Lui era uno di quelli
Non ha salvato il mondo. Non ha fermato una guerra. Non finirà in un servizio del telegiornale, né in un post con mille condivisioni. Si è solo messo a spalare fango. Durante il passaggio del ciclone Harry, mentre ognuno faceva i conti con i propri danni, c’erano gruppi di ragazzi che andavano dove serviva. Pale in mano, scarpe sporche, poche parole. Non per farsi vedere. Ma per darsi da fare. Lui era uno di quelli.
Io, però, lo conoscevo già. O almeno, credevo di conoscerlo. Era quello che saltava spesso la scuola. Quello che, detto tra noi adulti con aria esperta, «non ha voglia di fare niente». Uno di quelli che cataloghi in fretta, così ti togli il pensiero. Poi, qualche giorno fa, qualcuno mi ha detto una cosa semplice, di quelle che non fanno rumore ma spostano tutto: le volte che non andava a scuola erano spesso le stesse in cui la sua presenza serviva da un’altra parte. A casa di due persone invalide. Assistenza quotidiana. Silenziosa. Senza chiedere niente in cambio. Niente foto. Niente racconti. Niente “guardate cosa faccio”.
Allora gli ho fatto la domanda più inutile di tutte, quella che facciamo quando non sappiamo bene cosa dire: «Perché lo fai?». «Mi fa stare bene», mi ha risposto senza pensarci troppo. Fine. Niente grandi parole. Nessuna lezione da impartire. Solo una frase semplice che però, a sentirla così, quasi spiazza.
Perché noi siamo abituati a cercare spiegazioni complicate, motivazioni alte, ragioni profonde. Abbiamo bisogno che il bene abbia sempre un titolo, una giustificazione, magari anche un po’ di retorica attorno, così lo riconosciamo meglio. E invece a volte non serve. A volte uno lo fa, il bene, e basta.
“Scansafatiche” lo avevo già archiviato nel file della mia superficialità. Lui, nel frattempo, spalava fango e aiutava qualcuno a vivere una giornata un po’ meno difficile. Non era niente di speciale.
E allora forse la domanda, quella vera, è un’altra. Quante volte abbiamo guardato qualcuno senza vederlo davvero? Quante volte abbiamo riempito il silenzio con un giudizio, o peggio, pregiudizio, solo perché era più comodo che fermarci a capire? Lui non ha fatto niente di straordinario. Ha fatto quello che sentiva giusto. «Mi fa stare bene», ha detto. E dentro quella frase, senza rumore, senza spiegazioni, c’è forse una forma di umanità che ci stiamo dimenticando. Quella che non ha bisogno di essere raccontata. Quella che non chiede applausi. Quella che, semplicemente, c’è. E magari, ogni tanto, basterebbe solo fermarsi un attimo, prima di giudicare. Per potersene accorgere.
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