Mafie, uno dei volti della violenza globale: intervista a Davide Mattiello
Nella società odierna, le mafie finiscono per trovare una collocazione adeguata, coerente, come segmento di una società sempre più violenta
La densa intervista a Davide Mattiello, versatile attivista e figura centrale dell’antimafia – oltre che editorialista, saggista, autore di racconti e politicamente impegnato alla Camera dei Deputati tra il 2013 e il 2018 –, offre un’interessante prospettiva sul fenomeno mafioso, di cui vengono tracciate le radici e di cui si offre un’approfondita disamina politica, economica, culturale che allarga la cornice geografica dall’Italia al globo intero.
È lunedì 11 agosto; al mattino. Il mio interlocutore è un fiume lucido di parole, di dettagli, di argomentazioni; i nodi concettuali del suo discorso vengono ribaditi attraverso un’ampia messe di dati, di riferimenti puntuali a vicende, protagonisti della lunghissima stagione delle mafie. A partire da un aspetto che qualifica il primo approdo interpretativo della questione – che si contrappone a quelle che Mattiello definisce le «narrazioni retoriche, tossiche, false, infondate» –, ossia che «le mafie, nel nostro Paese, hanno subito colpi quasi mortali, devastanti». Non sono le stesse di quarant’anni fa, osserva il mio interlocutore, non sono le stesse, perché la violenza stragista ha comportato una reazione dello Stato, ma, più ancora, della società civile, una risposta corale e profonda, a partire dalla quale, e reagendo alla quale, le consorterie criminali hanno dovuto abbassare il tiro, silenziare stragi e delitti eccellenti.
Mattiello vuole rendere merito all’operato di chi – come Cesare Terranova, Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e, poi, la galassia dell’antimafia civile e sociale – ha lottato con intelligenza e coraggio, urtando il patrimonio economico, il sistema valoriale, le relazioni inconfessabili delle mafie. Una lotta che ha prodotto non solo il 416 bis, ma anche una più lucida e diffusa consapevolezza del danno enorme provocato dalle mafie e dalle loro entrature. Ma l’analisi non si ferma al riconoscimento dei colpi inferti ai clan, perché durante l’intervista le luci si affiancano alle ombre e queste ultime sono altrettanto tangibili: le consorterie mafiose sono state bastonate, ridimensionate, ma non affatto estirpate. Sono associazioni che, pur con qualche variante tecnica, continuano a far soldi con il narcotraffico e a ripulire il denaro “sporco”, reimmettendolo nei tanti scomparti della nostra realtà: politica, finanza, imprenditoria ecc.
I soldi, osserva Mattiello, sono il carburante che agita ambizioni, avidità, sete di potere e che miete vittime, tante vittime. Qui, l’intervistato allarga, come farà in seguito, la prospettiva: forse si muore meno in Italia, ma i morti in Messico o in Colombia, dentro quell’immenso reticolo illegale del narcotraffico, sono «morti nostri»; uccidono dove serve, le mafie e, se serve eliminare in Slovacchia Ján Kuciak e la sua fidanzata, Martina Kušnírová – perché il giornalista scriveva dei rapporti esistenti tra ‘ndrangheta e politica in quel Paese –, si muore in Slovacchia.
Non basta la violenza come marchio di fabbrica, però, per giustificare la longevità mafiosa. E, allora, da cosa dipende questa plurisecolare presenza nel nostro Paese? Da molti fattori, tutti presenti in origine nella nascita dell’Italia unita e, in particolare, dalla mancata acquisizione, da parte dello Stato, del monopolio della violenza, dell’uso legittimo della forza. Hanno fatto e fanno comodo a molti, i mafiosi, hanno garantito, a modo loro, il controllo sociale, l’ordine pubblico, hanno raffrenato gli ardori dei movimenti contadini e operai. Sulla tiepida vocazione nel contrasto alle mafie della classe politica italiana della prima Repubblica, almeno sino agli inizi degli anni Ottanta, pare molto interessante l’analisi dell’operato di un protagonista del tempo, il ministro dell’Interno Virginio Rognoni, esponente significativo di una Democrazia cristiana più volta a sopire che a vivificare quel contrasto. Ma, tornando alle lotte contadine e operaie, quel movimento fu raffrenato, non bloccato, perché – precisa il mio interlocutore – gli anni Sessanta e Settanta hanno visto la costruzione dello Stato sociale, a dispetto di chi voleva smorzare quel processo storico, ossia la legittimazione delle lotte per i diritti.
Tuttavia, i grandi cataclismi politici, sociali, culturali, economici – a partire dalla caduta del muro di Berlino nell’89 – hanno messo in discussione quei risultati. Mattiello torna, qui, ad allargare la cornice, evoca l’affermazione di una visione brutale e feroce dell’economia e della politica, nel quadro neoliberista che auspica la fine delle costituzioni democratiche e antifasciste. Una reazione alle costituzioni di questo tipo, ai diritti sanciti e, in parte, attuati, si verifica in anni decisivi, agli occhi del mio ospite, ossia il quinquennio 1989-94, anni dai quali parte un modello di gestione del potere via via più violento. Un filo rosso, di crescente brutalizzazione dei rapporti umani e del dominio dell’uomo sull’uomo, unisce la dissoluzione dell’Urss a eventi a noi noti e vicini, dall’Ucraina all’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti a Gaza.
Allora, in un orizzonte planetario caratterizzato dall’uso della forza quale elemento dirimente i rapporti tra gli Stati, a soppiantare il diritto internazionale che pareva aver vivificato la speranza della cessazione di ogni prova di forza drammatica come la Seconda guerra mondiale, le mafie finiscono per trovare una collocazione adeguata, coerente, come segmento di una società sempre più violenta. La società pare più mafiosa, «è mafioso il mondo, perché è mafioso l’antichissimo principio per cui ha ragione il più forte». Quasi, dice Mattiello, fa tenerezza Messina Denaro a fronte di Trump, Putin, Netanyahu.
Non è una postuma santificazione del boss di Castelvetrano, tutt’altro; è il riconoscimento di un cambiamento epocale che riporta in auge l’uso della forza senza freni inibitori. Il mio interlocutore ha ben chiaro che la violenza – cifra di un mondo via via degradato sul piano della solidarietà e dell’attenzione al più debole – è anche la cifra di una mafia che ha, dinanzi a sé, buone prospettive di vita. Infatti, nel quadro di crescente impoverimento, di graduale erosione dello Stato sociale, di progressiva perdita dei diritti collettivi e individuali, è facile ipotizzare che, in un Paese come il nostro gravato da secoli dall’anomalia delle mafie, queste ultime possano giocare un ruolo ancora molto vitale, spengendo gli incendi che potrebbero mettere a “ferro e fuoco” le zone più depresse della penisola, in particolare il Meridione. Ci sarà ancora bisogno dei campieri, osserva Mattiello. Ci sarà bisogno di una politica che alimenti quelle terre con speculazioni che fungano, anche, da propaganda, per evitare la rivolta sociale. Quali, ad esempio? Il ponte sullo Stretto di Messina.
Le mafie. Più silenziose, ma tutt’altro che dome. L’Italia e il resto del mondo pare che abbiano ancora bisogno del talento intimidatorio e violento, della loro straordinaria capacità di sopravvivere e vivere sfruttando ogni falla del sistema democratico, ogni ambizione umana, ogni avidità. Mafie come instrumentum regni e come parziale, ma significativo segmento di un mondo più povero sul piano etico. Questo, almeno, pare affiorare con netta evidenza dalle parole di Davide Mattiello, apprezzabili senza filtri nell’intervista integrale qui allegata.
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