Ma questi qui che stanno al governo non sanno nemmeno trombare
Appunti ironici sul moralismo pubblico e l’impotenza simbolica del potere
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nelle vicende coinvolgenti, o meglio sconvolgenti, di Gennaro Sangiuliano e Matteo Piantedosi. Non tanto per quanto accaduto — o si dice sia accaduto — ma per come il potere politico contemporaneo riesca sistematicamente a trasformare ogni episodio privato in un disastroso spettacolo pubblico, comunicativo e simbolico.
Un tempo i governanti godevano almeno di una reputazione: viziosi, sì; cinici, certo; ma dotati di una minima competenza nell’arte antica e nel rispettabile saper convivere. Oggi invece assistiamo a una forma inedita di goffaggine istituzionale: una classe dirigente che per gestire la propria dimensione personale sente la necessità di convocare conferenze stampa involontarie, chat fuori controllo e narrazioni tragicomiche degne di una fiction pomeridiana.
Da qui l’impressione — naturalmente ironica ma non del tutto infondata: che questi qui non sappiano nemmeno trombare. Non questione morale, ma di estetica del potere. Nella modernità politica classica, tenere distinta la sfera pubblica da quella privata era una forma di protezione reciproca: lo Stato non entrava nella camera da letto, e la camera da letto non entrava nei comunicati ufficiali. Oggi accade il contrario. Il potere non riesce più a separare la propria rappresentazione istituzionale dalla propria autobiografia sentimentale.
Si teatralizza di continuo l’imbarazzo. Le vicende recenti mostrano una cosa semplice: non è la vita privata a scandalizzare, ma i politici incapaci di abitarla senza trasformarla in spettacolo involontario. Non si ha trasgressione, né scandalo vero, né libertinismo, ma solo una goffaggine comunicativa che produce effetti comici.
Per secoli la politica la si è raccontata con metafore virili: decisione, forza, conquista, dominio. Anche erano ridicole, queste immagini funzionavano come linguaggio simbolico della sovranità. Oggi invece assistiamo a una trasformazione silenziosa: il potere non appare più autoritario, ma incerto; non trasgressivo, ma impacciato; non pericoloso, ma involontariamente farsesco, o meglio grottesco. Un cambiamento antropologico prima che politico.
Non siamo davanti a una classe dirigente libertina, ma a una classe dirigente insicura. E l’insicurezza che entra nello spazio pubblico, diventa immediatamente comunicazione involontaria. Il paradosso più interessante è questo: mai come oggi il discorso pubblico è attraversato da richiami alla famiglia, ai valori, alla sobrietà, alla tradizione. E mai come oggi la gestione concreta della vita privata appare fragile, disordinata e maldestra.
Il moralismo contemporaneo senza produrre ordine, produce ansia, senza generare autorità, genera sorveglianza reciproca. Non costruisce stabilità, ma narrazioni difensive. Un moralismo senza stile. Il punto non è la vita privata dei ministri, ma il potere che non sa più rappresentarsi. Non possiede più un linguaggio simbolico coerente con ciò che pretende di incarnare. Ogni episodio marginale diventa una lente d’ingrandimento sulla fragilità complessiva del sistema politico.
Un tempo il potere lo si temeva, poi lo si è contestato. Oggi rischia di essere solo commentato e il potere commentabile, diventa inevitabilmente ironizzabile. Dire che “non sanno nemmeno trombare” non è una provocazione volgare: è una diagnosi culturale. Significa dire che manca una grammatica della responsabilità privata coerente con la pretesa di autorità pubblica.
Significa osservare che la rappresentazione del potere si svuota della sua dimensione simbolica. Significa riconoscere che la politica contemporanea produce più che scandali memorabili solo piccoli incidenti imbarazzanti ed è forse proprio questo il segno più evidente della sua crisi.
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