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Mafia: un brand di successo

La diffusione del mafia style è un fenomeno inquietante e ramificato, destinato, peraltro, ad allargarsi ad altre discutibili figure della criminalità organizzata planetaria.
di francoplat - mercoledì 20 gennaio 2021 - 669 letture

Quasi beneaugurale come lieto anticipo di Buon Natale, tra qualche polemica sulla tricromia dell’Italia graffiata dalla Covid-19 e il breve risorgere dei commerci per le vicine festività, un mese fa circa è giunta la notizia sui media nazionali dell’esistenza di un brand brasiliano di abbigliamento, distribuito pure nel nostro Paese da un’azienda della provincia di Parma: “Labellamafia”. È una di quelle notizie che accendono l’attenzione per un attimo, che scuotono le coscienze e muovono a indignazione, poi il solco si chiude, l’urgenza e gli affanni quotidiani riprendono la supremazia e la bella mafia continua a galleggiare semi-indisturbata nel sonno della ragione dei più. Perché quella notizia, inglobata nel blob mediatico, non morde, appare isolata, estemporanea. Invece, ha radici lontane, la scelta dell’azienda brasiliana è tutt’altro che originale, si colloca all’interno di un fenomeno di ampio raggio, il cosiddetto “Mafia Sounding”, ossia la commercializzazione di prodotti attraverso il richiamo alla criminalità organizzata nostrana.

Il fenomeno, come si è detto, è lontano nel tempo e si è giovato della globalizzazione, è fermentato e cresciuto in essa. Già nel 2012, quasi dieci anni fa ormai, dall’officina intellettuale di Nando dalla Chiesa, affiorava una tesi accademica emblematica: “Legittimare la mafia: il caso dei ristoranti ‘La Mafia se sienta a la mesa’ in Spagna” (la mafia si siede a tavola) di Mauro Fossati. Pur non essendo un lavoro analiticamente ampio, il testo sottolineava con chiarezza quanto Cosa Nostra si giovasse del richiamo commerciale al suo nome attraverso una vasta gamma di prodotti: dai film agli sceneggiati televisivi, dai video-giochi alla moda alle applicazioni per Iphone. Quanto alla catena di ristoranti, sorti all’inizio del nuovo millennio e proliferati in tutta la Spagna, evocavano senza messaggi troppo subliminali la cultura mafiosa (o la sotto-cultura, che dir si voglia) attraverso riferimenti al film cult “Il padrino” e a murales di alcuni sanguinari boss mafiosi, da Vito Cascio Ferro a Lucky Luciano ad Al Capone. Soltanto nel 2018, dopo una serie di ricorsi da parte del governo italiano, il Tribunale dell’Unione europea ha decretato che la catena spagnola di ristoranti non avrebbe più potuto utilizzare il marchio con la parola “mafia”, perché banalizza l’organizzazione criminale, è contrario all’ordine pubblico e rischia di pubblicizzare positivamente qualcosa di contrario ai valori europei.

Una vittoria, certo, una buona notizia. Imprigionare la diffusione del pandemico contagio del marchio mafioso pare davvero difficile. Lo si ritrova nelle slot machine, nelle linee di gioielli o di mascara, campeggia tra le insegne di un parrucchiere o di uno studio di designer. Esiste, per gli appassionati del genere, pure un richiamo alla mafia in versione gioco da tavolo, ossia Mafianopoly. Per non parlare del campo della ristorazione, dove il fenomeno conosce i suoi esiti più amaramente creativi. Una veloce consultazione del web consente, infatti, di viaggiare per il mondo degustando l’Italia o, meglio, una versione non di rado adulterata della cucina italiana orecchiando il Mafia Sounding. Sulla scorta della denuncia della Coldiretti, presentata nel 2019 nel Sesto rapporto agromafie sui crimini alimentari, è possibile immaginarsi dinanzi al cannolo siciliano pubblicizzato dalla Tv pubblica norvegese, il “Mafiakaker eller cannoli”, cioè il dolce della mafia, i cannoli, oppure gustare, in Bulgaria, il caffè “Mafiozzo” e, perché no?, acquistare gli snack “Chilli Mafia” nella civilissima Gran Bretagna o le spezie “Palermo Mafia shooting” in Germania – dove, peraltro, non manca il “Fernet Mafiosi” corredato dal disegno di un padrino – o, ancora, la salsa “SauceMaffia” a Bruxelles come immancabile compagna delle patatine fritte. Ai degustatori di vino non mancherà il piacere di sollecitare le papille gustative con il vino Syrah “Il Padrino”, prodotto in California, e, per una più ampia panoramica alimentare, i fautori del genere potranno acquistare sul web il libro di ricette “The mafia cookbook”, i golosi potrebbero dedicarsi all’acquisto di caramelle sul sito www.candymafia.com, mentre fino a qualche tempo fa era possibile aprire il proprio cuore a “mamamafiosa”, sito di consigli dispensati dall’autrice di un blog che dichiarava di non sapere di essere stata la moglie di un mafioso.

Appare chiaro da questa enumerazione, tutt’altro che completa, che la diffusione del mafia style è un fenomeno inquietante e ramificato, destinato, peraltro, ad allargarsi ad altre discutibili figure della criminalità organizzata planetaria. Se a Pablo Escobar, fra i più noti narco-trafficanti sudamericani, è toccato in sorte di veder riprodotto il suo volto su bluse e cappellini in America latina, un altro criminale sudamericano, Joaquín Guzmán Loera, detto El Chapo, fondatore del cartello di Sinaloa in Messico, ha avuto la fortuna insperata di diventare un marchio per abbigliamento e accessori di un’azienda milanese. “È sinonimo di carattere risoluto, di scelte da leader e di stile da vendere”, sostengono i creatori del brand, i cui prodotti presenti in rete vantano pure una linea denominata “Santa Muerte”, un culto popolare di lontane origini al quale paiono votarsi i membri dei cartelli messicani di narco-trafficanti. Ecco, siamo approdati in Italia, dove il problema presenta un volto diverso. Perché, se possiamo fingere di ritenere lecite le giustificazioni estere relative alla mancata percezione del dramma rappresentato dalle mafie, dove il fenomeno pur presente si caratterizza per un’esistenza sommersa e abilmente silenziosa, non possiamo sorridere come sciocchi e ingenui turisti dinanzi al richiamo del marketing esplicito e aperto alle organizzazioni criminali.

Non fa sorridere, benché faccia business, l’hashish “Totò Riina”, arrivato qualche anno dopo il caffè e l’olio col marchio “Zu Totò”, idea della figlia e del genero del criminale a capo di Cosa Nostra. E che dire del “Mafia tour”, organizzato dall’agenzia “Amalfi cost dream”, tour operator napoletano una delle cui guide, Vittorio, invita, al prezzo di 25 euro a persona, a visitare i luoghi della camorra di Napoli, sfruttando, secondo la comunicazione ufficiale, il fatto di essere “una persona cresciuta nel sistema”? Del resto, già nel 2015, sul sito Change.org, dal quale possono lanciarsi petizioni, ne era stata promossa una denominata “Io non sono mafioso”, orientata a eliminare dagli shop, siciliani e non, tutti i gadget ispirati alla mafia e al film “Il padrino” presenti ovunque in Sicilia, dai piccoli negozi nei paesini alle strade principali del capoluogo a quelle delle grandi città isolane, così come negli immancabili autogrill.

Insomma, si tratta di una questione delicata e infingarda. Infingarda perché, consapevoli della forza del francesissimo “c’est l’argent qui fait la guerre” o, per i classicisti, del detto latino “pecunia non olet”, sappiamo che il commercio, spesso, non guarda in faccia l’etica, riconosce solo lo squillio delle trombe del denaro che si replica, quale ne sia la provenienza o la natura. E allora, anche solo per spostare l’attenzione dalle mafie ad altre realtà criminali nostrane, non avrà turbato troppo vedere in giro nel nostro Paese villosi toraci calzati da magliette su cui troneggiava il volto sorridente di Felice Maniero, sotto il quale riposava la scritta “Fasso rapine”. La questione, poi, è delicata perché non si tratta soltanto di un problema economico. Non lo è nelle considerazioni di due autorevoli commentatori, entrambi toccati dalla violenza mafiosa, ossia Salvatore Borsellino e Nando dalla Chiesa. Il primo, a seguito della notizia con la quale si è aperto questo articolo, ha sottolineato con amarezza, in un’intervista a inews24.it del dicembre scorso, quanto sia accattivante, per certi occhi, il brand Cosa Nostra, aggiungendo, poi, che viviamo in un Paese “in cui nessun governo si è mai impegnato veramente nella lotta alla mafia”, a mo’ di spiegazione della tiepidezza con la quale ci si oppone alla criminalità organizzata. Nando dalla Chiesa, dal canto suo, in un articolo comparso su Il Fatto Quotidiano nel settembre del 2017, poneva con altrettanta amarezza, accompagnata dallo sdegno, un ragionevole dubbio, domandandosi: “Se aprissero ristoranti che inneggiano alle Brigate Rosse le autorità li farebbero (giustamente) chiudere in un giorno”. Perché, continuava nel proprio ragionamento l’editorialista, “con la mafia non accade? Forse perché, in fondo, nonostante le centinaia e centinaia di vittime, i monumenti, le vie intitolate, le commemorazioni, essa continua (anche se meno di prima) a essere nei cromosomi dello Stato”?

Appunto, questione delicata e infingarda, radicata nei cromosomi del mondo globalizzato, che connette tutti noi con un click a distanze siderali, ma impedisce, per quegli strani arabeschi del destino che si chiamano ipocrisia, di conoscere il nome di Falcone e Borsellino fuori d’Italia. Questa almeno è la ragione per la quale, dinanzi al ricorso dei famigliari dei due magistrati indignati dall’apertura di una pizzeria a Francoforte titolata appunto a Falcone e Borsellino, i giudici del Tribunale locale hanno deciso di respingere tali istanze. Di fatto, poi, il locale mutò nome in virtù delle critiche ricevute.

Così, per celia, introduco una mia vicenda personale, che pare minimamente coerente con il tema. Due anni fa, nel corso di un viaggio nel Caucaso, la guida ucraina che accompagnava il gruppo di turisti di plastica diretti verso i maestosi monti omonimi, ha continuato a rivolgersi alla mia compagna di viaggio e a me con l’espressione “mafia”: “Ehi, mafia”, “Allora, mafia”, poche, scarne parole in italiano, porte con frizzante giovialità, come se stesse parlando dei tortellini o del buon Barbaresco. Quando, intenzionati a far cessare questo svilente richiamo all’orrore nostrano, ci si è rivolti a lui in modo duro, spiegando le ragioni di tale durezza, il Nostro è letteralmente cascato dalle nuvole e, trincerandosi dietro una spiegazione poco convincente, ha esclamato: “Ma mafia vuol dire famiglia, è una cosa bella”.

Un furbo che si è vestito da agnello? Un idiota a cui avrebbero plaudito i giudici del Tribunale di Francoforte, perché la legge ammette ignoranza? Un uomo comune che vive di luoghi comuni? Non so, vuoi non perdonare a un ucraino l’uso distorto ed erroneo del termine, se il mafia style ha un appeal così potente anche all’interno dei patri confini e, talvolta, con l’avallo dello Stato? Varrà la pena attendere, perché credo manchi, un album di figurine con i volti di prede e predatori di questa violenta vicenda nostrana, magari diviso per zone e momenti storici. Un buon modo di antologizzare passato e presente.


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