Magrezza vuol dire bruttezza

Per il corpo, contro l’anoressia

di Alberto Giovanni Biuso - martedì 21 novembre 2006 - 9539 letture

I canoni della bellezza femminile, si sa, variano con i secoli e con le società. Le statuette delle Veneri preistoriche hanno fianchi pronunciati, a garanzia di fecondità. Molto più recenti sono le donne dipinte da Rubens, tonde e prosperose. Il dominio culturale dei sarti –detti, di solito, «stilisti»- ha portato all’apice un modello di femminilità del tutto disincarnato, inducendo molte ragazze e donne a cadere in comportamenti anoressici e cioè nella devastazione più concreta e di lungo periodo che un corpo possa subire.

Anche quando non si arriva a questi estremi patologici, la magrezza viene preferita a un corpo in carne. Si tratta di un atteggiamento del tutto artificioso sia dal punto di vista biologico che antropologico. Esso rappresenta infatti la negazione della corporeità. Quanto più un individuo, una società, una civiltà disprezzano il corpo, tanto più –in realtà- ne sono ossessionati. In nessun altro momento il corpo emerge nella sua potenza come quando diventa assenza, ferita, morte. Ci sarà invece vita, felicità e pienezza finché un corpo umano e animale pulserà del desiderio di nutrirsi e di accoppiarsi.

La ricerca della magrezza a tutti i costi significa l’autodistruzione del corpo che divora se stesso invece che rimanere forma suprema del piacere. Le più importanti religioni attuano un incessante e feroce tentativo di neutralizzare e cancellare il corpo –nell’ebraismo una stessa parola indica il cadavere e la carne; il cristianesimo nutre un vero orrore per il godimento; il velo islamico fa di ogni bellezza un tradimento; per il progetto passivo del buddismo zen l’obiettivo è difendersi dalle emozioni e dalle necessità corporali. Nel paganesimo, invece, il corpo costituisce l’unità profonda della persona. Un corpo che è nello stesso tempo bisogno e desiderio.

I bisogni e i piaceri pulsano, infatti, nei medesimi luoghi, e cioè negli orifizi da cui entra ed esce la materia che il corpo metabolizza e nei quali il soggetto sperimenta la potenza degli orgasmi. Per questo è molto difficile vivere con serenità i bisogni naturali se si rifiuta la naturalità del piacere. Ed è qui che la corporeità umana mostra per intero la sua identità non soltanto organica. Qui, nel luogo supremo dei desideri, i quali possono essere vissuti con trasporto e armonia oppure come vergogna e colpa, tutto in relazione al significato che la persona dà ai propri organi, al loro valore, alla materia vivente che si è.

Il significato di quegli scheletri senza sorriso e dallo sguardo meccanico che sfilano per le passerelle dell’alta moda –scheletri che diventano il modello per tante donne-, quel significato è uno solo: la rinuncia al piacere, il trionfo della Morte.

www.biuso.it


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Magrezza vuol dire bruttezza
23 novembre 2006, di : Sunny

Gentile signor Biuso, non siamo così stupide come ci ritrae.

Crede che siano solo i modelli imposti a convincerci a non mangiare? o a vomitare? no mi creda. C’è altro e sta dentro.

E’ vero che i canoni fanno la loro buona parte e che dovremmo capire, sforzarci di non esserne ossessionate, ma non si dovrebbe puntare il dito solo su di noi.

Ho incontrato sempre uomini e ragazzi che si riempiono la bocca delle solite frasi: che quando parlano sembra che ti facciano un favore ad accettare i tuoi 63 chili. Un autoelogio alla propria intelligenza e modernità. E sono sempre state tutte balle.

"Sei dimagrita! come stai bene" "Accidenti come ti sei fatta carina" "ora si che ti stanno bene questi pantaloni"

"sembri un’altra"

Il PROF.E IL MACELLAIO
7 dicembre 2006, di : stefania tiezzi

Egregio Professor Biuso,

le sue parole sulla donna grassa e (dunque)in salute(?)mi ricordano il macellaio che aveva il negozio vicino a casa mia. Solo che le sue parole erano dedicate al quarto di bue che teneva appeso al gancio. Lei, Professore, ha una visione della donna del tipo ’quarto di bue’, colagrasso quindi colasalute. Equazione strampalata. Qualche chilo in più non lo ritengo indice di bruttezza, nonostante io sia di costituzione longilinea. La bellezza risponde ad altri canoni legati soprattutto alla percezione e alla sensibilità personali. Magro e grasso non ne sono il sintomo. Anna Magnani era dotata di un erotismo e fascino incredibili, le veline di oggi sono graziosi fuscelli insignificanti pur nella loro bellezza. Ma non per i motivi che si è inventato lei. Lei, in quanto uomo, non ha capito nulla delle donne. Saluti. Stefania Tiezzi

    Il PROF.E IL MACELLAIO
    7 dicembre 2006

    Gentile Signora Tiezzi, la ringrazio per il suo vivace intervento. Ma può indicarmi, per favore, in quale punto del mio testo avrei parlato della "donna grassa e (dunque) in salute"? Criticare dei comportamenti anoressici non implica l’automatica ealtazione della bulimia e della grassezza. Anzi. Non le pare?

    La prospettiva nella quale mi pongo è certamente maschile (e non potrebbe essere diversamente!) ma è anche antropologica e filosofica prima che strettamente estetica.

    Io ho parlato del corpo, del variare della sua interpretazione nel corso della storia, del rifiuto di ogni dualismo anima/carne a favore della unitarietà psicosomatica della persona umana. E i motivi che mi sarei inventato io se li sono inventati molti altri studiosi e studiose del tema. Le consiglio, a questo proposito, il numero 330 della Rivista Aut Aut (aprile-giugno 2006), dedicato ai Corpi senz’anima; in particolare il saggio di Charles Melman sulla questione del corpo in psicanalisi e quello di Paola Mieli su Corpo, pulsione, spazio.

    E, naturalmente, io non le rispondo che in quanto donna lei non avrebbe capito nulla dei maschi. Sono schemi troppo banali.

Anorgasmia una questione di chili?
7 dicembre 2006, di : Stefania Tiezzi

Ha ragione, Professore, ho letto male il suo articolo: nella mia ulteriore lettura mi sono accorta che quanto dice in merito alla magrezza è più strampalato dell’equazione precedente. Lei, infatti, utilizza il luogo comune (a proposito di banalità!)’le magre sono infelici’. A parte l’effettiva mestizia che mi coglie nel leggere le sue considerazioni, il mio essere snella non mi ha portato mai nessuna sofferenza. Mi presenti, piuttosto, un riscontro scientifico legato all’anorgasmia e alla sofferenza perpetua di cui parla con curiosa competenza riferendosi al corpo magro. Dirle che gli uomini non capiscono le donne non è una banalità, mi creda, ma una constatazione:della quantità di salute (della psiche, e dunque, del corpo )direttamente proporzionale ai chili di una donna ne ha parlato proprio lei. Il fatto che riviste di filosofia avallino le sue conclusioni non mi porta a cambiare idea. La realtà, diversamente da certe teorie filo-o parafilosofiche, ci presenta una tesi contraria.
Recensire la Gessa e scrivere certe cose...
7 dicembre 2006, di : Stefania Tiezzi

Ho letto nel suo sito che si è occupato di un testo di Vanna Gessa: la Professoressa Gessa ho avuto modo di conoscerla ed apprezzarla durante il Master in Consulenza Filosofica organizzato dall’Università di Pisa (mia città natale e dove mi sono laureata in Filosofia), Napoli e Cagliari. Ancora più incredibili le cose che ha scritto sulla magrezza.Mah!
Magrezza vuol dire bruttezza
8 dicembre 2006, di : Anna Pullace

Premesso che la visione (tutta maschile) del corpo come un’insieme di orifizi pulsanti è, a mio avviso, patologica quanto l’anoressia, ritengo che la bellezza e la felicità non dipendano dal peso o dalle misure.

Un certo tipo di donna, che cerca la magrezza a tutti i costi, non insegue un modello proposto dagli stilisti, ma si uniforma al modello maschile di donna. Sono, infatti, gli uomini che preferiscono un corpo magro piuttosto che in carne. Questo tipo di donna si gonfia labbra e seni con botulino e silicone perchè sono gli uomini che preferiscono labbra carnose e seni abbondanti. E questo tipo di donna è infelice perchè, stravolgendo il suo aspetto, autodistrugge anche la sua identità.