Mafia, antimafia, solitudine e riscatto: intervista a Piera Aiello
"Per me, la paura rappresenta solo una cosa: perdere le persone che amo. Non ho paura per la mia vita, rifarei tutto centomila volte, di nuovo"
Ci sono vite più volteggianti d’altre, che passano attraverso forme e statuti d’identità differenti, che attraversano ambienti e contesti eterogenei, che si costruiscono lungo strettoie complicate e plasmano, così, delle personalità tenaci, battagliere, non sempre diplomatiche. Così, ho inteso l’esperienza umana di Piera Aiello attraverso il racconto di sé stessa durante un’intervista in streaming lo scorso 23 settembre. Una giovane partannese, in provincia di Trapani, che, appena diciottenne, entra, come moglie di Nicola, nella famiglia Atria, il cui pater familias è Vito, figura di spicco della mafia locale, ucciso quando ancora i due giovani sposi sono in viaggio di nozze.
Questo è l’esordio in società di Piera Aiello. Per altri sei anni, sino al 1991, vive in quella realtà complessa che è una famiglia legata al mondo delle consorterie criminali. Sino al 1991, quando anche il marito viene ucciso, davanti ai suoi occhi, in una pizzeria di loro proprietà; è dopo quella data che la mia interlocutrice decide di abbandonare la famiglia Atria e di diventare testimone di giustizia, guidata da Paolo Borsellino e, poco dopo, seguita dalla giovane cognata, Rita.
Il salto è brusco, difficile, tortuoso. Come difficile è stata l’esistenza nella famiglia di Nicola. Se ne parla, pur brevemente, con lei: cosa significa vivere in una realtà di quel tipo? Significa sottostare a comandi e ordini, se ti dicono di saltare devi saltare, devi stare in silenzio, non commentare. E cosa consente di sopravvivere a quel clima? La paura che accada qualcosa ai tuoi cari, la creatura che stringi tra le braccia – che, al tempo dell’omicidio del padre, aveva tre anni – e la speranza di riuscire, un giorno, a uscire da quella gabbia.
E quel giorno, appunto, arriva. E inizia una nuova fase della vita di Piera Aiello, testimone di giustizia, con a carico una bimba piccina, con la mole di problemi connessi a un ruolo ancora indefinito, al tempo, e sovrapposto a quello dei collaboratori di giustizia, dei “pentiti”. Vagare per la penisola, cambiare casa, abitudini, scuole, guardare, appena giunti in una nuova residenza, le farmacie e altri luoghi utili per la gestione del quotidiano. E sopportare, una dietro l’altra, la scomparsa di due persone importanti per lei, ossia Borsellino e Rita Atria. Una dietro l’altro, a distanza di una settimana, muoiono, uno dilaniato da un ordigno esplosivo, l’altra suicida, almeno secondo una certa versione tutt’altro che pacifica.
Fatto sta che in questa vita rinnovata, come in quella precedente, la cifra comune, il denominatore comune sembra essere la solitudine. Restare soli, essere abbandonati dalle persone care, questa è la paura più profonda della mia interlocutrice. Anche se ciò non significa desistere e abbandonare la lotta. Perché ci sono altre vite che aspettano Piera Aiello. Un percorso di studi che, dalla licenza media, la porta alla laurea, a una sorta di pacificazione rispetto alla donna che, rapportandosi con le due giovani magistrate che affiancavano Paolo Borsellino al tempo della sua testimonianza, si sentiva, almeno in parte, in difetto, davanti a due professioniste che parlavano da pari a pari con un uomo così prestigioso.
Non è nel ruolo di testimone di giustizia che si esaurisce la giostra umana dell’esperienza della mia interlocutrice. Perché, nel 2018, entra in Parlamento, diventa deputata, partecipa, tra gli altri, ai lavori della Commissione antimafia, dove ritiene di aver dato un contributo importante, a partire dalla faticosa elaborazione della relazione per la revisione del caso Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto che, secondo molti opinionisti, sarebbe morto per aver operato il latitante Bernardo Provenzano al suo tumore alla prostata.
È una conversatrice diretta, Piera Aiello. Non cerca la parola infiocchettata, non cerca mediazioni o mezze misure. Non risparmia critiche allo Stato che, in parte, abbandona chi compie la scelta di testimoniare, non risparmia critiche alla società mercenaria nella quale viviamo, né le risparmia all’antimafia da passerella o a chi, pur non essendo mafioso, consente alle mafie di continuare a vivere. Non le risparmia ai giovani persi dietro valori effimeri, per quanto riconosca la necessità di ascoltarli, di star loro accanto, di insistere perché sviluppino una cultura differente da quella di chi li ha preceduti.
Battagliera e orgogliosa del proprio percorso umano, delle proprie scelte, legata a un passato che ha il volto di Borsellino, di Rita, del suo babbo, morto da non molto, e che non è un passato, perché continua a interagire con la sua vita, con le sue decisioni, dandole un indirizzo ancora oggi. Così emerge la figura di Piera Aiello, filtrata dalla conversazione di quella sera, che ha compresso nel giro di un’ora circa le tante vite che è stata e che è. Tutto ciò si potrà apprezzare, credo, nell’intervista integrale allegata al presente articolo.
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