Luca Grecchi: filosofia, inclusione, comunità
Filosofia, inclusione, comunità / Luca Grecchi. - Brescia : Scholé edizioni / Morcelliana, 2026. - 192 p. - (Orso blu). - ISBN 978-88-2840-774-4.
Filosofia, inclusione, comunità di Luca Grecchi è un testo a cui l’autore approda dopo una ricerca di non pochi decenni. Il percorso filosofico di Luca Grecchi è stato improntato alla riaffermazione del valore onto-assiologico della filosofia. Si è trattato di un filosofare controcorrente, poiché nel tempo della “compiuta peccaminosità” (Fichte) il fare crematistico si è trasformato nel culto del feticcio dell’accumulo senza limiti. Il feticcio è divinità diabolica (divisoria) esige e vuole il sacrificio del tempo degli adoratori di “Pluto”.
Il tempo nel sistema capitalistico, scrive il filosofo, è denaro, per cui la fretta, attributo tipico del diavolo nella Bibbia, non può che alienare il tempo della vita al feticcio crematistico. Nella lotta senza quartiere all’accumulo i più fragili, potremmo esserlo e diventarlo tutti in ogni momento, sono espulsi dalla corsa-progettualità della vita. Il tempo da essere vita e dono relazionale si è trasformato in fonte di esclusione dolorosa. La competizione e l’egoismo delirante che infettano i pensieri, i gesti e le relazioni producono la società dell’esclusione. L’inclusione termine abusato e ripetuto è utilizzata per occultare la verità di un sistema che si fonda sulla lotta e sulla dinamica, già descritta da Hegel, servo-padrone. Una simile società è senza comunità, essa è solo l’ordinario inferno, in cui quotidianamente si vive un’esistenza disumanizzante e alienante. Le persone che vivono difficoltà psichiche e fisiche affrontano un quotidiano segnato, non poche volte, dalla solitudine e dal vuoto progettuale e in esse si palesa la verità della crematistica.

- Copertina di Filosofia inclusione comunità, di Luca Grecchi
Luca Grecchi ha il merito di aver dimostrato nel saggio dedicato all’inclusione che la filosofia è disciplina che consente di disarticolare criticamente il sistema crematistico al fine di dare risposte che il tecnicismo settoriale non può improntare in quanto si muove all’interno dello specialismo. La parte e l’intero risultano in tal modo scissi. La filosofia ha il compito di ricostruire la relazione tra la parte e il tutto.
La filosofia si connota, secondo la bella definizione di Luca Grecchi per l’analisi dell’intero, per il metodo dialettico e per il bene quale fine oggettivo che determina l’umanizzazione dell’essere umano nelle relazioni di cura. La Metafisica umanistica di Luca Grecchi è qui applicata al tema dell’inclusione e ciò dimostra la valenza critica e propositiva del pensare filosofico.
Per poter progettare una comunità conforme alla natura umana è necessario definire il problema. Viviamo nel tempo del culto della forza e del narcisismo illimitato, pertanto il dato incontrovertibile da cui partire è la constatazione che nella nostra società prevale fortemente la logica dualistica perdente-vincente, pertanto le persone con disabilità sono escluse e la loro inclusione è spesso solo strumentale al business:
“L’inclusione non è ancora una prassi diffusa nella scuola italiana, così come non lo è nella società. I perdenti sono esclusi, non contano, queste sono le regole, che ciascuno di noi deve scegliere se accettare oppure no. Un libro non elimina il dolore delle persone che si ritrovano sole, né dei loro famigliari. Nulla, inoltre, può cancellare una sofferenza già patita. Se però, in qualche modo, questo volume potrà servire, in futuro, a ridurre anche solo un poco tali episodi, sarà valsa la fatica di averlo scritto” [1].
L’inclusione è possibile solo se ogni essere umano è vissuto e pensato come un intero. Ogni riduzione a singola qualità è già una forma di esclusione, in quanto il “volto dell’altro” non è vissuto nella sua complessità dinamica, ma semplicemente è associato al limite e, pertanto, non è più una persona, ma è quel limite da guardare nei migliori dei casi con pietistica superiorità:
Data la sostanziale uguaglianza degli esseri umani, il fatto che l’inclusione riguardi tutti conduce a riflettere sul fatto che i processi inerenti alla stessa dovrebbero riguardare tutti i contesti, ossia dovrebbero essere presenti nella scuola, nel lavoro, più in generale nella società. Non si deve infatti pensare alla inclusione come a una sorta di inserimento, in un corpo genericamente sano, di alcune appendici “malate”, cui riservare condizioni particolari affinché appunto l’organismo non ne produca il rigetto. L’inclusione costituisce una normale condivisione comunitaria, consistente nel far sì che tutte le persone, proprio in quanto persone, siano considerate dotate di uguale valore, per cui possano frequentare, con modalità paritetiche, gli stessi luoghi, nei medesimi momenti, con funzioni simili, nonostante i loro eventuali deficit. La persona disabile, dunque, non deve essere ritenuta una entità “diversa” pietosamente da non escludere, ma una persona come le altre, nei confronti della quale servono semplicemente delle accortezze maggiori che peraltro, in generale, sono utili a tutti” [2].
Per poter procedere nell’analisi del problema è necessario definire la disabilità al fine di pensare criticamente il nostro tempo storico e di valutare, se esso è davvero inclusivo come a tamburo battente si afferma. La disabilità non è riducibile ad “un osso o ad un organo menomato”, ciò che la determina primariamente sono le relazioni sociali e le strutture architettoniche-urbane. La disabilità è un dato, ma un contesto sociale inadeguato e respingente la amplifica fino a intaccare le aree non compromesse che potrebbero produrre una diminuzione qualitativa e quantitativa della disabilità. Se osservata all’interno della rete sociale, essa emerge come prodotto di relazioni disumanizzanti. Il nostro analizza la genealogia della disabilità, non parte da essa come un fatto empirico e opaco:
“Quando, in ogni caso, parliamo di disabilità, a quale condizione facciamo riferimento? Una buona parte della risposta, anche stavolta, dipende dalla definizione del concetto. Per quest’ultima è possibile rifarsi alla Convenzione Onu CRPD del 2006, la quale, in estrema sintesi, descrive la disabilità non come il mero esito della compromissione che ha prodotto il deficit, bensì come «il risultato della interazione tra persone con menomazione e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri». In base alla definizione adottata, in effetti, rispetto a quanto solitamente si pensa, si delinea molto diversamente lo sguardo generale sul problema. Se l’attenzione, infatti, risulta puntata sul deficit, potranno al più essere proposte, per la disabilità, soluzioni medico-assistenziali. Se il focus, invece, si rivolge alla interazione sociale delle persone, la disabilità diventa un tema politico, nonché culturale, di effettiva realizzazione delle migliori condizioni di vita, nonché di piena attuazione di quei diritti che consentano a tutti di condurre una esistenza massimamente felice” [3].
Ed infatti ribadisce con chiarezza:
“Deficit e disabilità sono in effetti, come noto, due cose molto diverse. Il primo è un’alterazione psicofisica permanente, che provoca la compromissione delle attribuzioni funzionali del soggetto; la seconda è invece il danno sociale prodotto dalla interazione del soggetto deficitario con un ambiente culturale caratterizzato da pregiudizi, che conducono appunto alla discriminazione. Compito di ogni persona che si rapporta con il tema della disabilità dovrebbe essere quindi quello di agevolare, in se stessa e negli altri, la accettazione del deficit, la quale è a sua volta facilitata da processi di riduzione della disabilità, nel significato ora descritto. Si rivela pertanto necessario un lavoro di conoscenza onto-assiologica veritativa sull’intero, che conduca non solo alla comprensione dell’attuale stato di cose relativo alla totalità capitalistica, ma soprattutto a una sua radicale riforma. Ciò è oggi davvero imprescindibile, dato che molte persone con disabilità si trovano a vivere in una scuola che non le comprende, in un mondo lavorativo che le rifiuta, e in generale in un contesto sociale che non le accoglie” [4].
Riaffermare tali concetti e prospettive è già “riorientamento gestaltico”. Il capitalismo nella sua corsa nichilistica verso la disumanizzazione assoluta e col silenzio complice della politica e delle Accademie lavora per mutare il paradigma dell’inclusione che nei decenni precedenti si era parzialmente affermato. Senza una reale opposizione culturale e politica può riaffermare il primato spaventoso della forza. Il vincente è il dominatore, è colui che nel ring della vita stende a terra l’avversario e disprezza coloro a cui non è concesso di salire nello spazio della lotta. Essi restano a guardare non visti e disprezzati. Chiunque viva la marginalità è speranza di un’esistenza comune migliore. Il capitalismo senza freni in assenza di apparati critici consente a uomini come Milei e Trump di farsi portavoce di un populistico disprezzo per i più fragili. Tale ferocia ha finalità economiche, ovvero tagliare i ponti con la cultura dell’inclusione per dirottare i fondi ad essa dedicati verso più proficui investimenti. Si toglie ai più fragili, divenuti tali, per dare ai più ricchi. Un sistema di tal genere reca danno a chiunque, poiché nega l’eccellenza etica della natura umana:
“In Argentina, il Presidente Milei ha proposto, il 14 gennaio 2025, di utilizzare nelle normative, per indicare i disabili intellettivi, la denominazione di “idioti”, “imbecilli”, “ritardati”. Negli Stati Uniti d’America, il Presidente Trump, il 30 gennaio 2025, in relazione a uno scontro fra un aeroplano e un elicottero militare (che si è alla fine scoperto essere il vero responsabile dell’incidente) avvenuto quello stesso giorno a Washington, ha – prima ancora che fosse avviata una inchiesta – attribuito la colpa dell’accaduto alle politiche di inclusione poste in essere dai precedenti governi democratici, i quali avrebbero, a suo avviso, assunto troppi disabili nelle torri di controllo degli aeroporti. Sempre l’amministrazione Trump, il 30 marzo 2025, ha formalmente invitato le imprese di tutto il mondo che vogliano ottenere appalti pubblici con gli Stati Uniti, a dismettere totalmente le loro policies su Diversity, Equity, Inclusion and Accessibility (DEIA), o comunque a giustificare per iscritto il motivo del loro mantenimento” [5].
Ecco le ragioni per cui è necessario scrivere per denunciare l’esclusione. Ci sono fenomeni storici che si affermano gradualmente fino alla tragedia finale come l’esperienza nazifascista ci ha insegnato.
Il filosofo chiarisce sin da subito la motivazione del titolo, ovvero il motivo per cui ha accostato il termine inclusione a comunità. Il termine inclusione singolarmente evoca il gruppo che accetta per sua concessione l’alterità, per evitare tale percezione dell’inclusione ha posto accanto ad essa la parola “comunità”, quest’ultima indica una realtà politica nella quale ciascuno è persona e può sviluppare massimamente le sue potenzialità e questo processo è il bene fondamento imprescindibile della “comunità”:
“ Prima di entrare propriamente nel merito della filosofia, può essere opportuno soffermarsi anche sul secondo termine che compone il titolo di questo libro, ossia “inclusione”. La parola, per me come per altri studiosi, risulta sicuramente insoddisfacente (ma non se ne riscontra una migliore) per delineare un processo comunitario quale dovrebbe essere, appunto, la partecipazione piena alla totalità sociale, su piano di uguaglianza, di tutte le persone, comprese quelle con disabilità. Il termine “inclusione” sembra in effetti evocare un gruppo che accetta, per qualche ragione, di far entrare, nel proprio contesto, altre persone le quali non erano inserite. Ciò potrebbe essere letto come un atto di generosità, ma, al contempo, anche come un atto di arbitrio, il quale, su queste basi, potrebbe essere effettuato così come non esserlo. Per tale motivo l’utilizzo del solo termine “inclusione”, accanto a “filosofia” – Filosofia e inclusione doveva essere originariamente il titolo del presente libro –, mi ha lasciato sin dall’inizio molto dubbioso. Ho deciso pertanto di unire a questi due termini un terzo, ossia “comunità”, per indicare che una vera inclusione vi può essere solo in un contesto sociale comunitario, finalizzato cioè al bene di tutti e di ciascuno, per quanto diverse siano le caratteristiche e le funzioni di ogni persona” [6].
Fiabe ed inclusione
Tra gli aspetti che rendono il testo profondo nella sua trama filosofica si scopre l’uso della fiaba per tradurre concetti complessi mediante le immagini delle stesse, le quali attingono simboli dalla profondità della coscienza individuale e collettiva. In esse è espresso il bisogno di essere riconosciuti come totalità viventi per poter nascere al mondo. Senza la cura e senza incontri salvifici nessun essere umano diventa integralmente tale.
Nel brutto anatroccolo il diverso è oggetto di scherno, al punto che il 2brutto anatroccolo” è costretto a fuggire dai suoi presunti fratelli, malgrado l’amore della madre. Da soli spesso non si riesce a realizzare il bene. Non poche volte i più fragili sono rifiutati da coloro che dovrebbero per prossimità naturale curarli. La fuga è sempre sul limite della rovina, ciò malgrado il brutto anatroccolo, dopo una serie di peripezie, approda in una fattoria, una casa, nella quale è guardato e vissuto nella sua interezza. Solo in un clima di cura è possibile porre in essere le proprie potenzialità. Intero e bene sono un binomio dialettico imprescindibile che si concretizza nel processo dialettico di crescita qualitativa. L’anatroccolo vilipeso e umiliato ritroverà se stesso e la sua bellezza interiore. Il contadino che lo salverà non sarà dissimile dalla madre che pur lo amava, ne continuerà la premurosa opera interrotta dalle contingenze avverse:
“La filosofia si integrava dunque, nell’orizzonte classico, con molteplici approcci culturali, soprattutto umanistici. Per questo motivo, anche nel presente libro, saranno numerosi i rimandi alla grande letteratura, che con le sue storie, in apparenza particolari, fornisce contenuti di valore universale, importanti pure per il nostro tema. Pensiamo, ad esempio, alla fiaba di Hans Christian Andersen intitolata Il brutto anatroccolo, edita nel 1843. Essa inizia raccontando che, in una nidiata di anatroccoli, ne nacque uno dalle piume grigie piuttosto scure, assai sgraziato. Sebbene la madre, nonostante le sue differenze con gli altri piccoli, gli volesse molto bene, i “fratellini” non lo accettavano, trattandolo malamente. Per questo egli decise di fuggire. Sin dal principio, quindi, la storia comunica per analogia, a ogni bambino, il fatto di poter essere anche lui come “il brutto anatroccolo”, quindi un po’ diverso dagli altri, magari deriso, escluso, emarginato. Al contempo, però, il racconto prospetta per tutti la possibilità di uscire da quella condizione di sofferenza, sebbene ciò non sia facile in assenza di amici, che “l’anatroccolo” non riusciva a farsi proprio perché si sentiva brutto, diverso, inadatto. Quando, dopo varie peripezie finalizzate alla ricerca del luogo migliore in cui vivere, rimase incastrato nel ghiaccio rischiando la morte, “l’anatroccolo” trovò tuttavia un contadino che si prese a cuore le sue sorti liberandolo, nonché accogliendolo nella propria fattoria. Ciò insegna che, se incontriamo nella vita (il che è un invito a diventare tali, da grandi) una persona disposta ad aiutarci, sapendo se necessario anche andare oltre le apparenze, pure chi è generalmente considerato “brutto” può spiccare il volo verso una esistenza migliore. Questa fiaba consente pertanto ai più piccoli di imparare sia la necessità di seguire la propria natura – conformandosi alla quale il “brutto anatroccolo” divenne, come noto, un bellissimo cigno –, sia la bellezza di essere altruisti, ovvero di sostenere soprattutto le persone in difficoltà, avendo fiducia nelle loro potenzialità, poiché questo le aiuta, nella vita, a realizzare i propri desideri” [7].
Le fiabe, dunque, ormai poco praticate anche nella scuola primaria sono altamente educative, esse insegnano a guardare e a vivere l’altro oltrepassando pregiudizi e stereotipi. Educano al bene mediante simboli carichi di emotività empatica e insegnano che il bene è un processo dialettico che ci invita ad attraversare resistenze interiori e conflitti. L’umanizzazione esige il tempo lento dello spirito da ascoltare e da tradurre in pratica di vita. Biancaneve insegna la cooperazione tra “i normali e i disabili nani”. Nella cooperazione la logica divisoria servo-padrone cade e finalmente si è liberi tutti dai “tiranni interiori” della scissione gerarchica:
“Il concetto di cui al punto precedente può essere esemplificato da un’altra fiaba assai amata dai bambini, quella di Biancaneve e i sette nani, pubblicata dai fratelli Grimm nel 1812. La storia è molto nota, per cui è possibile riassumerla in termini minimali. Biancaneve venne allontanata dal castello del padre, dopo la di lui morte, dalla matrigna cattiva, invidiosa della sua bellezza. La regina, non volendo alcuna rivale in vita, diede addirittura ordine al proprio servo-cacciatore di ucciderla, portandole come prova dell’avvenuto assassinio il suo cuore (almeno nella versione Disney a tutti nota). Il servo, tuttavia, non eseguì il comando, consegnandole al suo posto il cuore di un cervo. Biancaneve venne abbandonata in un bosco lontano dal castello, dove trovò la casetta ospitale dei sette nani, i quali lasciavano anche di notte una lucina accesa sulla loro porta, nel caso in cui qualcuno si fosse appunto smarrito. Questi nanetti avevano tutti, se si legge con attenzione il racconto, una qualche forma di “disabilità”. Oltre al comune nanismo, Cucciolo è palesemente muto, Brontolo ha problemi caratteriali, Mammolo è troppo infantile per la sua età ecc. Malgrado ciò, essi si rivelano massimamente accoglienti. Biancaneve, quando entra per la prima volta nella casetta, si accorge del disordine della stessa, sicché, in maniera spontanea, agisce non per essere passivamente ospitata, ma si attiva per ordinarla. La cooperazione costituirà infatti il legame principale fra lei e i nanetti: non appena li incontra, in effetti, chiede loro se sia possibile collaborare, svolgendo le faccende domestiche in cambio della ospitalità” [8].
Pollicino ci rammenta la necessità dei disabili di essere accolti. I loro talenti sono più fragili, in quanto il rischio di dispersione è sempre possibile, in assenza di relazioni di cura. Il loro percorso è segnato da briciole e, in qualsiasi momento, possono perdere la via, se sono oggetto di rifiuto. Pollicino con le sue briciole ci insegna che non ci si può accostare a persone con disabilità in modo approssimativo, ma le competenze, in relazione alla specificità del problema e dell’individuo, devono essere supportate da un’opportuna grammatica emotiva. Non ci sono protocolli da applicare in modo meccanico, ma ogni persona disabile ha la sua storia, il suo carattere e la sua indole e pertanto ogni briciola è preziosa per capire il percorso da costruire nella comunità educante per porre in atto il bene. Lo sviluppo pieno di un bambino disabile sarà sempre speculare all’attuazione del bene di ogni singolarità in relazione. Le “briciole” ci appartengono e se esse sono perse è l’intera comunità a soffrirne, poiché non ha reso reale il bene di ognuno. Ciò è da monito ai genitori che spesso vivono la presenza della persona disabile come un limite alla crescita del proprio bimbo. La formazione non è un insieme di competenze da vendere sul mercato, ma etica della solidarietà e del dono senza i quali si è solo dei piragna pronti a divorare senza pietà chiunque sia un ostacolo alla conquista di obiettivi crematistici:
“In tale luogo, questi piccini si sentono abbandonati come Pollicino – la famosa fiaba edita da Charles Perrault nel 1697 – nel cuore della notte. Pollicino era un bambino piccolissimo, che viene, nel racconto, lasciato davvero nel bosco dai genitori, i quali non avevano più cibo per sfamarlo, come accaduto anche a Hansel e Gretel nella omonima fiaba dei fratelli Grimm. Poiché, tuttavia, i genitori manifestarono questo proposito in una precedente conversazione, quando lo portarono con loro nella foresta, con il pretesto di raccogliere la legna, il minuscolo bambino (verosimile spia, la statura, di qualche difformità fisica) si premunì, mettendosi in tasca dei sassolini bianchi in grado di riflettere, di notte, la luce della Luna. Essi, disseminati lungo il percorso, lo ricondussero a casa. Non così, però, accadde il giorno successivo, quando, preso alla sprovvista, il bambino poté portare con sé, come segnavia, soltanto delle bricioline di pane, che furono, durante la giornata, mangiate dagli uccelli. La fiaba è molto articolata, ma ciò che qui può essere utile, per analogia, è il rilevare come, mentre i bambini privi di difficoltà hanno ogni giorno a scuola, con sé, i sassolini bianchi che gli servono per ritornare a casa, i bambini con difficoltà è come se avessero, al più, le bricioline di pane. Per questo ogni volta, senza la fortuna di potersi affidare a buoni docenti come guide, si sentono perduti, preda potenziale di qualche orco, alla cui casa, appunto, anche Pollicino giunge. Tale casa, certo, nella fiaba è abitata anche dalla moglie buona dell’orco, ma la figura cattiva, come accade pure a scuola, viene quasi sempre ad assumere il ruolo di comando. Il bambino con problemi, se non trova qualche insegnante competente che gli voglia davvero bene – non sembri, questo, un appello romantico: gli studi pedagogici sottolineano ormai da tempo l’importanza dell’elemento affettivo nel processo educativo –, ossia che lo capisca, lo sostenga, abbia cura della sua inclusione, si sente inevitabilmente come Pollicino nel bosco, atterrito da mille rumori che percepisce minacciosi” [9].
Le avventure Pinocchio di Collodi è testo che rende palese che si diventa umani solo nella cura. Il burattino di legno diventerà umano nel gesto etico del dono. Porterà in salvo Geppetto sulle sue spalle sancendo il passaggio dall’età immatura all’età emotivamente adulta.
Uno dei temi trattati nel testo del filosofo è l’inclusione come infantilizzazione della persona disabile. I bambini che “non diventeranno mai padroni” sono resi dipendenti e ciò rende evidente che l’inclusione spesso si tinge di relazioni padronali. La persona disabile resa dipendente, anche in ciò che potrebbe svolgere con gioia autonomamente, non conoscerà mai se stessa e diventerà soggetto passivo che subirà sempre le decisioni altri. Non lavorerà e vivrà passivamente, sarà un “non nato al mondo”.
Pinocchio è il simbolo della crescita, chiunque può umanizzarsi e diventare persona in senso integrale e ciò avviene solo nella reciprocità che fonda legami solidi e finalizzati al bene comune:
“In particolare, nella fattispecie, vorrei fare riferimento a Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, fiaba pubblicata nel 1881 da Carlo Collodi, che, come noto, è ricca di insegnamenti morali. Pinocchio, infatti, nato da un pezzo di legno, fu destinato dapprima a essere utilizzato come gamba di un tavolo, poi divenne un burattino, in seguito fu impiegato come cane da guardia, e a un certo punto, nel paese dei balocchi, venne addirittura trasformato in ciuchino, ossia in somaro. Soltanto nel momento migliore della sua vita egli riuscì a diventare un bambino. Ebbene: quale è questo momento, in cui avviene di fatto il passaggio alla condizione umana, dopo che egli aveva sperimentato quella vegetale e quella animale? Esso si verifica quando Pinocchio, che aveva fino ad allora pensato soltanto a se stesso, ritrova, nella pancia della balena che lo aveva inghiottito, il babbo Geppetto, che si era spinto fino in mare aperto per cercarlo. Decide infatti di fuggire dal grosso cetaceo, ma solo senza abbandonare il vecchio padre, ossia portandolo con sé sulle spalle, anche a rischio di annegare (cosa che non avvenne grazie al generoso tonno, per la solidarietà talvolta insita fra specie diverse del mondo vivente). Pinocchio, insomma, divenne bambino, ovvero essere umano, quando iniziò a pensare al bene degli altri, ovvero quando cominciò a essere altruista. Si tratta di uno dei tanti messaggi etici di questo libro, che, prima di avere letto, ricordo di avere visto in televisione da piccolo, ammirato, nelle cinque puntate dello sceneggiato diretto da Luigi Comencini, negli anni Settanta del secolo scorso” [10].
L’inclusione rende coraggiosi come dimostrano le fiabe del Principe ranocchio e Cenerentola, solo chi osa dialettizzare gli stereotipi ed esce dagli argini del conformismo può scoprire tesori che la cecità emotiva e cognitiva normalmente impedisce di scoprire. I pregiudizi occultano e rimuovono la bellezza della vita che da “meraviglia” degrada a squallore quotidiano nel quale i confini si innalzano fino a diventare barrire di una invisibile e dolorosa prigione:
“Per comprendere questo punto fondamentale ci vengono incontro, ancora una volta, le fiabe, in particolare Il principe ranocchio, pubblicata dai fratelli Grimm originariamente nel 1815. La storia, anche in questo caso, è molto nota, per cui posso permettermi di riassumerla nei suoi termini essenziali. Dirò soltanto, in merito, che, qualora la principessa della storia avesse unicamente pensato, a proposito del ranocchio che le aveva recuperato la palla d’oro caduta nello stagno, che era strano, non avrebbe certo accettato di relazionarsi con lui, dunque nemmeno – nelle versioni moderne – sarebbe giunta a baciarlo. Il ranocchio però, in questo modo, non sarebbe mai (ri)diventato un principe, e lei non avrebbe trovato l’amore. In maniera analoga, nella fiaba di Cenerentola, almeno nella versione di Perrault del 1697, se non fosse stato per la sensibilità del paggio incaricato dal principe, che volle far provare la scarpetta di cristallo anche a quella ragazza vestita di stracci, la stessa non sarebbe mai (ri)diventata una principessa. L’apertura inclusiva, come è appunto il caso di queste due fiabe, richiede infatti sicuramente, all’inizio, un po’ di coraggio, che deve essere tanto maggiore quanto più grande è la necessità di uscire dagli schemi. Occorre in effetti sempre essere coraggiosi per andare contro il senso comune del proprio tempo. Chi va contro esso rischia infatti, a sua volta, di rimanere escluso, poiché si scontra con pregiudizi consolidati, non tenere conto dei quali può risultare, sotto molteplici aspetti, dannoso. Quando, tuttavia, questo viene fatto, chi ha posto in essere tali azioni, anche se non ne ricava una pubblica lode (in quanto magari non lo sbandiera sui social), trae da ciò molto di più, ossia il fatto di essersi comportato da essere umano, dunque di avere fatto l’altrui come il proprio bene, cosa che, soltanto, può rendere una vita felice” [11].
Non si ha la presunzione in questa recensione di toccare gli innumerevoli temi presenti nel testo di Luca Grecchi, molti aspetti e dati scientifici e giuridici sono rimasti sul fondo. Nel saggio è utilizzata l’immagine evocativa di Enrico Montobbio, il quale ha affermato che i disabili vivono spesso in una società comparabile ad una “casa senza specchi”. La filosofia ha il compito di oggettivare con le parole, con i concetti e con le immagini le verità nascoste del nostro tempo nelle quali siamo tutti implicati. Questo a parere dello scrivente è il senso profondo del saggio, esso ci pone dinanzi verità e contraddizioni che esigono risposte. Siamo responsabili tutti dell’esclusione, pertanto il primo passo per porre in essere l’esodo dall’esclusione reale mitigata da parole e da gesti che spesso hanno solo il fine di guadagnare consenso personale e di lasciare le persone disabili in un limbo indefinibile nel quale la vita si corrode e si consuma nel “non senso”, è guardarci allo specchio senza filtri per poter donare, a noi stessi e non solo, la possibilità razionale di vivere in una comunità realmente inclusiva.
Per me che svolgo la professione di docente, il saggio ha posto dinanzi a delle domande e mi ha interrogato sapientemente sulle pratiche educative prima ancora che didattiche, e ciò non è poco. In sintesi il testo si rivolge a tutti coloro che sono disponibili a guardare con profondità il tempo storico che stiamo vivendo al fine di rispondere ad esso nella chiarezza del bene.
[1] Luca Grecchi, Filosofia, inclusione, comunità, Scholé edizioni Morcelliana Brescia, 2026 pag. 181.
[2] Ibidem, pag. 50.
[3] Ibidem, pag. 12.
[4] Ibidem, pag. 35.
[5] Ibidem, pag. 12.
[6] Ibidem, pag. 8-9.
[7] Ibidem, pag. 43-44.
[8] Ibidem, pag. 98.
[9] Ibidem, pag. 114.
[10] Ibidem, pag. 134-135.
[11] Ibidem, pag. 144-145.
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