Logrono

Lungo la strada ai piedi della collina sulla quale ci troviamo passa la vuelta (Il giro ciclistico di Spagna), i continui rumori di clacson e sirene ci fanno rituffare in una dimensione, quella cittadina, che la quiete di questa prima settimana di cammino era riuscita a rendere estranea.

di Antonio Cavallaro - mercoledì 4 agosto 2004 - 8577 letture

Il sacro graal

I continui saliscendi sopra i sassi di quelle che sono le ultime colline della Navarra e che separano Torres del Rio da Viana, sono conosciuti come il Rompipiernas, lo spaccagambe. Sono dieci lunghissimi chilometri. Il dolore causatomi dalla vescica mi costringe a trascinare la gamba facendo sbattere la punta della scarpa contro le pietre che fuoriescono dal terreno, mentre i sassi che calpesto modellano fitte che attraverso la pianta dei piedi, filtrano il dolore, che si espande ovunque per il mio corpo. Sono sconvolto quando arrivo a Viana. I ragazzi passati avanti, mi attendono davanti la chiesa di Santa Maria. Li raggiungo ma mi infilo subito nella chiesa, ho bisogno di sedermi. La chiesa, bellissima, mi distoglie dal dolore. Seduto, ammiro le navate e le volte che si sposano in una comunione di stili che non conosco. Come rapito, contemplo qualcosa di cui non so niente. … i pellegrini che in un epoca passata riuscivano a giungere fin qui sfuggendo la caccia di lupi e briganti da quali fremiti erano colti? Quali sentimenti gli animavano davanti a questo sfarzo, davanti a questo altare ricco e prezioso. L’unica cosa che so su questa chiesa è anch’essa un mistero. Qui erra lo spirito di Cesare Borgia delle cui spoglie, seppellite nell’atrio, si è persa ogni traccia. Una lapide posta sul pavimento fa sì che il ricordo di questo ecclesiastico discusso e appassionato uomo del suo tempo non cada nell’oblio.

Luigi si avvicina e mi chiede se ho visto la statua di Maria Maddalena dietro l’altare. "Hai fatto caso che in Spagna ci sono chiese, icone, addirittura il ponte a Pamplona dedicate alla Maddalena? Mentre in Italia, paese altrettanto cattolico, c’è poco e niente?" Poi comincia a raccontarmi una storia, una storia non più falsa di altre, ritenuta storicamente infondata, consegnata per questo al mito più seducente, quello delle leggende. In un paesino dei Pirenei francesi sarebbe vissuto un parroco, che a differenza di tutti i normali parroci di campagna, fosse immensamente ricco, ricchezza in minima parte spesa a favore della comunità per realizzare edifici o opere di interesse comune. L’immensa ricchezza si dice provenisse dalla stessa chiesa di Roma, che il parroco ricattava a causa di una sensazionale scoperta. In questo remoto paesino, il prete sarebbe entrato in possesso di alcuni documenti, un codice, che provino l’esistenza di una progenie di Gesù Cristo concepità con Maria Maddalena. Questa stirpe porterebbe nelle vene il sangue di Cristo e quindi quello di Dio stesso e pertanto sarebbero investiti dal "diritto" di regnare sul mondo. Il santo graal non sarebbe altro che il sang real, il "sangue reale", la linea di sangue di Cristo, la sua discendenza; ed in questa allegoria la Maddalena, altro non sarebbe che la "coppa", il leggendario calice da sempre ricercato non sarebbe che il suo sepolcro. Cristo in vita avrebbe proclamato la priorità del principio femminile nella nascente chiesa affidandola alla sua consorte Maddalena ed inoltre non avrebbe mai preteso di essere Dio. Sarebbe stato l’imperatore Costantino durante il Concilio di Nicea nel 325 a reinventare il cristianesimo, facendo ratificare alcuni nuovi principi: sopprimendo innanzitutto l’elemento femminile e proclamando che Gesu Cristo era Dio. Si decise di sopprimere le verità riguardanti Cristo e il suo matrimonio, vennero scelti quattro vangeli da far assurgere a dogma per narrare la vita di Gesù, tutti gli altri vangeli gnostici vennero proclamati eretici. Si iniziarono a perseguire ed eliminare fisicamente i discendenti di Cristo, ma questi si sottrassero e secoli dopo riuscirono perfino ad impadronirsi del trono di Francia. Questi discendenti erano i merovingi, poi detronizzati ed assassinati dai carolingi con la connivenza della chiesa. Tutto qui.

Logrono

Ci trasciniamo a fatica malgrado ormai non sentiamo più neanche il peso dello zaino, divenuto un tutt’uno con il corpo. Non sono solo io ad avere dei problemi, a Luigi la scarpa ha iniziato nuovamente a procurargli dolore e per aiutarsi si è fatto anche lui un bastone strappando un ramo da un albero, per poi rifinirlo col coltellino svizzero; Alessandro che ogni giorno parte in una solitaria fuga personale, appoggia con difficoltà tutti e due i piedi. Il rompipiernas ha avuto il suo tributo. Lungo la strada ai piedi della collina sulla quale ci troviamo passa la vuelta (Il giro ciclistico di Spagna), i continui rumori di clacson e sirene ci fanno rituffare in una dimensione, quella cittadina, che la quiete di questa prima settimana di cammino era riuscita a rendere estranea. Sono le prima avvisaglie di Logrono, capitale della regione della Rioja. Ma la città pare non arrivare mai, sbagliamo anche strada. Finalmente poi giungiamo al ponte di pietra sul fiume Ebro, l’ingresso della città. L’albergue è una struttura più simile ad un moderno albergo, con un cortile all’ingresso e al cui centro sta una piccola fontana, in cui tutti credo desidereremmo mettere dentro i piedi.

Anche questo albergo non è gestito da spagnoli, i gestori qui sono francesi. Nella nostra stanza, una enorme camerata con una trentina di posti disposti con gli onnipresenti letti a castello, ci sono alcune persone che ho conosciuto nei giorni scorsi: una coppia di Cuneo ed un milanese che non fa altro che ripetermi ogni volta che mi vede, "che è troppo vecchio per queste cose". C’è Megan e la bellissima figlia adolescente. E’ proprio lei che ha progettato questo viaggio, dopo aver letto sui libri del Cammino voleva vederne i luoghi. Così la madre l’accompagna ha fatica, lungo il percorso: ha i piedi lacerati e pieni di piaghe. Li tiene fra le mani mentre parliamo. "Mia figlia non ha mai lasciato la nostra casa, ha sempre vissuto lì". Dice di vivere con la figlia in una fattoria a cavallo fra la California ed il Messico, a diversi chilometri dalla prima città. Ho osservato sua figlia, ha un bellissimo volto su un corpo ancora acerbo, le ho sempre e solo sentito dire "grazie" in risposta a qualcuno che ha fatto qualcosa per lei. Cammina veloce, due o tre metri davanti a Megan, ogni tanto si volta verso la madre affaticata, trascinandola con gli occhi.

E’ domenica oggi. La gente è riversata fuori nei parchi o per le vie del centro. Anche noi pellegrini ci mischiamo alla folla. Con il nostro abbigliamento improvvisato, con le nostre scarpe da riposo, con il nostro incedere claudicante. Il centro è tutto un cantiere. E’ un cantiere la cattedrale. E’ un cantiere la famosa chiesa di Santa Maria del Palacio. A Cena ci rechiamo nel ristorante suggeritoci dall’hospitalero, non abbiamo ne le forze e ne la volontà di cercare altri posti, e comunque ci mettiamo davvero poco a capire che è stata la scelta giusta. E’ un ristorante elegante. Dai tavoli, le sedie, i lampadari, il bancone, gli specchi alle pareti capiamo che deve essere molto antico. Mi convinco che senz’altro è una tradizione per loro, offrire i menù del dia ai pellegrini che vanno a Santiago. Il ristorante è pieno di altri pellegrini. C’è un gruppo di una ventina di elementi che avevo notato prima in camera, tutti sulla mezza età o anche qualcosa in più e di diverse nazionalità, fra cui la coppia piemontese, danno l’impressione di avere un gran affiatamento fra tutti loro. Adesso seduti a tavola per la cena, scherzano e si danno di gomito. Anche se in tavoli diversi si cercano, scambiano gesti e commenti, sono gli unici lì dentro a non badare alla partita.

La partita in questione è la partita in Spagna: Real Madrid - Barcellona. Le due squadre di calcio che più di qualsiasi altra cosa sono il simbolo di una retorica dell’identità e dell’appartenenza che ha alimentato quel mito della due Spagne. Accostate loro malgrado alla dicotomia di una Spagna fredda e continentale, retrograda e dominante, bigotta e conservatrice, l’una; calda e periferica, progressista e illuminista, frivola e moderna, l’altra. Il locale è al completo, tutti i tavoli sono occupati, chi non ha trovato posto si schiaccia contro il bancone rivolgendogli la schiena, bevono il vino che hanno ordinato e fumando sigarette guardano la partita in uno dei 4 televisori. Seduta ad un tavolo una coppia di anziani guarda con molto trasporto l’incontro, il Real sbaglia una facile occasione, lui impreca e sbatte i pugni sul tavolo. Senza distogliere gli occhi dal televisore, lei batte la sua mano contro quella di lui e poi l’accarezza. Un gruppo di ragazzi giocano a carte, non pare che badino molto a quel che accade, in un altro tavolo un uomo è vestito completamente di bianco salvo che sulla parte posteriore della giacca dove ha una enorme bandiera del Portogallo. Il clima all’interno del ristorante è molto eccitato, in parte per la partita, ed in parte per la presenza di noi stranieri. Gli spagnoli caricano di enfasi qualsiasi cosa accada in campo,compiacendosi anche quando una qualsiasi delle due squadre indovina tre passaggi consecutivi. Si avvicina al tavolo un signore anziano, è il capocameriere, ci saluta, mi guarda e fa: "primero"… ed inizia ad elencare tutti i primi piatti. La sua consumata cortesia, la mano sinistra tremante, il suo spagnolo biascicato mi catturano, rimango a seguirlo con lo sguardo quando si avvicina ad un altro tavolo a chiedere se le prime portate sono state gradite e prendere le ordinazioni per i secondi; dirige al contempo gli altri camerieri con piccoli gesti. E’ così affabile nei modi che mi convinco che sia una tradizione in questo paese, tenere il dito dentro il piatto quando viene servito… Poi segna il Real Madrid e improvvisamente ne risuona l’inno. Ci sono molti applausi, qualcuno è contrariato. "Secondo" ci fa il capocameriere e parte con l’elenco. Alla fine vincerà il Barça per 2 - 1.

In camera ritrovo i pellegrini che erano al ristorante, anche adesso sono di buono umore. Ci prepariamo tutti per la notte. La signora piemontese dice che ci stiamo preparando per il concerto notturno, poi rivolgendosi al marito gli fa: tu fai il maestro, vero amore? L’atmosfera è farsesca e c’è molta confusione rispetto a quello che è solito essere il clima la sera negli albergue. L’ottimo vino non credo che abbia contribuito a quietare gli animi. Mi sdraio sul letto e rimango a guardare divertito. Qualcuno sta gia dormendo e russa. Il signore di Cuneo gia a letto, con un ghigno divertito si sporge in avanti e con la punta del bastone, scuote chi sta russando. Le risate vengono soffocate a fatica. In un misto fra francese e tedesco, sento il filosofare di due pellegrini sullo schnarchen / ronfler. Qualcuno si decide a spegnere la luce ma da qualche parte c’è chi sghignazza ancora. Faccio fatica ad addormentarmi, non sono neanche le 10. Fuori la sera a Logronos va avanti, qualcuno fischia un motivetto proprio sotto le camere dell’albergue. Mi lascio cullare da questo suono continuo e armonioso. Mi piace pensare che quel fischio sia fatto per disturbarci, o magari per corteggiare una bella pellegrina conosciuta oggi per le vie del centro, o che ci faccia da ninnananna.

BEN

L’indomani anticipo la mia sveglia e cerco in fretta di sistemare tutte le mie cose, ho un appuntamento nella cucina al primo piano. Ieri sera prima di andare a dormire mi ha fermato un ragazzo e mi ha detto di aver notato dal pomeriggio la mia zoppia. Se volevo, domani avrebbe provato ad aiutarmi. Io mi sentivo piuttosto ubriaco, non ho capito bene che genere di aiuto volesse darmi, ho risposto di si, più per cortesia che altro, anche con un po’ di imbarazzo di fronte a questa inaspettata manifestazione di gentilezza. Pensavo che la cosa riguardasse solo me invece in cucina trovo altre quattro persone, così mi siedo ed aspetto in silenzio. Quando arriva il mio turno mi dice che è contento di vedermi, chiede qual è il mio nome, io chiedo il suo: si chiama Ben, è danese. Mi chiede da dove vengo, lui non conosce Catania e non è mai stato in Sicilia, ma sa che c’è un bel mare e c’è sempre il sole. Poi mi chiede di rilassarmi e mi spiega che nel nostro corpo ci sono dei flussi di energia che lui ha il dono e la fortuna di conoscere, crede di poter provare a fare qualcosa per farmi stare meglio regolando questi stessi flussi. Gli dico che va bene. E’ una sorta di pranoterapeuta, io ho un innato rispetto verso tutto quello in cui non credo e mi è piaciuta l’umiltà con cui si è posto. Con le mani mi stringe il tallone e la caviglia, inizialmente non sento nulla poi avverto una leggera sensazione di calore provenire dai punti sotto pressione. Rimane in silenzio per tutto il tempo, io vorrei fumare. Chissà se può avvertire il mio scetticismo? L’ho ringrazio, prima di andarmene mi permetto di chiedergli perché lo fa: "per aiutare la gente e sviluppare me stesso". Quel giorno non ho avvertito nessun dolore al tallone.


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