, teppisti di periferia, sbandati, allevatori abusivi e trafficanti di cani cosiddetti “da presa”. Non sempre, in sostanza, dietro la lotta fra cani c’è la regia mafiosa, ma è la cornice culturale, la visione del mondo dentro cui si inquadra questo orrore, ad accomunare i membri delle onorate società a quelli di altre associazioni criminali, di altre consorterie, ossia un’idea prepotente e violenta della realtà, di dominio sulle cose e sugli esseri viventi, in questo caso i cani. Visione del mondo, come si è detto sopra, che non risparmia i minorenni, coinvolgendoli in alcune attività connesse con le lotte fra cani (ma anche galli) e immergendoli in quel clima di esaltazione della forza, della mascolinità, della violenza, del disprezzo del pericolo, della morte, che rischia di anestetizzare qualsiasi forma di affettività, di partecipazione al dolore altrui, di empatia.

Il fenomeno è inquietante e non è che uno dei segmenti di quelle che, da circa vent’anni a questa parte, vengono definite zoomafie, ossia lo sfruttamento degli animali per finalità economiche, di controllo sociale, di dominio sul territorio, operato da persone singole o associate o appartenenti alle criminalità organizzate. L’espressione è stata coniata, a metà degli anni Novanta, da Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia della LAV, che, proprio nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio (2019, reperibile in rete), osserva come la parola sia ormai entrata nel vocabolario comune, oltre che in quello mediatico, giuridico, criminologico. I combattimenti fra i cani sono, appunto, solo uno dell’enorme ventaglio di attività illecite legate allo sfruttamento degli animali, quali le corse clandestine o la macellazione dei cavalli, la gestione dei canili, la tratta internazionale dei cuccioli, il traffico di fauna selvatica, il business del ‘caro animale estinto’.

Per quanto riguarda il combattimento fra cani, si stima che in Italia circa 15000 siano gli animali coinvolti nelle lotte (un terzo dei quali perde la vita) e che la gestione di quest’attività frutti qualcosa come 300 milioni di euro l’anno; denaro che risulta tra i proventi, fra gli altri, di camorra, sacra corona unita, alcune ‘ndrine, il clan Giostra di Messina. Se si allarga il focus all’intera Europa – dove il fenomeno pare rilevante in Gran Bretagna, Spagna, nella ex Jugoslavia – la cifra relativa al giro delle scommesse clandestine sale a 3 miliardi di euro, per incontri che, qualora vengano ritenuti di alto livello, vedono puntate sino a un massimo di 50 mila euro. Niente male, niente male davvero. E’ una realtà crescente, dopo che la legge 189 del 20 luglio 2004, concernente le disposizioni contro il maltrattamento degli animali nonché il loro impiego nei combattimenti o nelle competizioni non autorizzate, aveva sanato un ignobile buco legislativo attorno alle questione e, al contempo, aveva allertato gli organizzatori degli incontri, spingendoli a un atteggiamento più cauto, giusta la massima calati juncu ca passa la china. Altri reati legati alla zoocriminalità avevano, quindi, assunto maggior visibilità, quali ad esempio il traffico di cuccioli, consentendo una ripresa delle lotte clandestine fra cani, gestite ora, però, con maggior cautela, grazie anche alle opportunità fornite dal web.

Proprio sulle pagine virtuali della rete, in community su Facebook o in pagine segrete, si ritrovano persone accomunate dalla passione per queste mattanze tra cani: hanno squadre, classifiche, compravendite e trasferte; hanno pagine web nelle quali sono presentati il pedigree, le caratteristiche e i prezzi dei cani da combattimento, magari attraverso una vetrina apparentemente più innocua e bonaria; hanno contatti transnazionali, come la banda che agiva tra Imperia, Pavia, Teramo e la Serbia e che provvedeva alla compravendita e allo scambio di molossoidi, spesso sprovvisti di chip, sul territorio nazionale o all’importazione di ‘campioni’ dall’estero e li allenava per combattere. Si organizza un match su internet, attraverso un gruppo segreto, si fornisce l’account soltanto alle persone di fiducia, affinché possano raggiungere il luogo del combattimento in sicurezza, si chiude il tutto non appena l’incontro termina. E se i proprietari dei cani sul ring, o gli scommettitori, preferiscono godersi lo spettacolo da casa, l’organizzazione è così generosa da fornire le riprese online attraverso lo smartphone.

Certo, resta il piccolo particolare del destino di questi cani. Per gli sconfitti, se morti, è sufficiente una tanica di benzina o, se ancora vivi benché agonizzanti, l’abbandono, in condizioni pietose, presso qualche discarica. Chi si salva, magari per il tempestivo intervento delle forze dell’ordine, non ha vita lunga, perché rimangono cicatrici sul corpo e sulla psiche; spesso trovano posto in centri di rieducazione, affinché siano restituiti a una vita dignitosa, quanto più possibile distante dagli orrori ai quali hanno dovuto partecipare loro malgrado. In tal senso, fra gli altri, vale la pena citare il ‘progetto Cerbero’ dell’associazione Vita da cani di Arese (nel Milanese), volto proprio al recupero dei cani aggressivi, anche se non tutti provengono dal giro infame dei combattimenti clandestini. Ai più fortunati tra loro, è riservato un futuro presso qualche famiglia, debitamente scelta, all’interno della quale trovare quell’affetto negato loro da altri cosiddetti umani.

Come si è detto, il problema è attuale. Nel maggio di quest’anno, a Casal di Principe, nel Casertano, la Polizia di Stato, allertata da alcune segnalazioni, ha individuato un vero e proprio lager per combattimenti fra cani, gestito da un ventenne pluripregiudicato, denunciato per il reato di maltrattamento di animali. E’ solo uno dei tanti luoghi, sparsi in tutta Italia, nei quali è possibile rinvenire questa aberrante forma di Fight Club i cui caratteri, non per il gusto morboso del dettaglio, vanno sottolineati. Perché quando quella folla di individui si assiepa attorno a un ring, il dramma per gli animali coinvolti nella lotta si è già ampiamente dispiegato e assomiglia a un film dell’orrore.

Ciò a partire dall’addestramento dei cani: fin dai primi mesi di vita, vengono chiusi in sacchi e ripetutamente bastonati, al fine di stimolarne l’aggressività, così come vengono lasciati senza cibo per giorni e alimentati solo con carne cruda, sono tenuti in luoghi bui, bendati per larga parte del tempo, con una luce alogena che pencola sulla loro testa, in modo tale che, quando saranno portati sul ring, con una stessa luce alogena e il buio attorno, quella cornice stimoli l’aggressività esasperata in precedenza. Per rafforzarne muscolatura e fiato, il cane viene sottoposto a enormi sforzi fisici, dalla corsa dietro a un ciclomotore a una pedana mobile elettrica sino alla pratica di fargli mordere il copertone di un motorino e poi di issarlo a molti metri dal suolo, affinché stringa quanto più possibile per evitare di cadere a terra. E non gli sono risparmiati pesi inseriti su speciali imbragature che gravano sul suo corpo o, ancora, l’uso di legargli le zampe per tenerlo in posizione verticale, con l’improbabile scopo di fargli perdere la sensibilità dell’arto e, quindi, di aumentare la sua resistenza ai morsi in combattimento. Inutile dire che si tratta di una pratica priva di qualsiasi criterio di scientificità. Senza contare l’ampio ricorso a sostanze dopanti per accrescere la resistenza degli animali, quali testosterone e suoi derivati (nandrolone, stanozololo), amfetamina, efedrina.

E non manca, in questo dramma troppo sottaciuto, la crudeltà verso altri animali: gatti o galli dati in pasto vivi ai cani da addestrare, oppure maiali o cinghiali contro i quali gli animali da combattimento devono lottare; o, ancora, cani di piccola taglia, randagi o rubati ai legittimi proprietari, che stanno diventando l’altra faccia sadica di questo spettacolo ignobile, usati come vittime sacrificali per il divertimento degli spettatori. O cani di grossa taglia, magari cuccioloni, usati come partner per allenare i campioni, destinati, quelli, a soccombere, ma non senza lottare, “perché per le simulazioni servono animali sì più deboli, ma pronti a difendersi disperatamente”, rivelava a Il Mattino, qualche anno fa, un uomo che aveva fatto parte di quel giro. Cani usati “come fossero carne da macello – osservava Carla Rocchi, presidentessa dell’Enpa, in un’intervista a La Stampa -. Per questo io raccomando sempre ai proprietari, anche chi possiede un innocuo e pacifico meticcio, di non perdere mai d’occhio il proprio cane”. Ecco, queste righe servono anche per questo, non solo per sottolineare la recrudescenza di un fenomeno che è tornato in auge, più silente, ma non meno pericoloso, o per enumerare le brutture nei confronti degli animali da parte di individui lontani da qualsiasi forma di civiltà, ma anche per sensibilizzare quanti posseggono un cane (o un gatto) sul fenomeno allarmante del rapimento di animali domestici dai giardini, dalle auto, dagli appartamenti.

Del resto, può davvero stupire l’esistenza diffusa e capillare di questo aberrante spettacolo al massacro e dei suoi corollari se si considera che, in Italia, ogni 55 minuti viene aperto un nuovo fascicolo per reati contro gli animali (stima fornita dalla LAV, relativamente al 2017, desumendola dai dati reperiti dalle Procure; cifra tratta da un campione e sottostimata)? No, non stupisce. Siamo abituati alle mattanze degli uomini, in questo Paese, abbiamo celebrato, pochi giorni fa, l’attentato tragico a Paolo Borsellino e alla sua scorta, abbiamo un rosario di nomi di vittime delle mafie da sgranare, possiamo davvero pensare che la fine di Kelly, il pitbull femmina lasciata morire dissanguata, dopo un combattimento, in un dirupo a San Felice a Cancello (provincia di Caserta) due anni fa, possa risolversi con l’arresto e la punizione dei responsabili? No, temo di no. Era un cane, niente di più. E, per giunta, non vincente. Troppo poco per un Paese in cui una parte dei suoi abitanti guarda con ammirazione ai cani che mordono più furiosamente e alla feccia umana che usa quei poveri animali per potersi sentire più forte e degna di rispetto. Che usa quelle zanne perché, forse, ha spuntate e deboli le proprie.

Fonti:

https://www.ilmattino.it/caserta/cani_rapiti_allenare_pitbull_combattimento-3656377.html https://www.lastampa.it/la-zampa/2011/06/06/news/combattimento-tra-cani-un-giro-d-affari-da-300-milioni-di-euro-br-1.36954813 http://www.antimafia365.it/2019/03/05/la-lotta-tra-cani/ https://www.vitadacani.org/progetti/cerbero/ https://www.lav.it/cpanelav/js/ckeditor/kcfinder/upload/files/files/LAV_Rapporto%20Zoomafia%202019.pdf


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